LA FOTO OVALE

                     A Pina Ciavarro (1928-1949)                                            
                                                                  
                                                                   Photographie tu es l’ombre
                                                                             Du soleil
                                                                   Qu’est sa beautè.
                                                                                       Guillaume Apollinaire


Una fiamma leggera mantiene in ebollizione l’acqua contenuta in una pentola. Ogni tanto qualche sbuffo di vapore supera l’ostacolo del coperchio chiuso, lo solleva e dopo tanta fatica per evadere in un istante si dissolve nell’aria. Non manifestano eccessivo interesse per l’evento, i due personaggi seduti in cucina. L’orario del consueto pranzo giornaliero è trascorso, ma loro continuano a discutere e sembra non abbiano la minima voglia di mangiare un pasto preparato più per abitudine che per reale necessità. Seduto, le spalle curve mal poggiate alla spalliera, raggomitolato come se volesse pian piano avvolgersi su se stesso, diventare minuscolo e scomparire, lui segue solo alcuni brani del discorso; a testa bassa continua a giocherellare con le stanghette degli occhiali. Lei, da qualche tempo ha smesso d’aggredirlo con slanci istintivi, l’illusione di scuoterlo dall’abituale torpore è ormai svanita. L’esperienza le ha consigliato un altro modo di sollecitarlo alla vita, un atteggiamento diverso. Nonostante ciò, la comprensione ogni tanto viene meno, la passione ha il sopravvento, la voce diventa decisa, in netto contrasto con l’aspetto mite: seduta sul margine della sedia, il corpo proteso in avanti, i gomiti poggiati sul tavolo… ma basta un attimo del suo sguardo per tornare alla realtà, ora è di nuovo tutto normale.
“No, tranquillo, non ho intenzione di proporti ancora il mio punto di vista, sono discorsi stanchi quelli che potrebbero nascere. Abbiamo parlato a sufficienza e arrivati a questo punto non potremmo far altro che ripetere. Ti chiede di accompagnarmi, se vuoi. So bene che per te non rappresentava nulla ed anche per me, in fondo, non era che una persona oramai lontana, però mi è stato accanto per un lungo periodo della vita, ho di lui dei bei ricordi; ora non c’è più e vorrei salutarlo per l’ultima volta, tutto qui!”
Francesco attende un po’ prima di alzarsi dalla sedia. Accenna ad un sorriso e, mentre solleva le spalle, con un gesto delle mani rafforza l’immagine di una totale rassegnazione agli eventi. Si allontana dal tavolo, spegne il fuoco sotto la pentola e inizia a sistemare le stoviglie che oggi non useranno.
“Non capisco perché mi accusi sempre di un qualcosa che sei tu a pensare. Certo un funerale non è un evento che può suscitare entusiasmo, non scoppio di gioia neanche per avvenimenti che di solito riescono a provocarlo, figuriamoci per cose del genere. Però ti accompagno volentieri se la cosa ti fa piacere; basta che andiamo col treno, non ho voglia di guidare per così tanti chilometri.”
Antonella sembra soddisfatta della risposta e anche dell’atteggiamento non troppo odioso; si rilassa, tira un respiro profondo, poi lo aiuta a sistemare le poche cose rimaste sul tavolo: l’acqua e il vino nel frigo, piatti e bicchieri nel primo pensile a destra, la tovaglia a quadrati rossi e bianchi nel secondo cassetto.
Dopo aver controllato l’orologio, lei corre in bagno, sistema alla meglio i capelli rossi, un ritocco al trucco, una nuvola di profumo e scappa via per l’apertura pomeridiana del negozio. Lui, accanto alla porta d’ingresso, la saluta con un bacio e attende un attimo prima di chiudere, spesso per la fretta dimentica qualcosa: un foulard, le chiavi di casa, una cartellina piena di fogli.
Oggi non torna. Non ha dimenticato nulla.

Con fastidio Francesco pensa agli impegni pomeridiani: andare alla stazione, controllare l’orario del treno, comprare i biglietti, prenotare l’albergo, recarsi al solito negozio di Belle Arti. Entra nello studio per verificare i colori di cui ha bisogno. Tele bianche, dipinti, pennelli e tubetti schiacciati sono sparsi un po’ ovunque: una gran confusione dove lui riesce bene a districarsi, è la sua confusione e un qualsiasi altro ordine gli sarebbe estraneo e sgradito. Nell’ampio appartamento seminterrato dove abita, due finestre si affacciano su una piazzetta appartata, dall’aspetto intimo, abituale ritrovo di conosciuti pensionati. Panchine, aiuole curate, dei fiori, qualche albero, tanta erba verde. Quando non c’è traffico si sente il rumore del mare, lontano solo pochi passi, appena oltre la strada.
In prossimità della finestra, sistemati con cura, alcuni quadri sono esposti in modo da non dare la sensazione di essere lì proprio con il preciso intento di una possibile vendita; il pensiero dell’arte vista come merce e proposta come prodotto commerciale lo disturba molto, così, con questo sistema, assolve a due compiti: rendere visibili le opere e tacitare la coscienza. Dietro i vetri, i cupi ambienti marini, le onde minacciose, i cieli tempestosi e gli inquietanti volti di donna, attendono come insospettabili prostitute. Al di là delle ragioni, il risultato, in pratica, è proprio quello sperato. Le persone che passeggiano, soprattutto durante le giornate festive, non riescono a ignorare le appariscenti macchie di colore, quindi, ambiguamente adescate, si avvicinano, scrutano, mostrano interesse e cercano di mettersi in contatto con l’autore, con lo stato d’animo di chi vuol sollecitare ad una vendita, inattesa, non premeditata.
Oggi deve uscire, quindi, non può mettersi d’impegno all’ultimo lavoro; si avvicina alla finestra e con una carezza per ognuno, sollecita ad uscire da casa la piccola comunità di gatti che ospita. Cuscini colorati sistemati nei punti preferiti, sono gli abituali luoghi d’ozio dei suoi amati felini. Sul cuscino giallo c’è Lucifero, un maschio certosino che alla prima carezza si stiracchia e va via. Su quello lilla c’è Cleo una femmina bianca e nera che preferisce farsi coccolare prima di prendere l’inevitabile decisione di uscire. Su quello rosso c’è Satana, un altro maschio, nero, che al rito si alza, ma spesso non mostra nessuna intenzione di andare via; lo guarda negli occhi come volesse dire: «Esci pure, io resto qui!» Poi si gira sull’altro fianco e riprende sonno. Francesco lo lascia stare, sa bene che è inutile sollecitarlo, Satana esce solo se vuole uscire e ora non vuole. Poi gli altri due, che vanno via senza malumori: sanno che tornerà presto e presto ritorneranno sui loro morbidi cuscini. Resteranno in attesa sull’erba, sotto la finestra.

La strada più breve per giungere alla stazione ferroviaria è un ampio viale chiassoso, pieno di gente e di attività commerciali; anche il negozio dove acquista i colori è lì, tuttavia, per evitare fastidiose folle di consumatori, Francesco preferisce percorre la via litoranea, un po’ più lunga ma senz'altro più tranquilla. La giornata quasi primaverile rende piacevole passeggiare. Senza fretta si ferma a guardare il mare, una delle fonti d'ispirazione delle sue opere.
Il rituale lavoro di verniciatura delle attrezzature per la prossima stagione estiva procede spedito: il gestore dello stabilimento balneare vicino casa, uno dei suoi pochi amici, si accorge di lui e con un gesto della mano lo invita a scendere. Francesco sorride, respinge l’invito, lo saluta, e riprende il cammino. Alla stazione acquista i biglietti; nel negozio di Belle Arti i colori; quindi prenota una camera d’albergo. Assolti così gli impegni, controlla l’ora: è ancora presto! Antonella tornerà fra due ore, può riprendere a dipingere il quadro iniziato giorni fa.

La mattina seguente, attendono in stazione un treno che ovviamente ritarda. Contano di fermarsi solo due giorni e per due giorni, come bagagli sono sufficienti una gran valigia per lei e una piccola per lui, nient’altro. Annunciato da una voce gracchiante, il treno si ferma, dei passeggeri scendono, loro salgono e si riparte. Per trascorrere in serenità le ore di viaggio, è necessario uno scompartimento libero o occupato in parte da persone dall’aspetto tranquillo. Dopo vane ricerche, la scelta cade su dei posti accanto ad una famigliola, a prima vista, affidabile: un papà calvo e dal cipiglio severo; una mamma dai capelli biondi dall’aspetto più mite; un figlio di circa dodici anni, vestito troppo da adulto per essere a proprio agio.
“Sono occupati i due posti vicino al finestrino?”
Alla domanda di Francesco il papà calvo risponde con un faticoso sorriso e un sofferto: «No, prego!» Appena il tempo di sistemare le valige e il treno ha già ripreso velocità. Le cose da fare durante il viaggio non sono poi molte, si può leggere, ascoltare un po’ di musica, parlare, due passi lungo il corridoio.
Francesco, continua ad osservare Antonella, mentre, seduta di fronte a lui, concentrata sulle righe legge un libro: la gonna che lascia un po’ scoperte le gambe accavallate, il corpo piccolo e sensuale, il seno rotondo e ben proporzionato, il collo, il volto dai tratti delicati, la pelle rosa come quella di un bambino, il vezzo tutto femminile di sistemare i capelli scesi sul viso con un gesto morbido della mano, la loro testardaggine nel ricadere subito dopo nella stessa posizione. Ascolta il prepotente desiderio, l’affetto, la stima… l’amore? No, non crede di poter amare! È il suo problema questo, un grave, viscoso turbamento che lo accompagna fin dall’adolescenza, un’incompresa, ricorrente sensazione di essere fuori tempo, un ritardo, una scomparsa, un vuoto.
Il viaggio prosegue senza imprevisti, somiglia molto alla loro vita questo: un rapporto che non offre grandi spunti d’entusiasmo né grandi delusioni. La osserva ancora, mentre decide di fermare i capelli dietro la nuca. Lei è diversa. Lei ha intuito subito il comportamento più idoneo per attirare l’attenzione, come avrebbe dovuto agire per avvicinarlo e cosa avrebbe potuto attendersi da lui. Fin dal primo fortuito incontro, in quell’edicola vicino alla piazza dove di solito acquistano quotidiani e riviste, entrambi hanno tentato di mascherare una reciproca, forte attrazione fisica.
In un successivo incontro, è stato Francesco ad azzardare un approccio, piuttosto insolito vista la sua natura schiva.
“Mi perdoni se la disturbo, ma ho la sensazione di non esserle troppo simpatico. Non è una certezza, per carità, eppure, ogni volta che ci incontriamo lei fugge via come se provasse disgusto per me, mi dispiace, in futuro cercherò di evitare ogni occasione.”
 Una frase così, tanto per sondare il terreno; e una risposta inattesa:
“Lei sbaglia, interpreta male una naturale riservatezza.”
Dopo quel rapido scambio di frasi un po’ formali, seduti al tavolino di un bar, hanno parlato a lungo, per conoscersi meglio, come nei giorni a seguire, fino a quando il rapporto ha subìto una svolta.   
Un freddo pomeriggio autunnale, superati, in modo non troppo agevole un portone malridotto e un androne devastato dai lavori di sistemazione dell’impianto elettrico, ha esitato a lungo prima di affrontare le due rampe di scale che lo separavano dalla meta. Davanti alla porta d'ingresso ha rivolto uno sguardo risentito ai pochi gradini, come a rimproverarli d’aver assolto troppo in fretta al loro compito.
Premuto il campanello, l'ultimo alibi a disposizione: per un attimo ha sperato che la porta non si aprisse.
Antonella, invece, lo ha accolto con un sorriso sereno. Dopo una breve sosta nel piccolo ingresso, per togliersi il cappotto, sono entrati nella stanza vicina: pareti bianche, qualche quadro appeso, pochi mobili, un divano, semplice arredamento di un ambiente decoroso e senza pretese.
“Hai accettato il mio invito, sono contenta. Siediti, mettiti comodo, non stare lì rigido... sul divano, sul divano!”
Dopo aver acceso una radio mantenuta a volume basso, lei si è seduta accanto. Per qualche istante Francesco l’ha osservata, in silenzio: così piccola, le gambe raccolte, l’aspetto da animaletto curioso, i fianchi morbidi, quegli occhi neri che lo hanno colpito... occhi neri!Incomprensibile ossessione. Ha organizzato qualche frase, tanto per diradare quell’aria sensuale che subito si era creata; non è stato difficile trovare gli argomenti, Antonella è una donna intelligente e sensibile.
Qualche minuto ed ecco già i primi disperati tentativi di negare il motivo della visita. Ricorda le parole, era stata lei ad invitarlo:
“Perché non vieni a trovarmi, abito sola, possiamo parlare tranquilli!”
Oh, che ingenua, deliziosa malizia... come se un uomo accettasse un invito simile solo per parlare tranquilli! Un vero uomo non si perde in ciance, l’istinto farà da padrone, saltare addosso e via. E invece parla e parla ancora, pigiato col fianco sul bracciolo del divano, con lei che avanza minacciosa e lo guarda come si può guardare qualcosa di tanto interessante. Traspare dagli occhi lo stato d’animo tipico in cui un corpo dichiara ad un altro corpo desideri ed emozioni.
Poiché lui continua a perdere tempo, Antonella si decide a spegnere la luce più forte; resta solo il chiarore di una lampada ad isolare il divano dal resto della stanza, occupata dalla musica ruffiana di sottofondo. Una scena di seduzione a ruoli invertiti.
“Sei piuttosto monotono, sembri un minatore dell’animo, non ti rilassi mai? Continui a parlare di una Dea, di un essere perfetto, non mi lasci molto spazio, quanto posto ho a disposizione!” Lo rimprovera.
Francesco non risponde, riflette. Antonella si avvicina. Ora sente il suo corpo accanto, ne avverte calore e profumo; reagisce come un adolescente spaventato… però il divano è finito. Si difende. Alza un muro di parole:
“Perché una Dea, non è una Dea, è una donna. Certo, non nego che potrebbe apparire come un riferimento astratto… d’altra parte, tu le somigli molto!”
“Ah, smettila per favore, parli… di una cosa che non esiste. Puoi forse discutere con lei?”
“Sì potrei... no, non posso!”
“Le puoi esternare i tuoi dubbi, i tuoi problemi?”
“No, che importanza ha questo.”
“Come non ha importanza!”
“È inutile, non è importante ti dico.”
“Vedi?! Non ti rendi conto che sacrifichi la tua felicità sentimentale in nome di una pura entità spirituale, inesistente. Io non ti capisco! In ogni caso, se sei qui una ragione ci dovrà pur essere, non puoi negarlo.”
“No aspetta… non posso… mi dispiace! Dici «Non esiste» forse è la verità o forse no. Quello che riusciamo a percepire è solo un’insignificante porzione di quello che è; solo le sensazioni ci possono aiutare, e la mia sensazione è che Lei…”
Lei chi, di chi parli!”
Lui, confuso, risponde senza rispondere dopo un lungo istante di silenzio:
“Mi chiedi qual è lo spazio a tua disposizione? Tutto lo spazio reale, Antonella… del sogno, invece, solo Lei ne è la padrona.”
Antonella non sembra entusiasta di come va il pomeriggio, tuttavia, il brano di rimediabile follia non cancella i suoi propositi. Una volta libero, Francesco recupera il cappotto e si avvia verso l’ingresso. Lei lo raggiunge, apre la porta, lo saluta con un casto abbraccio e un bacio sulla guancia.

Il treno dopo aver viaggiato lungo la riva del mare si inoltra nella campagna. Il cambio di panorama e un tono di voce severo riportano la mente di Francesco nello scompartimento. Non afferra il motivo di tanto predicozzo ma, a giudicare dalle parole, non sembra così grave la mancanza. Il papà rimprovera il figlio agitando le mani in aria come un oratore; furioso, continua a colpirlo con epiteti e spettri di dure punizioni. Il bambino si è fatto minuscolo, con le mani nascoste fra le gambe serrate e la testa bassa, lo sguardo umiliato e pieno di vergogna nei confronti degli estranei. Francesco sopporta male la scena. Un simile accanimento nei confronti del povero dodicenne vestito da adulto gli sembra eccessivo, nonostante ciò, non dice nulla, comprende che intromettersi sarebbe inopportuno: sconterà le inevitabili conseguenze in futuro, quando sarà troppo tardi… il papà!
Ore di viaggio fra campi coltivati, gruppi di case, stazioni di paesi dove il treno compie brevi soste, infine, eccoli giunti a destinazione. Un gelido saluto ai deplorevoli compagni di viaggio, un sorriso pieno di comprensione per il bambino e scendono. Si inoltrano nel tunnel che supera i binari. Fuori dalla stazione, Francesco osserva la piazza, le strade che da essa si diramano. Nessun cartello a indicare il centro del paese, eppure, dopo un istante di riflessione, afferra le valige e si incammina.
Antonella, meravigliata, lo segue. 
“Come fai a sapere che è questa la strada, sei già stato qui!” Lo interroga curiosa dopo pochi metri.
“No, è la prima volta. Un gesto istintivo, forse somiglia a qualche altro posto... sarà questa la direzione?”
“Non so… mi sembra… dovrebbe…” Risponde confusa.
Attraversata la piazza, prende la via a destra, un viottolo a sinistra poi di nuovo a destra, ed eccoli davanti all’albergo dove ha prenotato la stanza: Antonella l’ha seguito senza fiatare, sempre più perplessa di fronte alla sicurezza del compagno. L’hotel, anche se non di prima categoria, appare tranquillo. Davanti all’entrata, Francesco posa a terra le valige. Si guarda attorno, come fosse sorpreso nel riscontrare che il posto è proprio quello giusto. Non ha il tempo per riflettere, la porta d’ingresso si apre e un signore vestito in modo impeccabile, fluenti capelli brizzolati, baffoni, magro da far spavento, domanda:
“I signori ***?” e ricevuta conferma prosegue “Ben arrivati!”
Si impossessa quindi delle valige, riesce a sollevarle, nonostante l’aspetto gracile e macilento e li precede su per le scale.
Nella stanza sistemano le loro poche cose, una doccia ed è già sera. Escono di nuovo per cercare una trattoria, cosa affatto complicata, il paese è molto accogliente. Dopo cena tornano in camera e si addormentano.
Il funerale è fissato per l’indomani alle undici.

Dopo una prima colazione abbondante, si recano a piedi verso il luogo fissato per la cerimonia. La chiesa da raggiungere si trova sopra un accennato rilievo, un’ipotesi di colle al centro di un parco, vasto rispetto alle ridotte dimensioni della cittadina. Un classico monumento ai caduti di tutte le guerre precede l’entrata e oltre, vialetti curati, un manto erboso in perfette condizioni, alberi dalla folta chioma, panchine ovunque, un invito ad una sosta rilassante. Superato un centro sportivo e un’antica casina adattata a bar, ecco l’edificio religioso, anonimo e privo di particolare interesse architettonico. Sono in anticipo rispetto all'ora stabilita; un’altra funzione religiosa è in pieno svolgimento. Si avverte un coro, e Antonella teme di vedere quell’espressione sul volto di Francesco, che detesta simili manifestazioni di sacro tripudio, di gioia osservante, d'estasi mistica. In questa occasione, per fortuna, riesce a superare l’ostilità verso le greggi oranti in modo sollecito: pochi minuti, lo stato di tensione passa e si può proseguire.
Distanti dall’entrata c’è un piccolo gruppo di persone; Antonella affretta il passo; da lontano la vede salutare e baciare; lui non conosce nessuno; si avvicina solo quando, con un gesto della mano, lei lo invita.
Alla spicciolata arrivano altri parenti e conoscenti, alcuni commossi, altri meno. Baci di condoglianze, frasi di circostanza, nessuna disperazione, sembrano tutti consapevoli che la morte non è poi questa gran tragedia quando reclama i suoi diritti al momento giusto. Arriva il carro funebre. Degli uomini in abito scuro trasportano all’interno della chiesa la cassa di legno chiaro. Francesco attende in disparte. Per ultimo oltrepassa la soglia del tempio e si sistema accanto ad una colonna, prossimo alla via di fuga.
L’intermediario celebrante si prodiga in un’orazione funebre noiosissima. Si intuisce che non conosce il defunto; farfuglia frasi fatte e banalità d’ogni genere; ed è anche grasso e sudaticcio. Francesco, infastidito, raggiunge la compagna poco più avanti, accenna sottovoce all’intenzione di uscire, e sollevato dall’amabile sorriso d’assenso di lei si allontana. All’aperto tira un respiro profondo, prende una caramella dalla tasca della giacca e si avvia verso il luogo intravisto all’arrivo.
Un lato confina con uno dei muri della chiesa. Il cancello pieno di ruggine è aperto. Non si è mai posto troppe domande sull’argomento, segue solo l’impulso, ascolta il senso di benessere che lo avvolge una volta all'interno, nulla più: i cimiteri sono una delle sue poche passioni.
Sul luogo gravano dolori recenti, ferite non ancora rimarginate, niente d’antico. È solo, non c’è neanche l’immancabile vecchietta a fargli compagnia. Senza entusiasmo prosegue. Fra i vialetti osserva lapidi, nell'attesa che il rito termini.
Lo spesso strato di ghiaia bianca stride sotto i piedi. I nomi, le date, le foto, gli epitaffi. Incisi sul marmo una frase di commiato, un’espressione di sofferenza, un sonetto. Scruta un omaggio curioso, un volto troppo giovane per la morte, un loculo nascosto da nuvole di fiori, e un altro senza un fiore… come quello laggiù, abbandonato chissà da quanto tempo. Pochi passi, la ghiaia stride, ancora pochi passi, si china per osservare meglio la foto ovale.
“Fanny!”
Il suo nome gridato prima di leggere il suo nome. Un’emozione breve, acuta, lacerante. Seppure smarrito subito torna in sé. È sconvolto al pensiero che qualcuno abbia potuto udire la sua illogica perdita di controllo. Si guarda attorno, e accertata la totale solitudine, torna ad osservare la lapide bianca. Legge il nome e il cognome: Fanny ***, l’anno di nascita 19**, e quello di morte 19**, anno in cui lui nasceva. Un vestito chiaro, i capelli costretti in una pettinatura antica; segue i contorni del viso, il collo sottile, la bocca carnosa, gli occhi… i suoi occhi neri da cerbiatta triste.
Due fiori secchi dentro un vaso di marmo coperti di polvere e una lampadina spenta.
“Fanny!” Ripete a voce bassa, mentre sorride e tenta, senza successo, di carezzare la foto.
Ogni riflessione è interrotta dalle prime persone che escono dalla chiesa: la funzione è finita. Non vorrebbe ma deve raggiungerli.
“Ritorno Fanny ritorno!” Sussurra.

Per essere tumulata nel cimitero da cui si è appena allontanato, la salma compie l’ultimo breve viaggio. Antonella nota il suo stato d’agitazione, nonostante la volontà di nasconderlo. Chiede spiegazioni, ascolta, trova adeguate le parole, plausibile la giustificazione, lo conosce bene. Insieme si dirigono verso un loculo aperto, lì dove sarà sistemato il defunto. Francesco, sempre un po’ distante, osserva curioso l’atteggiamento delle persone di fronte allo spettacolo della morte: si avvicinano cauti alla tomba aperta, scrutano l’interno oscuro, e subito si ritraggono spaventati. Prima che la cassa sia infine sistemata la toccano appena, poi baciano le dita e la toccano di nuovo. Scrutano con insistenza il loculo come se cercassero qualcosa, per ritrarsi poi più spaventati di prima. Qualcuno preferisce tenersi alla larga dalla macabra danza. Gli addetti alla tumulazione, sfruttando stordimento e ignoranza delle regole, avanzano inesistenti difficoltà, che saranno cancellate subito dal denaro. Pochi minuti, un po’ di calce, quattro mattoni ed è tutto finito.
Sulla strada del ritorno lui la segue con difficoltà nei ricordi e nelle sensazioni, la mente è altrove.
In albergo, la seconda e ultima notte, distesi sul letto, Antonella, dopo aver letto due righe appena del libro si addormenta; Francesco, invece, ha la sensazione che non riuscirà a prender sonno. Infatti, un’ora dopo, è ancora lì, con gli occhi aperti e il pensiero di Lei che non dà tregua. Si alza; beve un bicchiere d’acqua; gira per la stanza senza fare rumore; osserva invidioso il sonno profondo in cui è immersa Antonella. Vorrebbe andare, un ultimo frammento di ragionevolezza denuncia la follia nascosta nella decisione, inutilmente: di fretta si veste ed esce. Sorpreso da un’incontenibile euforia affretta il passo, al punto che le gambe sembrano incapaci di seguire il ritmo e la premura della mente. Così forte il desiderio di tornare da Lei che un’esitazione, al pensiero del cimitero chiuso, è travolta in un istante dalla ferma determinazione a superare qualunque ostacolo. Peraltro, la preoccupazione si rivela presto superflua, il cancello è rimasto così come l’aveva lasciato poche ore fa.
Unicamente la tenue luce dei lampioni e le lucerne sui loculi illumina l’ambiente. Senza esitare supera la soglia, deve andare da Lei.
 “Ciao Fanny!” mormora con voce rotta dall’emozione “Vedi, sono tornato, te l’avevo promesso!”
Quindi tace, come se d’improvviso si rendesse conto dell’assurdità della situazione. Si guarda attorno, e attorno c’è soltanto silenzio e morte. D’improvviso lo assale una consapevole paura, piena d’incertezze e dubbi. Si avvicina di più alla tomba, come se cercasse in Lei protezione. Con la sola luce del lampione lontano non riesce a distinguere bene il suo viso. L’espressione di Fanny sembra diversa da questa mattina, meno triste, meno malinconica. Osserva ancora, senza accorgersi della nebbia che allontana paure, incertezze e dubbi.
Accanto a Lei si dissolve quella sensazione di vuoto, di perdita, di scomparsa; accanto a Lei non avverte il tempo che passa, ma il pensiero di Antonella lo stesso lo sorprende.
“Ritorno Fanny ritorno!” Ripete come la prima volta, carezzando la foto prima di andare.
In camera, immobile oltre la porta chiusa, la guarda mentre tira un respiro e si volta nel letto. Lei dorme, non si è accorta di nulla.

Il giorno dopo, seduti a tavola per la prima colazione, Antonella fatica a seguire il discorso di Francesco; non comprendere i motivi che lo spingono a voler restare ancora qualche giorno. C’è qualcosa di strano nella richiesta, che sommata alle altre stranezze, mettono il suo stato d’animo in viva apprensione. Parla di «Luoghi da scoprire, di curiosità culturali, di occasione di riposo» parla in un modo insolito, troppo insolito. Tuttavia, anche per necessità di chiarezza, non ha difficoltà ad assecondare i suoi desideri.
Le ore trascorrono come in un classico giorno di vacanza. Per visitare una vicina meta turistica prendono un pullman. Chiese, monumenti, palazzi, pranzano in un ristorante, riposano su un prato, tutto andrebbe nel migliore dei modi se non fosse per la costante assenza di lui. Parlano, ma Francesco sembra pensare ad altro; spesso lo coglie distratto, pensieroso, durante il pranzo ha fissato a lungo il piatto vuoto. L'intuito femminile suggerirebbe ad Antonella una possibile origine del disturbo, purtroppo l’impressione aderisce male a soggetto e condizione.
Trascorsa così la giornata fra attenzione di lei e distanza di lui, tornati in albergo si preparano per la notte.
Antonella legge un paragrafo del libro, poi spegne la luce, ma non si addormenta. Mezz’ora dopo, certo di replicare l’esperienza della sera precedente, Francesco si alza dal letto. Esce dal bagno rasato, pettinato, vestito come se dovesse recarsi ad un incontro galante con la vita, non con la morte. Lei, con un brutto senso d’angoscia dentro, per qualche istante, come paralizzata, insiste nella finzione del sonno anche se lui è già uscito, quindi si veste e lo segue.
Lui, con le gambe molli, sente il ritmo del cuore aumentare all’approssimarsi del cimitero. Lei, cerca di rammentare le donne che ha incontrato, e smania di conoscere l’artefice dell’impresa. Lo segue per un lungo tratto senza badare alla strada, ma quando si rende conto della direzione ha un violento turbamento.
Francesco ha superato il cancello, non riesce più a scorgerlo, avverte un brivido, tuttavia, la decisione di non entrare presto è sopraffatta dalla curiosità di sapere chi è la pazza che ha accettato d'incontrare un uomo in un posto simile, ad un'ora simile. Così, evitata la ghiaia che sa di poterla tradire, si avvicina, in punta di piedi, come una cospiratrice. Si ferma appena riesce a distinguerlo di nuovo, vicino alla tomba, fisso, con lo sguardo alla lapide.
Intorno non c’è nessuno.
Nonostante lo sforzo non riesce a capire cosa succede, cosa sono questi atti di follia. È appena trascorsa la mezzanotte e spia il suo compagno immobile davanti ad un sepolcro.
Interminabili minuti di immobilità, di stupore e di silenzio, poi, d’improvviso, la scena cambia. Una nebbia leggera sembra uscire dalla lapide. Dalla foto ovale scende verso il suolo e si anima contorcendosi in sinuose spirali, simili ai tentacoli di una piovra, attorno a Francesco. Antonella si volta per verificare se nei pressi avviene lo stesso fenomeno, ma il resto del cimitero è aperto e chiaro di luci fluttuanti di lucerne, di deboli lampioni, di uno spicchio di luna. La nebbia aumenta, acquista consistenza, il corpo di lui ora ne è interamente avvolto; appare a tratti sfumato, ora indistinto, ora vago, ora rarefatto. Cancellate dal fumo umido dei tratti scompaiono, quindi riappaiono. Antonella si sente mancare quando per un istante lui svanisce. Riesce ad allontanarsi; tira dei respiri profondi, sente l’aria scendere nei polmoni e il formicolio agli angoli delle tempie attenuarsi. Tornare in albergo è la cosa migliore, con passo veloce e senza ripensamenti.
Una volta chiusa nella stanza, si stende sul letto: è difficile riflettere, troppo solida la ragione, non vuole credere, non può credere.
Quando rientra, come nulla fosse accaduto, Francesco si corica e si addormenta; mentre per lei, il resto della notte è un vortice di avvenimenti da capire.
Con una scusa credibile, una visita a dei parenti assenti al funerale, il giorno dopo, Antonella, lo informa di come intende trascorrere la mattina. Lui, senza chiedere spiegazioni maschera l’entusiasmo.
Fuori dell’albergo le loro strade si dividono.
Non è complicato seguirlo di nascosto nei suoi spostamenti cittadini, e neanche attendere con pazienza che finisca il lavoro. Una volta lontano, supera il cancello del cimitero e si avvia verso la tomba. Trova tutto pulito e in ordine: la luce di nuovo accesa, il marmo bianco, fiori gialli nel vaso di destra, vuoto quello di sinistra, come lo spazio sulla lapide accanto alla foto ovale… Fanny ***, 19**, 19**… i suoi occhi neri, quegli occhi che lui ha sempre celebrato, gli occhi neri della sua Dea… La sua Dea! La sua Dea!… con un gesto impulsivo di rifiuto si allontana in lacrime.

Anche nelle notti successive l'ha seguito, e senza mai dire nulla, ha assistito al ripetersi dell’evento.
La nebbia leggera che esce dalla foto ovale e scende verso il suolo, si anima, si contorce in sinuose spirali, simili ai tentacoli di una piovra, aumenta, acquista consistenza, il corpo ne è interamente avvolto, appare a tratti sfumato, ora indistinto, ora vago, ora rarefatto, cancellate dal fumo umido dei tratti scompaiono, quindi… ma l’ultima notte, svanito, dissolto nell’abbraccio, lui non è più riapparso.
È rimasta lì ancora un po’, anche se, oramai scomparsa la nebbia, non c’era più nulla da attendere o da vedere, se non la solita rappresentazione della morte. E una volta libera dall’immobile torpore, si è avvicinata per osservare a lungo la tomba con due foto ovali. Nello spazio di sinistra: Francesco ***, nato nel 19**, morto nel 19**, ora accanto a Lei, per sempre… mentre la notte, prossima alla fine, cedeva il posto alle prime luci dell’alba, tornate ad illuminare la sola realtà a noi concessa.

18 Giugno 1998