GOTT MIT UNS

                                                                                      
                                                                   Noi siamo fin dalle origini esseri illogici
                               e dunque ingiusti, e possiamo rendercene conto:
                     questa è una delle più grosse e insolubili disarmonie dell’esistenza.
                                                                       
                                                         Umano, troppo umano I, 1878 - F.W.Nietzsche

                                                                                                                   

Ebbene sì! Posso ammetterlo in modo aperto e sincero. Non c’è nulla di male a confessare che anche quest’anno, come la maggior parte di voi d'altronde, se sono certo, trascorsi quei pochi, beati giorni nei luoghi di vacanza preferiti, percorrendo maldisposto l’autostrada per far ritorno a casa, per un attimo ho desiderato godere dell’ineguagliabile illusione di mantenere intatta la piacevole condizione emotiva che il periodo di riposo dona.
Ma più la strada e gli ambienti diventavano noti, familiari e quotidiani, più quel desiderio aveva già bisogno di troppa energia per essere mantenuto integro. Infatti, eccomi qui, a pochi giorni dal ritorno, seduto sulla panchina di un parco antico, vandalizzato, degradato, ridotto ad inospitale alloggio per emarginati, a cercare di reprimere in qualche modo le crisi emetiche che hanno ripreso subito a tormentarmi: grave errore acquistare un quotidiano dopo giorni di meraviglioso oblio. Grave errore scorrere le notizie con la persuasione che poche ore felici avrebbero potuto disporre l’animo in modo permanente al sano distacco. La realtà di tutti i giorni, della maggior parte dei giorni, con la sua forza di sopraffazione, la sua forza di prevaricazione, in poche ore può sconfiggere anche il più solido dei propositi.
Avevo quasi perfezionato lo stratagemma che mi avrebbe consentito di prolungare l’attimo di serenità post vacanziero. Ero sul punto di alzarmi per gettare via il fogliaccio fonte di tanta indesiderata ansia e di rifiutato tormento, quando in lontananza l’ho intravisto percorrere il viottolo che l’avrebbe, fra non molto, fatto giungere proprio dov’ero. Come sempre a testa bassa, sopraffatto dai pensieri, aveva con sé quel singolare carrello, costruito in modo artigianale, che da un po’ di tempo si trascina dietro, che a suo dire gli occorre per le tante, assillanti incombenze quotidiane.
Incontro inatteso, ma piacevole.
“Ehi Professore, fai finta di non vedermi?”
Sarebbe passato senza degnarmi di uno sguardo se non lo avessi, in modo discreto, distolto dai pensieri. Da dietro le lenti degli occhiali mi ha guardato con i suoi occhi miopi, come se non mi avesse visto. Il Professore ha bisogno di un istante più degli altri per prendere consapevolezza di ciò che d’improvviso accade. I riflessi non sono più quelli di una volta, però la mente… oh, la mente, quella funziona ancora in modo splendido.
“Ma… cosa fai da solo in questa schifezza di parco… non eri in vacanza?” Domanda incredulo, come fosse indeciso se considerarmi uno spettro o un inganno dei sensi, mentre sistema con cura i pochi capelli bianchi che gli sono rimasti sulla testa,
“Già, ero in vacanza!” Sospiro con intensa nostalgia residua in corpo “Sono tornato giorni fa.”
“Giorni splendidi, immagino.”
“Naturalmente, giorni splendidi Professore.”
“Sempre sui tuoi monti?”
“Sui miei monti Professore.”
In modo rapido mi mette al corrente dei tanti impegni che ha per questa mattina, della fretta che avrebbe e che non gli consentirebbe di trattenersi, poi però, sopraffatto dal prevedibile piacere di una sana conversazione, si siede accanto e inizia a rivelarmi, sempre con quel modo simpaticamente frammentario che ha di esporre i pensieri, le preoccupazioni. In breve la conversazione riprende là dove l’avevamo interrotta soltanto qualche settimana fa.
“Lo sai amico mio, Dio probabilmente non esiste, ma se esiste è fascista!” Afferma d’improvviso convinto a conclusione di un’osservazione.
Non mi occorre molto per interpretare in modo corretto ciò che ha più volte ripetuto nel corso della vita; non mi occorre molto per provare una conosciuta e identificata forma d’angoscia nel riflettere sul contenuto profondo di quella che potrebbe apparire come una semplice battuta. Non mi occorre molto per essere sopraffatto da una terribile prostrazione nel considerare realtà che gli altri sembrano non percepire, o sembrano trascurare.
Mentre rifletto sulla laconica conclusione del suo pensiero, lo vedo voltarsi di qua e di là, come se avesse paura di essere sorpreso da qualche malintenzionato. Poi, con fare sospetto e molta circospezione, tira fuori dalla tasca il portafoglio e dal portafoglio un foglio di carta ripiegato con cura. Considerata la prudenza che mette nel gesto, mi convinco che presto avrò sotto gli occhi un documento d’importanza assoluta, raro, capace di portare grandi guai a chi lo possiede o solo lo visiona.
“Guarda, guarda qui a che punto siamo arrivati.” Afferma mentre mi porge lo stampato.
“Che cosa devo guardare? A che punto siamo arrivati?” Chiedo innocente.
“Leggi le tre righe che ho evidenziato.”
Persuaso di trovarmi alle prese con chissà quale notizia, rimango molto perplesso nell’imbattermi invece in tre righe, scritte in un burocratichese melenso, piccola parte di un triste documento di una certa ditta privata tal dei tali, assoldata dallo Stato, come tante altre, per svolgere un redditizio lavoro fastidioso.
“Oh, dunque… vediamo… beh…”
“Allora? Come lo interpreti tu?”
Confuso, non riesco a formulare un rapido giudizio; preferisco tacere per un attimo, leggere meglio il brano e riflettere.
Quando ritengo di essere giunto ad una conclusione rispondo:
“Sinceramente, ho la sensazione di capire una cosa non troppo corretta, perché qualora fosse…”
“Qualora fosse?” Mi incalza eccitato.
“Perché se lo fosse, sarebbe un comportamento da denuncia penale.” Completo.
“Oh, bene, lo vedi… sono contento della tua risposta, perché questo mi spinge a credere che non sono poi rimbecillito del tutto.”
Il breve, comune documento, in effetti, non avrebbe di per sé grande importanza, se non fosse per quelle poche parole finali, ammonitrici, dal Professore debitamente sottolineate, che inducono a reputare la missiva un pressante consiglio ad adempiere ad un tal obbligo, che il mittente giudica del tutto ininfluente se giusto o sbagliato, concludendo che il destinatario andrebbe sicuramente incontro a sgradevoli conseguenze qualora non ritenesse opportuno soddisfarlo.
“Considera una cosa…” prosegue dopo l’attimo di spontanea soddisfazione “noi siamo persone dotate di una modesta capacità d’analisi e di una modesta cultura e per questo riusciamo a dare il giusto valore alle parole, figurati, però, una persona meno preparata di noi, quali emozioni potrebbe provare in una circostanza simile, davanti ad un comportamento tanto arrogante”.
“Mi sembra che ci troviamo di fronte ad una prassi parastatale che emula fraseologie e comportamenti mafiosi, non sei d’accordo?”
“Già, è lo Stato che imita la mafia o è la mafia a imitare lo Stato?!”
Rimaniamo in silenzio, dopo questa affermazione dubitativa del Professore. Saremmo in condizioni di proseguire il dialogo per chissà quanto tempo, ma forse sarà la narcosi da vacanza che ancora si fa sentire, che preferiamo guardarci negli occhi per un istante, e dopo un rapido saluto ci lasciamo e ognuno per la sua strada.
Lo vedo allontanarsi con passo svelto, con le spalle un po’ curve, mentre trascina il suo strambo carrello.    
Una volta scomparso alla vista, senza volerlo ripenso alla sua affermazione.
«Se Dio esiste è fascista!»
Gott mit uns, era scritto sulla fibbia della cintura dei soldati del terzo Reich… Dio è con noi… era scritto, l’antico motto dei Cavalieri Teutonici. Soldati che morivano, non proprio tutti, persuasi che Dio fosse in armonia con le loro convinzioni e con il loro comportamento, e forse, in un certo qual modo questo è vero, perché una delle convinzione era che il più forte avesse il diritto di vivere… non il più debole.
Il più forte, infatti, vive e domina.
Non mi sono mai piaciute troppo le teorie di Darwin, ancora meno le derivazioni sociologiche del suo contemporaneo Spencer. Non che non le consideri valide, oddio, di sciocchezze come qualsiasi altro Grande ne hanno dette anche loro, ma la storia del più forte, di chi è organizzato meglio a vivere in una certa situazione non mi è mai piaciuta, perché d’istinto, o per disposizione emotiva è più corretto dire, ho sempre pensato di più, forse sbagliando, anzi, sicuramente sbagliando, al dolore e alla sofferenza dei più deboli.
Questa teoria, o realtà riconosciuta, è fonte di numerose conseguenze. La principale, la più evidente, è che certe persone, senz’altro uguali a noi in quanto a biologia, sono portate a credere e ad agire in modo del tutto coerente con questo inconfutabile dato di fatto. Non so se provino lo stesso intollerabile disagio nel pensare alle persone che da Dio, o da Darwin, sono state destinate a più morire e a più soffrire, ma so che riescono a vivere e ad agire in maggior sintonia con la realtà, nella massima serenità d’animo possibile, e nella vita è cosa essenziale la serenità d’animo.
È inquietante questa generale apatia di fronte ad un dilemma che ad alcuni appare fonte di tante tragedie: la società deve proteggere e tutelare chi sarebbe destinato da Dio, o da Darwin, a perire, oppure deve agire in modo tale da essere in perfetta sintonia con i voleri di Dio, o di Darwin?
Sì, trovo inquietante questa completa insensibilità dell’ambiente sociale, politico e culturale.
Per esempio, qui da noi, nel nostro paese oramai ridotto a corpo morto in avanzato stato di putrefazione, dove brulicano vermi e organismi di vario genere predisposti alla sua dissoluzione, non so quanti sono del tutto consapevoli che a governare, il corpo morto, sono… ora… oggi… i Fascisti!
I Fascisti, direte… e cosa c’entrano i Fascisti con Dio e Darwin, e cosa c’entra il nostro povero Paese.
È presto detto!
La qualifica di Fascisti la considero una pura convenzione… no, non ne faccio assolutamente un argomento politico o storico o filosofico, in questo momento vorrei solo affrontare la questione sotto la semplice voce: disposizione emotiva. I Fascisti sono molto più adatti a gestire la società in modo che i deboli siano realmente considerati come tali, in base alle leggi di Dio, o di Darwin; e quindi socialmente, come diritto dei più forti, destinati ad essere esecutori delle più imbarazzanti, per alcuni, iniquità, per alcuni. 
Non ne faccio, dunque, un discorso d’analisi politica del fenomeno, sarei in condizioni di farlo ma adesso non mi appare adeguato e necessario, sarebbe un clamoroso fuori tema, qui vorrei solo accennare alla completa sintonia che certi individui, biologicamente uguali a noi, e che per comodità di linguaggio chiameremo Fascisti, o persone meglio adeguate a considerare la forza, sembrano avvertire nei confronti di Dio, o di Darwin. Per Loro, provare disagio nei confronti dei più deboli non è una forma di fragilità mentale da rimuovere a forza d’imperativi categorici, ma è una completa e profonda sintonia con i principi base della vita. Questo, nella quotidianità, non si traduce poi in chissà quali comportamenti forzati, volutamente immorali o magari Dannunziani, per Loro basta essere solo quello che sono, modo d’agire che si attua poi in un bel vivere al di sopra delle preoccupazioni che una normale vita di relazioni sociali potrebbe generare, al di là quindi dell’inutile sensibilità. Per esempio, si è refrattari al malessere di un operaio licenziato da una qualsiasi industria, piccola o grande che sia; si è ben preparati a manipolare nel modo più proficuo una possibile fonte di profitto che comporti lo sfruttamento più intensivo possibile dell’emarginazione; si è del tutto adeguati ad appropriarsi del denaro accumulato con grandi sacrifici da lavoratori o pensionati; si è sereni nel perseguitare con metodi e finalità diverse chi è meno attrezzato a difendersi. Si condonano, senza provare il minimo imbarazzo, i comportamenti antisociali di chi ha esportato grandi capitali e oggetti di lusso all’estero, evitando così di pagare le tasse alla collettività; e mentre si favoriscono i più forti, in simultanea, si alza il livello di scientifico, pianificato tormento nei confronti dei più deboli, impossibilitati a difendersi adeguatamente da un punto di vista politico, culturale, e sociale. Tutto questo, senza provare alcuna emozione negativa, nessuna sensazione di molestia, ma restando solo se stessi, agendo in conformità della propria natura e della propria condizione spirituale. Pensando, in fondo, come vago, sottile residuo filosofico-religioso indelebile, che un debole in fondo meriti di essere trattato come tale, meriti di essere sfruttato e offeso e maltrattato, perché se questa non è la volontà di Dio, senz’altro è la volontà della Vita.   
In realtà non c’è, sempre prendendo come esempio il nostro povero Paese, un’adeguata e totale consapevolezza del fenomeno. È la stragrande maggioranza delle persone, deboli e forti, a non intravedere cosa davvero accade intorno a noi. L’opera di fascistizzazione, la capillare, atomistica opera di modificazione del pensiero e dei comportamenti quotidiani in senso Darwiniano, o in sintonia con Dio, nella società non avviene tramite troppo esteriori e troppo tiranniche manifestazioni di Potere, ma sottilmente, istillando come una droga nella mente delle persone la certezza che è nella natura delle cose la sopraffazione e la violenza e la crudeltà ad opera dei forti, che è accettabile in quanto anche il più debole fra i deboli può trovare, magari non subito, ma un domani, qualcuno o qualcosa su cui esprimere le proprie frustrazioni e la propria Volontà di potenza.
È giusto che sia così!
Fascistizzazione dunque, totale, debordante, volitiva, inarrestabile davanti alla miseria di una morale alternativa dai comportamenti balbettanti, poco convinta, avvelenata, inconsistente… debole.
La cosa curiosa non è tanto, a buon vedere, che i forti si comportino come tali, è legittimo che sia così, perché è nel loro essere, ma è inquietante che i deboli credano corretto e ammissibile e in sintonia con la realtà il comportamento dei forti, fino a pensare che, in fondo… no anzi… fino a non pensare niente.

15 settembre 2009