LA CASA COMUNE

«Educando il partito operaio, il marxismo educa una avanguardia del proletariato, capace di prendere il potere e di condurre tutto il popolo al socialismo, capace di dirigere e di organizzare il nuovo regime, d’essere il maestro, il dirigente, il capo di tutti i lavoratori, di tutti gli sfruttati, nell’organizzazione della loro vita sociale senza la borghesia e contro la borghesia. L’opportunismo oggi dominante educa invece il partito operaio in modo da farne il rappresentante dei lavoratori meglio retribuiti, che si staccano dalle masse, “si sistemano” abbastanza comodamente nel regime capitalistico e vendono per un piatto di lenticchie il loro diritto di primogenitura, rinunciando cioè alla loro funzione di guida rivoluzionaria del popolo nella lotta contro la borghesia.»

Da “Stato e rivoluzione” Capitolo secondo “Lo stato e la rivoluzione. L’esperienza del 1848-1851” di V. I. Lenin.

Il sentimento che si è mostrato più evidente dopo la sconfitta della cosiddetta “sinistra radicale” alle ultime disgraziate elezioni politiche, è un diffuso senso di morte. Una curiosa impressione di reale perdita di un qualcosa considerato perenne, direi a questo punto, immortale. Questa sensazione si è diffusa a tal punto, da generare anche in qualche personaggio pubblico delle autentiche crisi di panico, tanto condizionanti da produrre equivoci, non so quanto involontari. In un recente incontro pubblico il famoso oratore di turno ha così espresso il suo rammarico: “… e farei un caloroso applauso alla scomparsa di F*** B***.” E giù applausi e commozione della platea. Ha detto proprio così, “… la scomparsa di…”, omettendo “dal Parlamento”. Ora, questa semplice disavventura rivela che l’essere usciti dal Parlamento è vissuto, almeno da una parte dell’elettorato di sinistra, come una vera scomparsa fisica. Indubbiamente così non può essere. E quindi, dopo un fisiologico periodo in cui si elabora il dolore, e magari si torna alla realtà, ci si rende conto che la morte non ha colpito realmente milioni di persone, ma solo virtualmente. Tuttavia, l’odierno pullulare di manifestazioni, incontri, dibattiti, riunioni a carattere pubblico, dimostra che le persone di sinistra, o che si credono di sinistra, hanno bisogno di ritrovarsi in un luogo qualsiasi per accertare senza dubbio alcuno che l’amico, il compagno, il conoscente, insomma, quella che da sempre è abituata a ritenere la propria gente, non è passata a miglior vita ma, nonostante la defenestrazione da Camera e Senato, ancora tribola in questa valle di lacrime.
Se per caso vi accadrà di partecipare a queste riunioni, la cosa più evidente che vi capiterà di osservare sono i saluti. Tutti si salutano in queste manifestazioni. Si scorgono da lontano e agitano la mano. Si incrociano e sorridono. Si incontrano, si abbracciano e si baciano. Sembrano dire: “Oh, ma allora sei vivo… non sai come sono felice di rivederti!” Purtroppo però, il solo ritrovarsi non cancella il problema. Mi è capitato di ascoltare analisi e considerazioni, ho letto articoli e pensieri, mi sono stupito dello stupore che molti hanno dimostrato nel costatare che, milioni di cittadini, non hanno creduto più opportuno votare “sinistra radicale”. Quindi, mi è parso subito chiaro che ci fosse qualcosa di sbagliato in questo stato d’animo. Come può un qualsiasi essere umano raziocinante immaginarsi che dopo una serie di provvedimenti che definirei immorali, d’astuzie politiche e di tradimenti perpetrati, la massa dei votanti avrebbe scorto in questo comportamento corrotto il proprio modo di condurre la lotta politica? Curiosamente, l’analisi più facile e più adeguata alla realtà non è venuta da un esponente della sinistra, ma della destra, quella destra che si è ben avvantaggiata della stoltezza dei nostri dirigenti. Il presidente della Lega Nord, commentando la sconfitta degli avversari ha detto, parlando come sempre a fatica: “… agli operai hanno tolto il TFR, hanno diminuito gli stipendi, hanno dato soldi hai banchieri, liberato delinquenti e gli operai non li hanno più votati…”.
Semplice, efficace, vero.
Nonostante l’evidenza però, non sembra che la semplice verità abbia scalfito più di tanto l’arroganza e l’altezzosità dei nostri rappresentanti, che tentano di dissimulare, di falsificare, di indicare corresponsabili di quella che è invece la loro sconfitta, sconfitta di un metodo, di una filosofia politica.
Ora si parla tanto, si analizza tanto, si discute tanto, ma le analisi e le risposte non sembrano adeguate al momento, poiché c’è una generale incapacità di camminare con gambe diverse da quelle che hanno condotto al declino e alla sconfitta.
Nella penultima riunione con il popolo di sinistra cui ho partecipato, in una discoteca dall’aspetto ambiguo e senza luce, l’unto dal signore di turno, candidato unico alla segreteria al prossimo congresso straordinario, dopo almeno un’ora di ritardo, si è presentato nella sala colma di sostenitori in trepida attesa di parole tranquillizzanti. Una platea di teste grigie, di calvizie, di dolori reumatici, di lacere, commoventi polo rosse, una sala deserta di giovani. Le parole ci sono state, ma affatto tranquillizzanti. Di una letterale criptica complessità, hanno svelato un modo di vedere la vita e la politica che nulla ha di concreto, espressione di una visione cerebrale non adeguata alle condizioni culturali del paese. Il candidato unico alla segreteria ha parlato dei punti di riferimento, di priorità: Gay, Rom ed Extracomunitari. Ha parlato d’attenzione privilegiata verso un mondo emarginato e solo. Ha parlato d’impegno e di considerazione, per quanto senza alcuna promessa del paradiso, solo impegno a capire e considerare tante condizioni di disagio. Ha parlato di una “nuova sinistra”; sono in molti a parlare di una nuova sinistra, come se quella vecchia, quella che parlava di capitalismo e di sfruttamento operaio, fosse cosa desueta, oramai superata dalle nuove condizioni di diffuso benessere morale e materiale. Come se il Socialismo fosse in fase di superamento, oramai vivo nel corpo e nella mente del popolo. Ha accennato anche al Comunismo, alla falce e martello. È scivolato sul tema come se fosse argomento sconveniente, poco gradito, quasi vergognoso. Continuava a parlare, con perfetta padronanza di sé, frutto di tante lezioni e di tanto applicarsi a moderni metodi di comunicazione di massa; abito di sartoria, camicia bianca, cravatta color porpora di squisita fattura. Su una triste bandiera rossa, resa flaccida dal tempo umido, che mano pietosa aveva collocato alle sue spalle, si poteva intravedere un martello e una falce cui una piega del tessuto aveva coperto il manico, poi le scritte… DAZION… UNISTA. L'aspetto era di un volto rugoso di vecchio, tanto stanco di lotte e di esperienze della vita da tollerare a mala pena questo intellettualista, bizzarro ossimoro impreziosito da un orecchino d’oro. Ha detto ancora che sarebbe ridicolo pensare a una nuova internazionale con il Nepal… sorrisi della platea! Con Cuba… sorrisi della platea! Con Hugo Chavez… sorrisi della platea!
Ha narrato che al suo paese, un tempo, la gente si toglieva il cappello quando passava il ricco latifondista, perché le persone umili credevano che fosse espressione di Dio. Non si è reso conto che lui stesso, oggi, si è trasformato nell’immagine in quel latifondista, prossimo segretario di partito per diritto divino
Ha concluso affermando che il Comunismo non è una risposta, ma una domanda.
L’anziano signore seduto al mio fianco ascoltata quella che a lui, con molta probabilità, è apparsa come un’autentica assurdità, paragonabile alla negazione di Copernico per un riflusso in Tolomeo, si è alzato a fatica dalla sedia, aiutato dalle amorevoli attenzioni della sua compagna; si è infilato la logora giacca di lana, deformata dalla comodità, e con un filo di voce percepito appena ha mormorato, rivolto a lei: “Oh Cristo, dov’è la nostra gente, dov’è!”
Ha parlato tanto e difficile, il candidato unico alla segreteria del partito, ha parlato erudito, si sentiva che teneva a mostrarsi colto, ma non ha parlato della Casa, no… non ha sentito la necessità di parlare della Casa comune.
Quando un ragazzo avverte la necessità di migliorare, di crescere nella vita, cerca una ragazza da amare e quindi, con lei, elabora il progetto di una Casa; la loro Casa, uno spazio dove vivere insieme ed essere felici. Il punto di riferimento merita sacrifici e lavoro, merita perché credono che quella è la condizione migliore. Difficile che qualcuno riesca a distoglierli dal proposito, quando la felicità è legata strettamente alla realizzazione del sogno. In una società complessa, il meccanismo è più o meno lo stesso: persone si incontrano con lo stesso sogno nella mente, per costruire la loro Casa comune. In questo momento particolare le vicende e i personaggi sembrano però vagabondare, perché le persone vogliono stare insieme, ma hanno dimenticato il sogno; ossia, non aspirano più ad una Casa. “La sinistra radicale”, rimasta orfana del sogno, di un sogno tradito, si ritrova soltanto per condividere le proprie disperazioni. Per sdrammatizzare un po’, è come la storiella del vecchietto che corre appresso alle donne, ma non si ricorda più perché.
Nell’ultimo incontro pubblico cui ho partecipato le cose sono andate in modo diverso. Le persone che hanno ritenuto utile intervenire, nonostante il tempo inclemente e la pioggia che scendeva copiosa, provenivano da esperienze eterogenee. Regnava un vivace disordine nello spazioso ristorante etnico, adattato in fretta a sala riunioni. Dopo istanti d’autentica confusione, dopo aver distribuito un curiosissimo volantino da riempire con dati personali e con risposte a strane domande come: “Quali secondo te dovrebbero essere le priorità?” i vari oratori iscritti hanno iniziato a parlare ad una platea non proprio attentissima, distratta da chiacchiere, saluti e baci. C’è stato un susseguirsi di nobili realtà sconosciute ed emarginate. La rappresentante di un certo Movimento convinta che la nuova razza eletta siano i Rom, gli Extracomunitari e i Tossicodipendenti; chi convinto invece che la rivoluzione si realizza occupando case e distribuendole a chi non la possiede; chi crede che la chiesa cattolica sia sempre stata e sia origine e fulcro di ogni buona novella; chi distrutta e delusa non vede altra possibilità che rifugiarsi in una disperata rinuncia; c’è il politico che alza la voce come fosse ad un comizio, intrufolatosi in una piccola realtà che non vede di buon occhio, ora, i politici; c’è il praticone che rivela a che punto di ridicolaggine sono giunti i due unici superstiti della “sinistra radicale” al consiglio comunale di Roma, che si contendono fra loro il titolo di capogruppo; c’è un gradevole intellettuale dall’aria sobria e misurata, dal tono di voce riflessivo e intelligente che mostra un certo fastidio per riunioni e punti di incontro, per partiti e movimenti, definendoli continuamente “vecchi”, ma senza dare, ahimè, nessuna indicazione su ciò che ritiene “moderno”. A questo punto, sono volato via con la mente e ho ripensato al racconto di una mia cara amica, inquieta viaggiatrice affascinata dalla placidità orientale. Un suo conoscente, un certo signore di Torino, ad un certo punto della vita ha creduto opportuno fuggire dalla civiltà occidentale per rifugiarsi lontano. Trascorsi dieci anni in un monastero buddista del Bhutan, ha pensato bene, raggiunta probabilmente una vaga serenità d’animo, di accogliere l’invito di un caro amico residente a Los Angeles. Nel vivere l’esperienza unica in questa città caotica, e non sapendo dove andare per acquistare “un pezzo di formaggio”, ha seguito il consiglio dell’amico che lo ha indirizzato verso un megacentro commerciale. Il povero Torinese buddista, travolto dalla magnificenza e dai colori e dalle merci e dai suoni, dopo anni di isolamento e di stanzetta di convento, affascinato suo malgrado, ha trascorso l’intero pomeriggio nel centro commerciale, e dopo cinque ore ne è uscito con un solo “pezzo di formaggio” in mano.
Quando è apparso anche qui il candidato unico alla segreteria del partito, in fretta il racconto dell’amica è svanito. Ho reagito con un certo disgusto, per fortuna condiviso con altri. Mi sono alzato dalla sedia ascoltando di sfuggita le sue parole. Sempre le solite parole criptiche. Parole adatte per un ristrettissimo circolo iniziatico forse, non adatte per un popolo che potrebbe seguirti soltanto al grido di “Pace e Pane!”
Sotto un diluvio d’acqua, comunque cauto sul mio motorino, sono tornato a casa. D’improvviso mi è tornato alla mente lo sguardo melanconico e intenso di quel signore con la giacca di lana logora. Ho ripensato alla frase sussurrata appena: “Oh Cristo, dov’è la nostra gente, dov’è!” e nella mente l’ho ripetuta anch’io:
“Dov’è la mia gente, dov’è!”

23 maggio 2008