Passeggiavo annoiato lungo il viale percorso tante volte nel corso della vita. La solita folla anonima intorno, neanche un amico con cui parlare. Avevo appena deciso di tornare a casa, quando, l’intenso fermento in un negozio d’abbigliamento poco lontano, mi ha distratto dal proposito. L’arrivo della primavera sollecitava i proprietari a sostituire i vestiti esposti; quindi, per alcuni minuti, dei poveri manichini sono rimasti nudi e senza un volto a fare bella mostra di sé in vetrina, come le figure surreali di un dipinto.
Fin troppo facile per la mente ritornare a quel giorno.
Mentre il pullman si muoveva lento verso il luogo indicato per l’incontro, pensavo all’offerta d’aiuto contenuta nella rivista, capitata chissà come sulla mia scrivania. Nel breve articolo pubblicitario, una nuova Scuola di scrittura proponeva lezioni utili all’apprendimento degli arcani segreti. Dopo averlo letto e riletto, dopo un colloquio telefonico, dopo attenta riflessione, ho ritenuto possibile e utile l’esperienza, tanto da prendere la decisione di accettare la proposta.
Mi era stato indicato il luogo d’incontro, distante dal mio quartiere, ma non era quello il problema maggiore, quanto l’inquietante denominazione del locale dove erano previste le riunioni: Lavatoio contumaciale.
Ero giunto con alcuni minuti d’anticipo, il primo giorno, e ne ho approfittato per osservare l’ambiente intorno: la piccola piazza deserta, i vecchi palazzi posti a corona, la decrepita fontana senza neanche il ricordo dell’acqua, l’assedio arrogante delle macchine, le retoriche iscrizioni sui muri, un ambiente insolito e sconosciuto. Nonostante fosse trascorsa l’ora dell’appuntamento, ero sempre solo. Colto da un dubbio, senza perder tempo, ho attraversato di fretta un lungo ingresso tetro e disadorno, senza dare troppo peso all’improvviso formicolio comparso sul viso. Oltre il portone, un giardino dall’aspetto cadente, con alberi e cespugli di rose cresciuti senza cure, uno spazio insospettato, capace ancora di trasmettere una gradevole sensazione di riservatezza, una piccola oasi, un luogo intimo, chiuso fra le monastiche pareti del palazzo. Ho attraversato la zona verde con il fastidioso formicolio in progressivo aumento, tanto da costringermi a passare le mani sul viso nel vano tentativo di lenirlo. Prossimo alla porta del locale, appena visibile dietro un intrigo di rami d’edera, il prurito era aumentato a tal punto da suscitarmi una vera apprensione.
Discesi dei gradini di marmo consumati ho bussato appena, senza aver ottenuto risposta ho spinto la porta accostata: oltre la soglia il disturbo sul viso è svanito, con la stessa rapidità con cui era comparso.
Nel locale dalle pareti bianche, spoglie e umide, Lei, la Maestra, mi ha accolto con un sorriso, appena visibile dietro la maschera imperfetta; poi ho salutato anche gli altri Alunni, come me senza volto, come i manichini del negozio.
Non mi sono spaventato, non erano spaventati, la scena appariva logica, pur nella sua surreale follia. Una volta seduti, Lei, come niente fosse, ha iniziato a parlare: si è presentata, ci ha fornito particolari inerenti alla sua professione, dilungandosi poi sullo scopo del corso, le finalità, le ambizioni. Ascoltavo, ma non riuscivo a seguire bene il filo del discorso, guardavo gli altri, convinto che tutti indugiassimo sulle stesse domande:
«Perché senza volto? Perché la maschera? Perché siamo qui?»
Il primo incontro è passato così, vago, solo una muta raccolta di dati.
Fra un appuntamento e l’altro, però, c’era la possibilità e il tempo di riflettere, di ordinare le idee. L’ozioso tragitto del pullman, andata e ritorno, spronava a cercare, tornavano alla mente dubbi, angosce, ostinazioni ad occultare la grande ricchezza delle nostre debolezze, la convinzione che l’enigma dei volti assenti e della maschera non avrebbe mai trovato risposta.
Solo con il trascorrere del tempo, degli incontri e dei confronti, il desiderio di comunicare e di capire, con lentezza contribuiva alla comparsa di alcune tracce: una confusa espressione degli occhi, un accenno di labbra. Seppure fra timidezze e sospetti, la conoscenza rimuoveva le placche sclerotiche depositate sulle emozioni, rivelava le immobilità, i desideri non realizzati, i sogni sfuggiti, i dolori patiti, le umiliazioni subite, l’inadeguatezza del vivere, e infine, la paura: l’orrenda paura del silenzio che scende inesorabile sulla vita dei senza ricordo.
Per alcuni di noi qualcosa cambiava. Per altri non c’era che la continuità dell’assenza: volti vuoti ed effimere apparenze; manichini adatti a indossare vestiti utili a coprire inganni e povertà.
Quei lontani incontri non hanno chiarito del tutto il senso dell’inutile cammino che alcuni esseri umani sentono di dover compiere.
Lei, la Maestra, ha continuato a tenere alta la maschera lacerata dalle contraddizioni, incapace di evadere dall’immagine svilita, imposta dalla mediazione sociale, dal cinismo delle convenzioni, dall’aridità del denaro.
Noi,gli Alunni, non abbiamo mai rivelato per intero il nostro volto.
Con difficoltà siamo riusciti a donare e a prendere qualcosa, brani incompleti sgusciati via da piccole crepe aperte sulle nostre esistenze. Dopo, la crudele forza della vita, ancora una volta ha chiuso, ha separato, ha disperso pensieri e figure, ha ricacciato nella nicchia della solitudine parole che forse mai nessuno raccoglierà.
I dieci incontri al Lavatoio contumaciale, lì dove un tempo si purificavano gli abiti delle persone contagiate, hanno infettato l’animo con germi di triste malessere: per una conoscenza incompleta, per un volto non definito, per la precoce fine di un affetto appena nato.
Ancora una volta, angosce e inquietudini sarebbero tornati di esclusivo patrimonio di singoli individui soli: i nostri giardini segreti.
Per quanto, benché oramai lontane, ricordo ancora le sue parole, a commento della poesia che avevo scritto per Lei:
«Il Tempio delle illusioni ci deve spingere a fare di meglio, perché non esiste un’altra strada, non si può tornare indietro dopo avere scoperto l’ebbrezza anche di un solo verso.»
23 Giugno 1999