CONSIDERAZIONI DI FINE VITA

Il disgusto per l’uomo, per la “canaglia” è stato sempre il mio maggior pericolo…

Da “Ecce homo” di F. Nietzsche

Dopo aver adeguatamente riflettuto sulla particolare condizione, posso senza dubbio affermare, in pieno possesso delle mie facoltà mentali, che la cupa sensazione che mi affligge da qualche tempo ha una sua precisa ragione d’esistere, poiché non più sostenuta solo dai sensi, ma anche da un’adeguata riflessione: affermare che giunto a questo punto la mia vita si sia sostanzialmente conclusa, potrebbe in un primo momento apparire come un puro elemento di sconsideratezza, dovuto forse a un riacutizzarsi della sindrome che affligge molti poveri individui come me, in realtà le considerazioni che andrò a mettere nero su bianco, nel tentativo di suscitare un contraddittorio con chi non si trova d’accordo, vedrete che non vi appariranno poi così folli. Ovviamente affermare che la mia vita è giunta al suo termine non è dovuta a una costatazione biologica, in quanto non soffro, almeno che io sappia, di malattie mortali e quindi le attese di vita potrebbero far pensare che davanti abbia ancora diversi anni, ma nasce invece nel costatare che è venuto meno quello che è sempre stato chiamato “lo spirito” dell’uomo, quella specie di smania che ci spinge sempre a cercare, inventare, scoprire, quell’insoddisfazione perenne, quindi, per le condizioni in cui viviamo.
Certo ogni vita è un’esperienza a sé e quindi risulta assai difficile accomunare le esperienze di un individuo con quelle di un altro. Sebbene simili, tuttavia, è certo che vivendo in un particolare momento storico, tante persone rimangono coinvolte nei processi costruttivi, o meno, che quel periodo ha acceso. Per individui oramai più che maturi come io sono, le vicende che si sono svolte nella fase storica che va dalla metà degli anni sessanta, alla fine degli anni ottanta, sono state senza dubbio essenziali, contribuendo profondamente alla formazione di una conoscenza, di una cultura base e di una capacità critica che ci ha spinti all’impegno nel tentativo, per alcuni estremo, di cambiare uno stato di cose che appariva, e appare tuttora, assolutamente impossibile da accettare. Che cosa è avvenuto in pratica: a contatto con la realtà, a contatto con la vita, si sono rivelati ed evidenziati alcuni elementi del corpo sociale, determinati meccanismi, che non abbiamo ritenuto fin da subito adeguati ai nostri desideri più profondi, al nostro modo di concepire i rapporti umani e al nostro modo di regolare questi rapporti. Parallelamente a ciò, all'aspetto “pubblico” è convissuto in noi un aspetto “privato”; certo la politica e il sociale erano importanti, ma importante era anche cercare nella sola vita che abbiamo a disposizione alcuni fondamenti che ci sono apparsi del tutto indispensabili, come l’Amore, il lavoro, gli amici, la condizione economica, insomma, tutta quella serie di cose che hanno reso appena accettabile la vita, al di là della sua feroce insopportabilità dovuta all’intrinseca miseria e ignoranza dell’uomo. Accanto quindi alla grandezza del compito che pensavamo di affrontare, ossia il cambiamento radicale delle condizioni politiche ed economiche del mondo, abbiamo cercato e trovato una Compagna di vita, poi intorno a noi abbiamo costruito una casa, cercato un lavoro accettabile, pezzo dopo pezzo ci siamo circondati di affetti e rapporti stabili che hanno contribuito notevolmente a mitigare la durezza del vivere. Questi due elementi, l’Ideale e il Reale, nello scorrere degli anni hanno convissuto spesso senza creare particolari conflitti, un po’ qui un po’ là ci è sembrato che la nostra esistenza e il nostro agire fosse perfettamente in armonia con le nostre aspirazioni e il nostro impegno, almeno fino a quando qualcosa di veramente tragico ha sconvolto questo nostro fallace equilibrio. Come se si fossimo risvegliati da uno stato di coma reversibile, ci siamo resi conto d’improvviso che questa nostra privatissima e delicatissima alchimia fra Ideale e Reale aveva in verità prodotto qualcosa che, sebbene lo temessimo, non siamo stati abbastanza previdenti, determinati e rigorosi da impedirlo davvero. L’energia che abbiamo utilizzato per costruire quel “mondo migliore” che avevamo nella testa, è stata senza dubbio alcuno assai minore di quella spesa per mantenerci a galla nella vita. Questa terribile presa d’atto sulle nostre, mie manchevolezze, non è stato il solo fattore a generare quella crisi di pensiero che ha poi, infine, portato la mente a partorire il categorico giudizio di “fine vita”, altro elemento essenziale è stato il verificare che questo tipo di dinamiche e di equilibri altri l’avevano gestiti in maniera differente, ossia avevano forse trascurato famiglia, Amore e lavoro, ma avevano con tenacia e ferrea volontà metodicamente provveduto ad annientare le istanze contrarie e a edificare orripilanti ossessioni. Il mondo che abbiamo conosciuto con i suoi processi negli anni sessanta non è più il mondo di oggi; ma il mondo di oggi non è certo il mondo che pensavamo di costruire. Molto è cambiato, ma questi cambiamenti sono stati il frutto della nostra debolezza e del nostro scarso impegno, della mia debolezza e del mio scarso impegno. In realtà c’è stata una vera e propria “lotta di classe”, poveri contro ricchi, solo che i ricchi l’hanno combattuta con armi vere, armi che uccidevano, con determinazione, i poveri l’hanno combattuta con armi scariche, spuntate, armi che non uccidevano, indecisi e dubbiosi, massacrati loro malgrado da filosofie, o presunte tali, che ritenevano oramai condannate dalla Storia, non più presenti e non più efficaci. Giunto a questo punto, quindi, credo che la mia onestà intellettuale mi imponga di fare una severa autocritica, la corruzione del vivere borghese e la non disponibilità a rinunciare a quelle poche cose che il sistema capitalista concede ai suoi schiavi per mantenerci prossimi alla “pura sussistenza”, ha impedito che esperienze vincenti prosperassero anche da noi. Da noi invece che eroismo, capacità organizzative e determinazione assoluta, abbiamo avuto solo indecisione, caos e tradimento. Le guerre si vincono e si perdono, ma spesso una vittoria o una sconfitta sono determinate da quanto l’uno e l’altro sono forti, da quanto l’uno e l’altro sono deboli. Noi, io, senza dubbio, non sono stato all’altezza della situazione, non ho fatto tutto quello che era necessario fare; molti altri come me dovrebbero avvertire questo “senso di colpa” se non nascondessero invece il volto dietro l’attenuante che “non c’era poi molto di più da fare”. Chi ha vinto la guerra, ora, anzi da anni, gode i frutti del suo impegno, massacra diritti e rapina salari, riduce in schiavitù e distrugge Costituzioni, semina terrore e induce narcosi. Gli Esseri che hanno vinto la guerra non hanno dei punti di riferimento che possono definirsi “umani”, perché gli umani non sono costituiti solo di “tecnica” ma anche e soprattutto di sentimenti ed emozioni, sentimenti ed emozioni che nella “razza umana” si valorizzano soprattutto nel rapporto con gli altri. L’uomo è un essere sociale, può vivere solo se ha altri esseri umani intorno, da loro ricava rapporto e protezione; se questo “essere sociale” si trasforma in un “essere individuale” avrà certo diritti e spazio in cui vivere, se sa conquistarseli, ma non può più essere definito “un Uomo”, è un’altra cosa, un OGM forse. Oramai sembra chiaro, almeno a chi ha una sensibilità e una cultura adeguata al momento storico, che la particolare forma di vita che ora dirige il mondo, muovendo capitali e finanza e industria, pianificando Paesi e Popoli e Regole in funzione della sua sola “volontà di potenza”, del solo profitto e della sola accumulazione, è definibile come una variante della specie “Homo”, e che sarà la Natura, nella sua infinita saggezza, a determinarne la continuità o l’estinzione.
Stando così le cose, torno dunque alla considerazione iniziale, ossia alla sensazione che la mia vita sia terminata, e qui di nuovo apro una parentesi, per indicare che un individuo inserito nel suo ambiente ha due possibilità diverse, per meglio dire ha la possibilità di “vivere” o la possibilità di “sopravvivere”. Sono due eventualità piuttosto differenti, che possono essere sintetizzate l’una nel modificare in parte la Realtà intorno, “a propria immagine e somiglianza”, mentre l’altra si limita essenzialmente ad adeguarsi a una Realtà che non intende, o non è riuscito a modificare, questo in estrema sintesi. Ritengo una vita conclusa quando avviene un progressivo passaggio a uno stato di “pura sopravvivenza”, questo comporta l’inevitabilmente presa d’atto che la funzione “spirituale” dell’uomo è venuta meno, e che questa perdita non ha generato nessuna contraddizione insanabile. C’è quindi una quieta, saggia accettazione delle modificazioni che possono avvenire nel corso della vita, il costatare che i nostri Ideali di gioventù sono progressivamente svaniti, fino alla totale scomparsa. Ma se ciò questo non avviene? Se gli Ideali della gioventù tali rimangono? per quanto mi sia reso conto che renderli realtà sia assai più complicato di quanto credessi un tempo? Il quadro si tinge di fosco: guerra persa, mancato adeguamento alla costruzione Imperiale, impossibilità di riprendere la lotta, elementi importanti al volgere dello stato d’animo alla disperazione del presente.
Davanti a questa terribile angoscia esistenziale mi domando e domando: la sconfitta nel “pubblico” può essere riequilibrata da una vittoria nel “privato”? Ossia quella di aver vissuto una grande e bella storia d’Amore, che ha generato un’incantevole Vita, la fortuna di aver incontrato persone che hanno contribuito splendidamente a renderti una persona forse consapevole, forse completa, forse libera, possono questi elementi contribuire a sostenere che certo, la vita è finita, ma quella vissuta non è del tutto priva di senso?

14 febbraio 2016