ELOGIO DELL’INTEGRITÀ

Sempre più spesso mi capita di accertare una diffusa stranezza, di cui tutti, più o meno, siamo artefici e vittime. Ossia, il fenomeno di individuare nel microcosmo e nel macrocosmo un’analogia di modi d’agire, che potrebbero far pensare ad una particolare universalità di comportamenti. Tanto per essere preciso, osservando una società, potrei accennare alla microcorruzione operata del povero impiegato comunale, utile a snellire una pratica, equivalente alla macrocorruzione operata dal grande gruppo industriale utile ad accaparrarsi un appalto statale. Oppure, al licenziamento di un commesso del negozio sotto casa, con il licenziamento di grandi masse d’operai nella fabbrica monopolistica. Altro esempio, le pretese di varia natura avanzate dalla piccola Casa Editrice, equivalenti alla strisciante sporcizia che si nasconde dietro la grande Casa Editrice, o sotto le mentite spoglie di un rispettabile e famoso premio letterario internazionale. E ancora, le minacce rivolte al venditore ambulante operate dal racket del tal ramo di mercanzie, equivalenti alle minacce e imposizioni dirette agli amministratori da importanti organismi mafiosi. Dunque, potremmo dire, se questo fosse un quadro reale, che nel piccolo corpo e nel grande corpo si ritrovano gli stessi caratteri di crescita o di decadenza. Vagando con la fantasia, semplificando l’immagine, potremmo supporre che nel microcosmo di un atomo accadano eventi che appassionati astronomi credono di vedere nel macrocosmo dell’infinito. Detto questo, e opportunamente provato il fenomeno, potremmo dire che nell’organismo sociale si rilevano sintomi di un’inarrestabile degenerazione, di una rapida corsa verso l’auto annientamento, perché nessuno degli intricati elementi sociali è in grado d’agire in maniera diversa, autonoma da come sembra vadano o debbano andare le cose. È scientificamente provato, sembra, che la sopravvivenza sia collegata all’adattamento, un adeguamento al continuo variare dell’ambiente; vale a dire, se è prassi consolidata ricorrere ad un parassita d’impiegato che si offre di risolvere la tua pratica dietro l’esborso di una cifra convenuta, sopravvive chi versa la cifra e tace, non sopravvive chi si rifiuta e denuncia.
Questa sembra che sia la logica della vita!
Pare che ci sia, anche, una particolare considerazione per i comportamenti e le forme più spregevoli e disgustose. In politica, non sopravvive chi si ostina a credere in un modello di società diversa, alternativa, giusta, e a quella dedica la vita e il lavoro, ma chi, invece, si modella e si spalma e si conforma al sottostrato d’immondizia istituzionale. Nelle professioni, non sopravvive chi crede nell’onestà e nella rettitudine morale, ma il furbo, il disonesto, il venditore di fumo, l’imbroglione, il truffatore. Nelle arti, non sopravvive chi crede nella sua opera d’artista, all’essere solo se stesso, ma chi si tramuta in pessimo artigiano, e subisce senza dignità le imposizioni del mercato e del mercante. In economia, non sopravvive chi ha per punto di riferimento il lavoro e la dignità del lavoro, ma l’industria che fa buoni affari il mese prima e pone in cassa integrazione operai il mese dopo; la finanza che specula in Borsa e lucra guadagni al di là delle conseguenze sociali.
Altra osservazione riguardo questa simmetria fra piccolo e grande, di questa unità nei confronti della sopravvivenza, è la considerazione tragica che fra piccolo e grande, fra corrotto e corruttore, fra truffato e truffatore c’è sempre una certa specie d’intesa, di complicità. Chi è stato truffato, di solito, ha pensato di fare un affare, di ricavare più del legittimo dal modesto capitale gestito dalla tal banca, o di pagare meno una merce di maggior valore: in sostanza, si può sostenere che sarebbe davvero difficile truffare delle persone oneste.
La questione della sopravvivenza, però, a veder bene, non soddisfa completamente.
Ci sono persone che, pur ritenendo certa la teoria, non sono altrettanto certe che la teoria sia valida per tutti. Non tutti, per esempio, sono convinti che la vita è degna d’esser vissuta a qualsiasi condizione, perché se la vita ti costringe a convivere, infine, con ratti e scarafaggi di fogna, immersi in mote e lordure, forse sarebbe preferibile morire dignitosamente che contendere a roditori e blatte un brandello di carne putrida. Non tutti, per esempio, sono d’accordo con l’ecumenicità della canaglia guelfa, che vuole gestire la tua vita e la tua morte a suo modo, che vorrebbe obbligarti a sopravvivere in una sottospecie di proto esistenza allucinante, con un sondino nello stomaco che ti nutre e ti idrata, quando tu vorresti serenamente spegnerti senza inutili, ulteriori affanni, quando tu vorresti decidere della tua vita e della tua morte. Non tutti sono convinti che sia il dolore il fine della vita. La canaglia guelfa ha intuito che un corpo sofferente anela alla narcosi, donata dalla morfina somministrata da un medico, o donata dall’immortalità somministrata da un prete. Forse l’errore è contenuto nel concetto di evoluzione, che comporta il riconoscimento di un miglioramento, mentre sarebbe più indicato il termine mutazione che non comporta affatto tale presunzione. Non tutti sono convinti che sintomi d’adeguamento ai principi della sopravvivenza, come potrebbero essere il tradimento, l’infedeltà, l’incompletezza, siano dei perfezionamenti, perché non vale la pena vivere quando sei costretto a portare avanti te stesso come un essere fragile e miserabile e corrotto. Se per sopravvivere, dunque, si è costretti, all’imperfezione, al difetto, alla pecca, all’anomalia, alla disonestà, all’immoralità, alla scorrettezza, alla slealtà, al vizio, alla depravazione, all’impurità, al disprezzo di sé, ebbene se così fosse, sarebbe il caso di fare qui l’elogio dell’integrità: che viva pure chi si sente di vivere con i migliori scarafaggi e i migliori ratti di fogna, noi siamo un’altra cosa… noi siamo Uomini!

5 marzo 2009