ALLE RADICI DEL MALE

“… una legge generale che impone il progresso di tutti gli organismi viventi, ossia li moltiplica, li modifica e fa in modo che i più forti vivano e i più deboli periscano.”
 
   Charles Darwin - “L’origine delle specie” - Capitolo 7 – L’istinto.
 
Se non lo avessi chiamato, pronunciando il suo nome, mi sarebbe passato accanto senza neanche accorgersi di me, tanto era preso dai suoi pensieri. In verità sebbene mi venisse incontro, procedendo a una certa distanza, non lo avevo riconosciuto neanche io. Dunque, una volta giunto vicino, l’ho chiamato: “Piero!” Lui ha sollevato la testa come fosse stato risvegliato da un sonno  profondo, si è voltato verso di me e dopo qualche istante, rendendosi conto di chi fossi, mi ha sorriso. Da questa manifestazione di simpatia ho riconosciuto la vera espressione dei suoi occhi. Piero ed io ci conosciamo da tanti anni, più di trenta, non abbiamo mai avuto un’assidua frequentazione, ci vediamo di rado, ma in quei rari momenti siamo sempre riusciti a comunicare ottimamente, avendo delle buone radici culturali comuni.
   “Beh…” gli ho detto “… come va? Ti vedo pensieroso è successo qualcosa di grave?”
   “Oh no, nulla di grave, stavo pensando alle cose che devo fare, ho degli appuntamenti e…”
   “Allora devi andare via di corsa?”
   “No, senza esagerare, possiamo parlare… tu come stai?”
In verità era passato più di un anno dall’ultima volta che c’eravamo incontrati e Piero stava vivendo un momento importante della sua vita, il passaggio alla condizione di pensionato.
   “E poi, ci sei andato in pensione?”
   “Sì, già da qualche mese.”
   “Non ti vedo particolarmente entusiasta.”
   “Non lo sono infatti.”
A questo punto non ho avuto bisogno di chiedere per quale motivo non fosse contento, perché riuscivo a intuirlo, considerate le lunghe discussioni che avevamo avuto nei precedenti incontri.
Piero è un brillante ingegnere nel ramo dei trasporti che si è laureato a suo tempo con ottimi voti. Una volta conclusi gli studi, non ha avuto nessun problema a trovare lavoro, è stato uno dei pochi privilegiati che ha addirittura avuto il vantaggio di poter scegliere dove andare. Ancora giovane e pieno di ambizioni, dopo una breve analisi delle varie offerte ha scelto, avendone la possibilità, il percorso lavorativo presso una grande azienda statale monopolistica attinente alla sua laurea. Non ha avuto difficoltà a inserirsi nel team che lavorava già da qualche tempo nel settore. Intelligente e brillante ha subito iniziato a impegnarsi e a cercare di migliorare una situazione che gli è apparsa piuttosto ambigua e problematica. Fortuna ha voluto che incontrasse nel suo ufficio un superiore e dei colleghi la cui esperienza aveva dato più o meno gli stessi esiti in fatto di acutezza d’analisi e chiarezza. Il suo “capo”, in particolare, da qualche tempo aveva preso in analisi delle questioni che affliggevano il suo settore lavorativo. Sebbene ne avesse evidenziato alcune radici, ancora non era giunto ad avere un quadro esaustivo dei motivi creatori, di conseguenza non aveva la minima idea di come risolverli. Fortuna, o meglio sfortuna, ha voluto che incontrasse sul suo cammino il mio amico Piero, che più preparato in tema di relazioni umane e anche in materia di dinamiche politico sociali, aveva cercato di indirizzare la ricerca verso relazioni che lui riteneva piuttosto inquietanti, ahimè, senza immaginare a cosa sarebbero andati incontro nell’affrontarle.
Durante il loro lavoro si erano trovati di fronte a una vistosissima manchevolezza, in pratica non riuscivano a capire per quale motivo, alla presenza di una serie di gare d’appalti classiche per certi tipi di lavori, non si fossero scelte, a suo tempo, ditte che sembravano garantire un miglior servizio a un miglior prezzo. Da questo momento in poi la ricerca si era indirizzata verso legami che non apparivano più come enigmi, poiché arrivavano a indovinarne bene le cause.       
Dopo qualche tempo, avevano ingenuamente creduto opportuno portare a conoscenza i superiori di quali fossero le loro perplessità in merito agli svariati casi di mala gestione che affliggevano il ramo di cui si occupavano. Si era visti rispondere, con un candore sospetto, che erano a conoscenza delle problematiche evidenziate, ma che per particolari, oscure “scelte aziendali”, di cui non sembravano intenzionati a illuminare le ragioni, le cose sarebbero dovute andare com’erano sempre andate. Le vaghe spiegazioni non avevano per niente soddisfatto lo staff. Si erano proposti di continuare a indagare, anche se su queste situazioni sembrava che si trovassero davanti a un classico “muro di gomma”. Tutte le alte dirigenze sviavano il discorso, addirittura ignorandolo o minimizzandolo, facendo crescere il sospetto di vasti intrighi e disonestà. Nessuno sembrava disponibile a occuparsi delle stranezze incontrate, tanto da indurli a procedere solitari sostenuti soltanto dal loro “codice etico” che gli imponeva professionalità e correttezza. Dopo lunghe ricerche individuavano società e amministratori privati sospetti, quindi il successivo passo era stato quello di prendere contatto con i proprietari, o con le persone che le dirigevano. In verità la prima immagine fornita da esse era stata di gentilezza e disponibilità, atteggiamenti certo consigliati dalla sicurezza con cui sempre avevano gestito questo tipo di rapporti. A ogni approfondimento, tuttavia, la cortesia a la correttezza formale sembravano presto dissolversi in un atteggiamento di sospetto, e più avanti addirittura di ostilità. Oramai convinti di essere giunti alla “radice del male”, ora consapevoli che un vasto sistema di corruzione e di “comportamenti mafiosi” era all’origine di quelle negligenze nei confronti della Comunità, affrontavano il dilemma che non affligge la totalità degli amministratori pubblici, ma solo un’esigua minoranza che crede giusto opporsi a questo tipo di sotterranea ed endemica violenza: adattarsi o combattere.
Piero e il suo Capo avrebbero parlato a lungo sul da farsi, perfettamente consapevoli che avrebbero incontrato delle seccature, ignari però della loro effettiva dimensione. Dopo svariati tentativi da parte di una Ditta in particolare di riportare nell’alveo del “così è sempre stato” le ragioni avanzate dal Capo ufficio e riscontrando il fallimento degli allettanti tentativi di corruzione, il procedimento usato per riportare tutto alla normalità lo avrebbe subìto qualche giorno dopo il Capo, verificando tristemente che qualcuno aveva dato fuoco alla sua macchina. La concisione del doloroso momento non gli aveva dato all’istante la possibilità di tirare le conclusioni, ma con il passar delle ore gli era apparso chiaro quali fossero cause e mandanti. Sebbene assai colpiti, avevano denunciato il fatto e deciso in seguito, eroicamente, che non avrebbero ceduto alla prepotenza e al ricatto. Piero, sebbene anche lui fosse preoccupato per la propria incolumità, si sentiva partecipe e parte in causa nello scontro, così da solidarizzare e spronare il suo Capo ad andare avanti. Gli autori del gesto, ovviamente, non si sarebbero trovati, e l’ostinazione con cui le Ditte, la Ditta, appaltatrice dei servizi difendeva il suo privilegio li avrebbe portati a comportamenti che qualsiasi individuo consapevole avrebbe dovuto tenere nella massima considerazione. Non specificandomi, Piero, con quali mezzi la cosa si era perfezionata, mi raccontava che al suo Capo, sposato e padre di due figlie, “delle persone” gli avevano chiaramente fatto capire che la sua famiglia sarebbe andata incontro a seri problemi se avesse continuato sulla strada intrapresa. A quel punto la faccenda si era fatta davvero drammatica e una decisione di trascurare il nuovo fattore avrebbe potuto avere delle conseguenze talmente nefaste da pregiudicare la salute stessa dei propri cari. Per giorni avevano cercato di analizzare le possibili soluzioni, le possibili risposte, denunce alle autorità, informare i dirigenti, ma i rischi erano davvero grandi, così Piero, senza dirmelo apertamente, mi ha fatto capire come si è conclusa la vicenda.
   “Quindi…” mi ragguagliava con profonda amarezza “ puoi capire che da un punto di vista professionale, lavorativo, non mi ritengo una persona realizzata. Ho dovuto per forza di cose subire, piegare la testa, non ce la siamo sentita di rischiare, e tu sai bene che la cosa è di per sé, per me, dolorosissima.”
Mi sono trovato in difficoltà nell’amabile tentativo di confortarlo, perché la sua afflizione riuscivo a sentirla vicina, radicata e potente, e quindi di difficile liberazione. Quel particolare enigma che scuote l’animo di certe persone, se, in effetti, hanno fatto tutto il possibile per rendere concreto quel mondo diverso in cui hanno sempre creduto, terminerà di sicuro solo dopo aver esalato l’ultimo respiro.
Grande difficoltà il tentativo di confortarlo dicendogli che in fondo il dramma degli appalti è un problema che ci trasciniamo fin dal tempo dell’Impero Romano. Più prossimo ai nostri giorni l’omicidio del socialista Matteotti in fondo è avvenuto proprio per aver rivelato un traffico losco di appalti e conferiti privilegi. Inutile ricordargli che ogni anno accadono episodi come quello che loro hanno patito, che oramai non ci fa più caso nessuno, che non fa più neanche notizia. Che il sistema corrotto degli appalti è una malattia che nessuno vuole curare, perché è una malattia che fa comodo a molti, è la struttura portante stessa dello Stato, un’ossatura impossibile da combattere con i mezzi a disposizione. Inutile confortarlo dicendo che ognuno di noi ha un interrogativo simile, dentro, ossia se durante “la guerra” abbiamo fatto male a preferire il privato, la sicurezza degli affetti a discapito del pubblico, della società che credevamo più giusta. Eppure, pur sapendo bene che il suo sacrifico non sarebbe valso a estirpare un “male assoluto” distintivo delle nostre depravate e decadenti società, l’amico Piero nel suo volto portava i segni di quel tormento, segni che hanno modificato la sua solare, ottimistica visione della vita. Pur in pensione con un buon assegno mensile, pur nella relativa agiatezza, pur circondato da affetti, lui si riteneva comunque un “fallito”: ingiustizia di certe culture che privilegiano ciò che noi pensiamo che dovrebbe essere e non ciò che invece è.
 
9 giugno 2016