IL BARATRO DELLE PAROLE

L’inevitabile aveva bussato alla porta della mia realtà.
Sembrava la solita mattina, il sole brillava già in alto nel cielo, l’aria profumava di primavera, e niente avrebbe potuto oscurare quel momento di gratitudine verso Dio. Mi piaceva restare in contemplazione di quel paesaggio di montagne lontane.
Poi, chiusi gli occhi, mi lasciai avvolgere da un calore quasi estivo e la più bella delle mie illusioni era lì: il mare, il suo dolce richiamo, l’odore, e quasi udivo le nostre voci scherzose. Questa era la mia sensazione prima che il telefono squillasse. Poi, sentii un pianto soffocato da attimi di silenzio: una voce amica che prendeva forza nell’animo, cercava di dirmi cosa fosse successo, quale violenta verità ci colpiva: “È successa una cosa terribile!” Ci fu un silenzio così profondo e angosciante che mi fece subito intuire l’inevitabile. Mi attraversò una verità così assordante e multipla da confondermi la testa, sentii il mio corpo come una stanza vuota risonante di ricordi, di voci e di urla disperate.
In quell’istante avrei voluto non essere mai esistita e mi fu difficile dare ascolto a quel dolore, così profondo e tagliente, quando ogni verità nasceva e moriva ad ogni mio sospiro di misera accettazione umana.
Fui pervasa da un infinito momento di verità: avevo il nulla negli occhi, la mia anima era fuggita lontana, forse oltre quelle montagne.
Il mio volto stanco, le mie palpebre pesanti nascondono occhi nostalgici che fuggono in un tempo dove ogni evento ha seguito il suo corso e ora è storia personale, un racconto della nostra vita, dove i dettagli lasciano intuire momenti vissuti in profondità, dove un’emozione ha prevalso sulle altre, e ne siamo rimasti così coinvolti da conservare una sua traccia, impossibile cancellarla.
Cambia il nostro modo di guardarci dentro e, di conseguenza, anche di relazionarci con la realtà esteriore, fino a sopportare l’idea che niente sarà più come prima.
Respiro il nulla delle cose: il vuoto di ogni verità, che mi entra, che mi scava dentro, in fondo a quel baratro, e dove ogni parola riemerge portando con sé immagini lontane. Vedo chi, nel corso della mia vita, non è potuto starmi accanto nelle mie scelte.
Mi guarda, la sua figura non è ben definita, la vedo dal basso verso l’alto.
Riconosco il suo odore. Mi sorride.
È mio padre. La realtà mi appare sfocata e distante. È il rischio che si corre andando giù in quel baratro, perché tutto è immagazzinato dentro di noi, comprese le sensazioni, sin dal primo giorno di vita. L’importante è risalire senza lasciarsi troppo coinvolgere dai ricordi. Come se ci guardassimo dal di fuori, partecipando di quelle emozioni, e rimanendo consapevoli che appartengono ad un altro tempo passato.
Avrei dovuto riaccettare quella verità così come mi si era presentata: inesorabile e irreversibile, ed era inutile andare al di là di ciò che i miei occhi non vedevano: avrei incontrato solo altre realtà lontane, paesaggi ignoti, anime disperse in fuga in altri mondi. Accettare la volontà di una forza superiore, che desse senso a quel dolore, era la sola cosa che mi passasse in mente.
Mi sentivo inetta di fronte a ciò che mi era ignoto.
L’inatteso aveva bussato alla porta della mia realtà, dissipando in pochi attimi le mie idee, quelle che io stavo costruendo, per dare ancora prova tangibile di una forte amicizia costruita nel tempo. Impegno, costanza e volontà era il nostro segreto per vincere tante battaglie. Mi ripetevi spesso queste parole conoscendo il mio peggior difetto.
Una volta colsi una bella immagine di te. Guardavi il cielo, la sigaretta tra le dita, l’aria pensosa, e lo sguardo quasi assente, ed io indovinai a cosa stessi pensando. Sentivo lo stesso tuo vuoto. Vidi davvero brillare una stella nei tuoi occhi, e nello stesso tempo ti sentivo lontano, tanto lontano, forse ti eri perso anche tu per un attimo, in quell’immensità, in quella Verità che tanto ci intrigava e, nello stesso tempo, ci disorientava.
Anch’io mi ero persa nei tuoi stessi pensieri. Poi mi guardasti e mi dicesti “Non sei cambiata, sei sempre la stessa”. Il mio sguardo scrutatore ti aveva messo in imbarazzo. Ci mettemmo a ridere ed io ero felice che, nonostante la nostra lontananza, ogni volta che ci vedevamo, io per te restavo la stessa, quella che con le mie domande ti ‘stuzzicava l’intelletto’.
Quando questo pensiero mi riaffiora, ritorna la tua immagine, che mi guarda e mi sorride con dolcezza.
Freno quella strana sensazione di distruggere me in quello che creo, ed ora ho un continuo desiderio di fermare istanti di eternità su fogli e su tele. Nasce il desiderio di imprigionare me stessa, e colmare le mie sensazioni di vuoto, in quelle pennellate piene di colore e di entusiasmo, o trascriverle su fortuiti fogli “Perché vederle scritte aiuta la memoria a rendere più veri fatti realmente accaduti”.
Rimasi sola nella stanza della mia anima, era così silenziosa; ora scrutavo me stessa.
Era come se mi rispecchiassi in uno specchio deformato sforzandomi di definirne i contorni; guardai in fondo a quel baratro, a quel buio che io penetravo, scorgendo schegge di me, ed ognuna di esse rappresentava una mia idea con un suo inizio, e nel momento in cui prendeva forma, aveva una sua lucentezza che poi improvvisamente sentivo inconsistente opaca.
L’idea mi sfuggiva come granelli di sabbia spazzati via dal vento, si frantumava al forte impatto con la realtà esteriore.
Respiravo una moltitudine di altre realtà. Il tempo aveva segnato ognuna di esse e ne aveva lasciato l’impronta.
Tempo è una parola fugace. È irreversibile, e segna l’inevitabile. Se noi dovessimo fermarci, continuerebbe a correre all’infinito.
Noi siamo una di quelle verità che appartengono al cielo. Irreversibili, inevitabili frammenti di una Verità Infinita.
Nuove paure, nuove parole entravano in me.
Penso a quella frazione di secondo in cui ti passano nella mente una successione infinita di istanti e di parole, mentre il tempo continua a correre e ti sfugge, irrecuperabile. E nonostante cerchi di annullarlo continua a segnare una traccia sempre più profonda nell’anima.
Mi assopii dolcemente nel mio dolore e risentii la mia mente galleggiare in una realtà non troppo lontana; poi temetti un risveglio amaro in un domani, ancorata com’ero a quel mondo che era ormai finito, colmo di ricordi, e dove mi è dolce sempre ritrovarti.
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L’ho riletta, non so quante volte, quella lettera.
L’avevo custodita in una scatoletta, insieme ad altre. Quando la ritrovai, avvertii una sensazione di calore; felice che tu mi avessi lasciato qualcosa dei tuoi pensieri.
Guardai lontano: davanti a me le montagne apparvero come ombre gigantesche. Cercai in quel buio vuoto, presa dalle mie malinconie. Lo penetravo con lo sguardo, volevo definirne i contorni, per ammirarne l’aspetto notturno. E quanto più mi allontanavo con lo sguardo, sforzandomi per quanto mi fosse possibile di scorgere la stella più lontana, tanto più quel senso di infinito, di vuoto infinito, mi entrava dentro e mi apparteneva.
Rabbrividii. Mi sentii mancare e quell’ombra sembrò avvicinarsi sempre di più, ampliandosi, come se volesse prendermi e trascinarmi nel suo vortice.
Sono quelle sensazioni così intimamente vissute, surreali, che possono durare attimi, ma che ti lasciano quel senso di amarezza, e poi fuggono via. Sai solo che ti opprimono l’animo e la mente, ti fanno immaginare cose che non esistono. Ti prende quel senso di smarrimento, di solitudine; ti senti abbattuta solo perché non riesci a dare un significato concreto o un’unica risposta al perché quegli stati d’animo siano presenti, ci disorientino e ci offuschino la vista. Paure che sono in noi, ma che non hanno ancora un volto. Sono in un angolino e ogni tanto escono, quando qualcosa, un’immagine o una melodia, le rievoca.
Buio vuoto, senso di infinito, vertigini erano tutte parole che cominciavano a catturarmi nel loro suono, lasciandomi sensazioni che ancora non riuscivo a descrivere.
Mi sembrava tutto così irreale. Pensai a tutto quello che era successo, e a come stessi cambiando dentro. Sorgevano in me continui pensieri su cose che prima non riuscivo a vedere, o che erano oscurate da altri pensieri. Provavo sensazioni nuove che però non mi erano del tutto estranee. Come se fossero state sempre lì, dentro di me, ma solo ora ne percepivo l’esistenza. Forse alcune di quelle idee stavano uscendo da quel nucleo, la parte più centrale di me, quella che è ben protetta da una mia eventuale intrusione.
Pensieri che si collegano ad idee più complesse e così coinvolgenti che chiamano in causa la propria esistenza.
Un abisso dove circolano un’infinità di parole, sparse come le stelle nel cielo, e una stella ti porta a guardarne un’altra, fino a formare una costellazione, unite da un sottile fascio di luce immaginario.
Così, quasi allo stesso modo, la nostra mente cerca in quell’abisso le parole che ci possano descrivere nei nostri stati d’animo e, unendosi, dar vita a nuove idee; parole che io ho scelto per qualche motivo, altre che resteranno nel fondo di me, forse in eterno.
Dovevo riconoscermi in ogni mia idea e identificarne la vera natura e liberandola avrei dato valore a quelli che erano gli aspetti più importanti della mia vita.
Intanto, guardavo il mondo con occhi diversi, forse con un velo di paura in tutto quello che vedevo. O, magari, nuove verità stavano nascendo in me, e stavo cominciando a rivalutare ogni istante della mia vita.
Pensavo a te, amico mio, e al destino che ti aveva colpito proprio nel momento in cui dentro di te nuove idee ti rendevano più forte, più saggio. Forse perché anche tu avevi perso una parte della tua realtà e, come me, in una magica notte, l’ultima notte trascorsa insieme a guardare l’immenso pieno di stelle.
I miei pensieri si oscurarono indagando ancora in quel buio vuoto.
Avevo tra le mani frammenti dei tuoi pensieri che mi avrebbero aiutato a superare quel momento di infinita nostalgia, tenendo vivo il suo ricordo.
In ogni parola letta avrei sentito il tuo respiro entrarmi dentro fino a toccarmi in quel nucleo, e quella parte più vera di me si sarebbe dolcemente risvegliata dal suo lungo letargo.
Ebbi la sensazione che quella lettera fosse stata scritta perché un giorno mi sarebbe tornata utile, e avrei capito il senso di quelle parole. Cominciai a pensare e a riflettere sulla mia esistenza. Fu come se mi fossi davvero persa in quel baratro, e sentii le vertigini.
Parlavamo spesso delle mie paure. Mi rispondevi: “Forse abbiamo paura di perdere qualcosa di importante, perché, paradossalmente, si ha paura di stare bene… perché si crede che le sensazioni migliori siano quelle che si vivono per contrasto”.
Io avevo paura di perderti, e a volte mi allontanavo da te per non rovinare la nostra bella e profonda amicizia. Eppure, avevamo bisogno di stare insieme: tu sentivi il bisogno di proteggermi ed io cercavo di starti vicino; in te vedevo vuoti, tanti vuoti, ma vuoti che tu cominciavi a riempire con la tua perseveranza e il tuo impegno. Ero felice di vedere come cominciavi a dare un nuovo volto alla tua vita.
Nella mia mente, quando mi appari nella tua infinita saggezza, ancora mi chiedo dove trovavi tutta quella energia per portare avanti una tua idea. Mi parlavi d’impegno e di costanza per essere felici.
Ora ho paura di costruirmi attorno un muro di illusioni che possa salvarmi dalle mie inquietudini.
Ma tu non avresti accettato questo mio modo di affrontare la realtà dei fatti, la verità non è da me, non è l’immagine che tu hai di me e che hai conservato nella tua memoria,e né il tempo, né la morte, possono distruggere qualcosa che appartiene all’Universo, all’infinito, all’eterno. Nessuno può distruggere quella parte di storia: appartiene al mondo, al tempo e all’Universo.
L’eco della tua voce è come una nota calda, mi ristora l’anima sollevando dalla penombra i miei silenzi e mi sento colma di te, dei tuoi pensieri, delle tue virtù e saggezze; ed è una lunga carezza alle mie perdute illusioni.
Il ricordo è una piacevole sensazione che mi dà sollievo, ma dura un istante. Poi, quando si ritorna alla triste verità, allora quella sensazione diventa privazione di qualcosa che ti ha fatto stare bene, e mi lascia un senso di frustrazione, di smarrimento, di nullità.
Cominciai a chiedermi: “Chi sono? Perché mi trovo qui? Perché quella lettera aveva acquistato tanta importanza in quel momento della mia vita?”
Fui tentata di avventurarmi in quel baratro, volevo sentire le vertigini, o almeno provarci, e cominciai a guardarmi in quell’abisso dell’oblio. Risalendo dal suo nucleo avrei regalato al mondo e a me stessa i fiori più belli e profumati, e la sola idea mi recava entusiasmo anche perché lì avrei trovato le risposte che cercavo: le mie piccole verità.
Per cercarmi in quel baratro, e liberare le parole rendendole limpide alla luce della mia mente, cercai un modo per arrivarci da sola.
Pensai che nel baratro delle idee tutto ha inizio con una parola che in qualche modo è legata alle mie sensazioni esterne, e per quanto semplice possa essere è quella che farà nascere una mia idea.
Mi chiusi al mondo esterno, rimanendo sorda ai suoi rumori.
Cominciai ad immaginare tutte le parole possibili che mi venissero in mente senza fare alcun sforzo per rievocarle, come se comparissero dal nulla.
Mi abbandonai a questo flusso di suoni e lasciai il mio cervello lavorare d’imprevedibilità combinando parole in simbiosi con i miei stati d’animo.
All’inizio, udii una tale discordanza di voci così deboli e indistinte che paragonai questo mormorio al suono lontano di un torrente.
Lasciai che le parole mi fluissero libere, ed ognuna rievocava sensazioni così lievi da essere appena percettibili.
Sentii che scavavo nei miei ricordi; altre parole rimosse dal fondo di quell’abisso ritornavano in superficie seguendo la corrente dei miei stati d’animo.
Mi concentrai sulla parola che più delle altre mi attirava per il suo suono enfatico, la catturavo, dando così voce alle mie emozioni, ed era bello sentirsi vivi dentro.
Poi, fermai quella parola nella mia mente, mi concentrai cercando di ritenere quella risonanza da cui potei, per alcuni attimi, respirarne quasi il profumo di un tempo passato, e cominciò anche a divenirmi sempre più familiare.
Ripetei la parola diverse volte; ad un certo punto, attorno ad essa, si creò un alone più o meno forte che mi procurò una strana sensazione che non riuscii subito a decifrare, come se fossi lì per lì per entrare in una nuova realtà, per scoprire cosa? Una realtà che avevo sotterrato, e quindi dimenticata? O la pura verità?
Continuai a concentrarmi e nonostante mi sforzassi di cogliere gli aspetti più importanti, riuscii solo a percepire una sensazione leggera.
Cercai di trattenerla, di sentirla in profondità, di catturarla completamente, ma fu come se mi mancassero altre parole che mi aiutassero a sbrogliarmi da quella confusione di suoni e sensazioni, in cui bizzarramente mi ero immessa.
“Nessuno può conoscere la verità assoluta” e mentre lo penso, su di me, si allarga una distesa di spazio infinito in cui sono sparse infinite verità, in continuo movimento, e sono magicamente sospese nel vuoto in un loro perpetuo equilibrio.
Mi concentrai di nuovo sulla parola prescelta e ne scaturirono ancora altre ma, questa volta, il loro suono mi fu subito più chiaro e più intenso, e furono accompagnate anche da immagini. Ma intuii che i miei pensieri stavano seguendo un’altra direzione, deviandomi dalla verità, da quella misteriosa che si annulla quando stiamo per intuirla. Ad un certo punto, ebbi la sensazione di essermi persa in un labirinto di parole, ognuna delle quali mi portava a sceglierne sempre delle altre, ma procedetti in modo risoluto senza perdermi in questo vociare, e seguendo il mio percorso cominciai a formulare le mie idee, le mie piccole verità.
Cercai altre parole, meno lontane e più intime.
La prima parola che mi venne in mente fu Creo, e la seconda Distruggo: “Creo e Distruggo,” pensai alle tue parole, amico mio. “Davvero non lo sai, eh? Forse perché hai paura delle vertigini.”
Vertigini… di quali vertigini parlavi? Davvero si potevano avvertire le vertigini?
Cominciai a identificarmi in quelle due parole, ripetevo a me stessa: “Davvero non ne conosco il motivo? Elaboro un’idea… e poi la distruggo. Distruggo me in quello che io costruisco…”
Tutto è transitorio. Tutta la mia realtà gira attorno a questa parola. E le parole si concatenano ad essa all’infinito. La fine di ogni mia idea è la rinascita di una nuova idea, più ricca, più vicina a quello che sono. Andare oltre quella parola, oltre quel suono quasi divino, è possedere residui di verità che mi porteranno a cercare altre realtà meno transitorie… più concrete… meno elusive… cercando di dare un senso a questa fragile realtà. Creo dal mio nulla realtà che sono dentro di me, io ne sono l’artefice e la parola distruzione non può che appartenermi… ma non riesco a dipingerla… a descriverla… e la mia sete di verità cresce insieme a quel senso di vuoto che comincia ad appartenermi quando di quelle ponderose parole resteranno solo polvere di verità, cioè il nulla nelle mie mani.
Mi resta l’illusione di esserci ora in tutta la mia coscienza… vicino a ciò che io credo di essere… un fluire perenne di pensieri aspettando serena la verità.
Altre domande nascono spontaneamente in me.
Paura di lasciarmi troppo scoprire in quella personalità così fragile?
Quell’idea mi avrebbe rappresentato, ed io ero quell’idea: l’inizio che mi avrebbe fatto scendere in quel baratro.
Per quanto semplice possa essere quell’idea è quella che farà scaturire un’altra idea più complessa. Man mano che si scende e si comincia a camminare nella propria mente, quella idea si legherà ad altre parole, e il tutto si fonderà in un suono armonioso che sentiremo vibrare in noi, come se avessimo ricevuto una leggera scossa dalla loro unione: dentro di noi nasce un’insolita sensazione, la si avverte, si cerca di catturarla nella sua intrinsecità, di descriverla.
A volte non riesci a trattenerla, nasce così l’impulso di liberarla o di soffocarla, per sempre, nelle nostre profondità.
Ho sentito il bisogno di sprigionare quella sensazione, dettata dalla mia paura del tempo che corre, dell’inevitabile che diventa certezza, dell’imprevisto che cambia la tua realtà, del finito e dell’infinito, e di trascriverla così com’è, o di dipingerla, di dargli una forma e una sostanza attraverso il colore.
Il vento mi parla di te, porta con sé l’eco delle tue parole che mi esortano a continuare il viaggio nel labirinto delle idee.
“Basta, per adesso, renderti grazie per il tuo comportamento verso di me che, sebbene a te possa sembrare impacciato, a me è sembrato gentile, generoso ed utile (e profumato alla vaniglia), perché mi ha permesso di acquistare il biglietto di solo andata per quella parte di me senza della quale mi sento e mi sentirò più completo”.
Il mio cuore è diventato lo scrigno delle nostre idee. La chiave per aprirlo dimora dentro di me. Bisogna solo trovarla in quel baratro che fa tanto paura. Ho cominciato il mio cammino con te. Poi mi hai lasciata andare da sola e mi sono persa nel sentiero delle mie paure. A volte succede di perdersi nelle nostre illusioni, e tu mi tenevi la mano.
Stiamo percorrendo insieme, cioè stando un po’ più vicini di quanto non siano gli altri per noi (nonostante i mille chilometri), un tratto di strada che sarà lungo quanto noi vogliamo e scegliamo che lo sia; bello quanto noi ci impegnamo a farlo diventare, divertente e intelligente quanto noi ci preoccupiamo di renderlo, ’ascoltando la voce del bimbo che è in noi’. Scusa la metafora, ma è un po’ come prendersi cura di un bimbo che ha bisogno di protezione, cura e nutrimento. Nota che il bimbo crescerebbe anche solo se ci fosse il nutrimento, ma ti lascio immaginare quanto sarebbe importante che avesse anche le altre cure di cui, apparentemente, sembrerebbe non aver bisogno”. Volevi conoscermi meglio, ti sei preoccupato della mia felicità, volevi scoprire la parte di me che più si avvicina al baratro, quello che dà le vertigini, e offrire la stessa opportunità a me. Volevi che quel biglietto di sola andata fosse stato anche la mia occasione per ritrovarmi lasciandomi dietro le mie paure di bimba. Dopo la tua morte una nuova sensazione di disagio è ritornata a farsi sentire. Ho la sensazione che mi manchi di nuovo qualcuno, un senso di deprivazione mi rende inquieta.
Sono di nuovo ferma nel mio labirinto.