… DUE MISERIE IN UN CORPO SOLO! La crisi della sinistra

L’essenza del Socialismo è questa: tutti i mezzi di produzione sono sotto controllo esclusivo dell’organizzazione comunitaria. Questo e nient’altro è il socialismo. Tutte le altre definizioni sono svianti. 

Socialismo, 1922. L. VON MISES

Quando il pensiero si regge sulla violenza è libero in linea di principio, psicologicamente libero, è svincolato da tutte le leggi, limitazioni e impedimenti, e allora il campo dell’azione possibile si allarga a dimensioni gigantesche, mentre il campo dell’impossibile si riduce al massimo, al nulla… Il bolscevismo è un partito che vuole mettere in pratica ciò che si considera impossibile, irrealizzabile, inammissibile…

G. L. Pjatakov

Per quanto abbia seguito dibattiti, convegni, dichiarazioni e opinioni, non ho ancora avuto il piacere di ascoltare un alto esponente della sinistra interrogarsi, o almeno proporre, o trattare un argomento fondamentale, per un’opportuna e profonda analisi, come questo: È la vita inadeguata a noi o siamo noi inadeguati alla vita?
Dunque, la crisi della sinistra è crisi di capacità intellettiva? D’ideali? Di punti di riferimento?
Intorno a noi soltanto mediocrità, devastanti sensi di colpa mal gestiti, larve smarrite, squallidi burocrati, senza storia, senza relazioni, senza codici etici di comportamento?
È legittimo ritenere fatti chiari e assimilati, se non addirittura logori, ad esempio, il carattere sociale di un personaggio come Berlusconi, il tradimento liberista della sinistra, la tirannide della finanza e della borsa, l’atomizzazione, la globalizzazione, le dottrine made in USA, il fallimento dell’esperimento sovietico. Lacuna grave è ritenere oziosi o trascurabili o d’esclusiva competenza dei filosofii ragionamenti attorno al dubbio, a sua volta promotore d’altre incertezze a proposito dell’uguaglianza, della solidarietà, della giustizia, della libertà, dell’individuo, della comunità, dell’egoismo, dell’altruismo, del bene e del male, tutti argomenti riconducibili ad una diversa sensibilità nei riguardi del dolore e della sofferenza.
Se la nostra casa, quella che abbiamo costruito con le nostre mani d’improvviso crolla, superato l’istante di comprensibile disperazione, l’evento ci pone davanti a tre possibili scelte per il futuro: rifiutare l’idea stessa di casa; vista la nostra incapacità, comprare una casa che altri hanno costruito meglio di noi; riflettere sulle cause che hanno determinato il crollo, recuperare ciò che è possibile, rimboccarci le maniche e costruirla di nuovo. L’idea del rifiuto del concetto di casa, è come un’incantevole, disponibile amante che cammina sempre al nostro fianco, affascina, lusinga, ma a cui noi siamo solo capaci di sorridere. Comprare un’altra casa, è ciò che excompagni in massa hanno fatto, perché o si è uomini o si è Uomini. Riflettere sulle cause che hanno determinato il crollo, è il tormento di qualcuno che non riesce a vivere lieto in una casa altrui. Sarebbe indispensabile, in ogni caso, un ampio e molteplice scambio d’opinioni non soltanto sulla qualità dei mattoni e del cemento, ma anche sulla solidità e resistenza stessa del terreno e delle fondamenta.
La complessità del discorso politico-economico in riferimento alla ridefinizione o riaffermazione dei valori classici della sinistra, l’uguaglianza, il lavoro, il rapporto sfruttatore-sfruttato, non è risolvibile né può essere ridotto alla sola riscrittura in termini economici, poiché ogni generoso confronto e ogni generosa proposta nasce monca, limitata, priva d’anima, inconsapevole della tragica disfatta culturale, cieca della sconfitta subita dalla teoria che è la sola condizione economica a cambiare l’uomo. Ignorare che non tutti vogliono o possono essere salvati è lacuna grave; non ricordare che istinti come l’egoismo e la voluttà hanno milioni d’anni contro le migliaia della nostra fragile ragione è innocenza; trascurare che certi uomini, o presunti tali, preferiscono vivere come servi d’altri piuttosto che da padroni di sé è difetto; dimenticare che un elettricista qualsiasi può mettere in crisi un sistema è mancanza. Affacciarsi sul mondo e poi disegnare quello che percepiamo, corpi, oro, azioni, vie, è semplice, cosa ben più gravosa e fonte d’inquietudine è affacciarsi sull’abisso del dentro di sé, la profondità delle nostre paure, dei nostri desideri, delle nostre emozioni, dei nostri limiti.
Credo che i valori e le categorie della sinistra non siano state eliminate, ma oramai archiviate con termini bizzarri come male necessario, come imprenditore o associato al ciclo produttivo. L’ingegno e l’impegno di chi vede la vita in modo diverso è oggi la costruzione di uno stato imperiale, e lo stato imperiale, è storia vecchia, si costruisce sempre con gli stessi mezzi: rendere falsi e bugiardi gli antichi dèi, esautorare chi col suo sangue e col suo sacrificio, in ogni campo, ha saputo dare dignità alla pessima specie uomo; rendere menti e comportamenti uniformi e conformi all’idea di riferimento, che è massa schiava. L’obiettivo è dunque anche il denaro, ma soprattutto è lo snaturamento dell’uomo in quanto individuo pensante, perché un individuo pensante, con la sua capacità di scelta e di giudizio, ostacola l’esercizio del potere, l’aspetto esteriore oggi rappresentato dalla finanza, dalla produzione, dal profitto, dai ritmi, mette in discussione il controllo e la volontà di potenza. Dietro l’immagine del potere c’è il vero potere e dietro al vero potere c’è una preparatissima corte d’intelligentissimi imbecilli, i tecnici non eletti, oppure i massmediologi, i politologi, gli opinionisti, i consulenti d’immagine che studiano le grandi strategie imperiali e cercano di adattarle alla modernità; lavorano nell’ombra, decidono, usano i mezzi di comunicazione, televisioni, giornali, libri come progrediti affreschi chiarenti l’inferno e il paradiso. Devono cancellare la storia. Devono cancellare l’Idea, l’Utopia dalla mente di chi pensa, perché solo così, senza riferimento ideologico, senza fede, uomini, atti ed esperienze svaniscono.
Sopra di noi un’opprimente cappa di disperazione, e intorno una nebulosa di menti sole, senza più punti di riferimento, se non il loro esistere, la loro tenace volontà di testimonianza. Persone da qualche tempo chiuse nella loro nicchia di depressione che hanno però voglia di partecipare e di parlare. Bisognerebbe navigare a vista, lanciare dei richiami, pensare ad un’associazione culturale, ad un circolo, ad un giardino come gli antichi filosofi, ad una rivista politico-culturale, addirittura ad internet, una cosa qualsiasi, capace di scuotere dall’oblio e dall’inerzia; con i pochi mezzi a disposizione bisognerebbe cercare queste persone, ascoltare dubbi, idee, proposte… poi la realtà prevale sempre sul volo e ci ritroviamo dove siamo e come siamo: forse l’ultima generazione che può rendere onore, con l’impegno, ai nostri morti.

Gennaio 2005