DISEGNANDO… PAROLE

 

POESIE

 

 

 

                                                                    A MIA MADRE

 

 

INDICE

1 - Nota di lettura
2 - Il viaggio
3 - Attimi
4 - Laura
5 - Oltre l’immagine
6 - La strada
7 - Frammenti
8- Un colpo di vento
9 - Silenzio  
10 - Immortalità
11 - A mio Padre
12 - Il treno
13 - Due corpi distinti
14 - Chirurgia 1, letto 26
15 - A me stesso
16 - Incontrando la vita
17 - L’anello
18 - La notte
19 - Quattro ore
20 - Natura
21 - La collana
22 - Il giorno
23 - Il volto e la maschera
24 - La lapide
25 - La fede
26 - Maestro
27 - L’inutile impresa
28 - Taglio d’azzurro
29 - Le false croci
30 - Silenzioso canto
31 - Lo scrigno vuoto
32 - L’ultima luna

Clicca sul numero accanto alla poesia che desideri leggere.

La foto di copertina è di Claudia Perinelli.
Le foto alle poesie 4 - 6 - 17 - 27 - 28 sono di Massimo Perinelli.
Le foto alle poesie 7 - 8 - 12 - 16 - 23 - 32 sono di Luigi Masini.

 

 

 

 

NOTA DI LETTURA

Prima di iniziare è bene precisare due cose importanti: questa non è una raccolta di poesie, quindi, l’autore di questi modesti disegni non è un poeta.

Negli anni passati ho avuto vari punti di riferimento con caratteristiche immobili e granitiche, prigioni o gabbie in cui costringere idee, opinioni e comportamenti. La differenza sostanziale fra chi inizia a diventare grande e chi resta piccolo, a mio avviso, è la capacità, nel corso dell’esistenza, di renderci conto che queste esistono e che condizionano la nostra storia. Conosciamo quella curiosa forma d’esperienza fisica interpretata dalla psicologia e dalla parapsicologia, nei rispettivi campi, come schizofrenia, piano astrale, bilocazione e altro ancora: vedere il proprio corpo fuori dal corpo, i propri difetti, le proprie capacità. Per essere accolti nell'ambito della vita, è necessario il possesso della ben nota coscienza di sé, è necessario sentire se stessi e se stessi come parte del tutto, altrimenti si è solo un nobile organismo vivente. Per semplificare, si può dire che, presa come base la consapevolezza, possiamo dividere gli esseri umani in:  vivi vivi, vivi morti, morti morti e morti vivi.
Questa esperienza non è priva di conseguenze, anzi, si scoprono molte cose, ma la più importante non è una scoperta bensì una scomparsa: svanisce il metafisico, svanisce dio e tutto quello che è la menzogna di dio; resta solo l’Uomo, Uomo è la storia, Uomo è lo Stato, Uomo è la morale, Uomo è il Potere, Uomo è la fantasia, Uomo è il sogno e così via.
Del divenire, delle rette vie verso qualcosa, delle false parolette: per, a motivo, perché, non resta nulla o quasi, resta solo quello che siamo, quello che sappiamo fare e la grande luce immobile della vita diventa tante piccole luci, senza nessun legame fra loro, tante possibilità, tanti dubbi, un puzzle con cui si può anche costruire una verità, ma che vale quanto le altre verità.
 Alcune delle mie prigioni sono state la morte, la politica, l’amore, il sogno e anche la poesia. Ho sempre detestato la poesia e i poeti, perché giudicati e condannati come casta arrogante e presuntuosa.
Godono della loro sofferenza, presunta origine della propria potenza creativa; spesso criptici, queruli, pieni di regole, codici, metriche, insomma pieni di tanti difetti insopportabili, però, così affascinanti nei temi da costringermi a bruciare tanta energia a sostegno del rifiuto.
La Morte ha seguito più o meno gli stessi canali di fascino e disprezzo; per la politica identico discorso. Poi però le gabbie si aprono, scopri mille varianti, scopri che anche tu vuoi scrivere, scopri che non esistono gli dèi. Vedi chiare le strade che hai percorso, lontano la tua timida via, hai paura ma continui a camminare, e d’improvviso tutto diventa un cielo di stelle.
Insisto nel non amare troppo i poeti, l’ambizione è di riuscire a pensare al dolore come a un mezzo che va superato e non un fine ultimo dell’esistenza. Se proprio vogliamo trovare una ragione allo scrivere e al far leggere ciò che scrivo, possiamo anche trovarla, avendo l’accortezza di non dare ad essa un valore assoluto, domani potrebbe essere diverso. Scrivere, come disegnare, è una necessità fisica. Fermare un’emozione che altrimenti andrebbe perduta, donarla a chi si ama, la vanità, ma soprattutto per rispettare la calunniata Sorella e consegnare a Lei, al termine del viaggio, solo uno Scrigno vuoto, nulla di più.

9 Aprile 1997

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IL VIAGGIO

Immobile attesa alla stazione dei pullman
mentre nebbia cinerea nasconde
                                      l’inerte rinuncia dal volto.
Si attenua l’angoscia incontrando i tuoi occhi
e l’istante sospeso rivela l’ignoto.
Lento nel traffico
                       uno sguardo
                                      e poi ancora la vita
certezza dispersa al vento del dubbio.
Devo scendere
un sorriso scioglie la maschera:
per chi è grigio il cielo?!

3 Marzo 1994

 

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ATTIMI

Ricordo
è stato solo un attimo
un attimo in cui la mente
ascoltava il silenzio
sopita la ragione
il cuore materializzò un sogno
oramai troppo lontano.

12 Dicembre 1994

 

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LAURA

Lentamente scompare fra le tue braccia
  la paura  della  solitudine
angosciosa, immancabile presenza
  di un passato senza i tuoi occhi.
Un tenero amore ci ha presto resi invisibili 
  ad  un  mondo oramai troppo lontano
  un amore vivo, in cui
rinasce ogni momento
  quel dolce desiderio di averti vicino
  quella quotidiana emozione 
  che solo il tuo viso sa donare.
Ancora per molto tempo la vita
  tenterà  di sorprenderci con furiosi
  attimi di inquietudine
  noi saremo lì ad attenderla
  indissolubilmente uniti in una sola anima.

12  Marzo 1995

 

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OLTRE L’IMMAGINE

Oltre l’immagine che lo specchio riflette
c’è un altro te stesso che a te stesso neghi.
Verità o menzogna!
Meschinità o grandezza!
Un possibile destino è impresso
in quella crisalide che è la tua anima
incompleta e muta
attende l’istante in cui scoprirai chi sei.
Fermati a ciò che lo specchio riflette
e un’occasione di vita avrà trovato il buio del nulla.
Vai oltre l’immagine
e sentirai il dolore della realtà cosciente
e la disperazione in un attimo di cammino senza meta.
Ancora più avanti
e nella continua metamorfosi dell’essere
un giorno
riconoscerai anche te stesso.

23 Marzo 1995

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LA STRADA

A Pucci, il mio gatto siamese
(22 gennaio 1977 – 13 maggio 1991)

Costretto sul fondo da obbligate certezze
l’uomo distoglie dalle stelle lo sguardo
e lo sprone del dubbio tramutato nel vero
acceca la mente oscurando la via.
Vile davanti  all’ignoto del cosmo
l’anima muta in cristallo severo
e sul viso coperto da una maschera acre
compare l’errore di sentirsi già dèi.
Chino, piegato sul lavoro del giorno, un colpo
poi un altro, un altro e un altro ancora
piccoli graffi inferti alla terra
nella speranza di un copioso raccolto.
“Mi scusi, lei conosce la strada?”
“La strada?! Guarda le mani piagate d’affanno
e la pelle rugosa seccata dal sole
la strada è l’attesa di veder germogliare
quello che adesso sto per seminare.
Non serve cercare altrove la via
già l’hai trovata, ne sono il custode.”
“Cerco la strada, qual è per favore?”
Grave solleva gli occhi rapiti
il volto avulso, ebbro ed assente.
“La strada?! Chi è che ancor’oggi ignora la via.
La strada è lo studio, l’impegno romito
nella torre d’avorio seduto a cercare.
Il resto del mondo? È solo pigrizia
questa è la strada, non puoi dubitare.”
“Cerco la strada, lei sa dove andare?”
“La strada?! Sei forse un babbeo o non hai nulla da fare
ti rendi un po’ conto di quello che fai?
Mi  stai disturbando, interrompi l’ufficio
di chi nel Supremo, Totale, Assoluto
acquisisce il diritto di gestire le vite.
Il tuo sarà certo un nobile intento
ma devi seguirmi se vuoi trovare la via!”
“La strada, la prego, cerco solo la strada!”
“La strada?! Ma certo, vieni, siedi al mio posto.
Riesci a vederla? Eppure è vicina.
Lastricata dall’oro, mercifica il mondo
l’avidità dei mercanti, il saccheggio selvaggio
il commercio, il consumo, la rapina legale
un Uomo ridotto a ultima fase…
ora puoi rialzarti... è già andato via!
Che valore avrà avuto la sua stupida strada.”
Umiliante richiesta a impenetrabili muri 
a cieca arroganza, l’angoscia che cresce.
Un attimo solo di acuto sconforto
poi gli occhi si perdono nell’azzurro dei suoi:
“Mio piccolo gatto, perché ti riveli
cos’è che ti spinge a indicarmi la via.”
E mentre una brezza conforta il respiro
il silenzio è violato da un muto consiglio:
“Non chiedere agli altri dov’è la tua strada
è dentro te stesso che devi cercare
o perso fra i gorghi di stagni malsani
non saprai se hai vissuto quando giunge la morte.”

13 Maggio 1995

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FRAMMENTI

                      Alla Professoressa Anna Carla Salinari

È così facile perdersi
quando l’apparente quiete del mondo
riesce a nascondere il caos che è dentro di noi.
Seduto sulla panchina di un parco
fugaci pensieri spengono il suono della lontana
                                                          collettiva follia.
Nel cielo le rondini volano alte
non è solo un gioco quel loro disegnare con le ali
è una intensa fatica in ossequio alla vita.
Passano davanti al sole creando rapide fuggevoli ombre
brani di un’opera proiettati a terra.
Continuo a guardare
mentre cresce l’assurdo bisogno di cogliere quei tocchi velati
come se alcuni fossero i miei.
Chi ti ha dato alla luce
ti ha donato anche la potenzialità di un’anima
ma non la sua interezza
quella la potrai ricevere
solo se saprai ravvisare da confuse figure il tuo volo.
Sono frammenti quelle ombre veloci
piccole parti di inafferrati noi stessi
che attendono in aria  solo un momento d’aggregazione.
Passano nella vita di ognuno e molti resteranno infecondi
altri dipingeranno dei sogni.
Lontano nel tempo ho afferrato un primo frammento
sui banchi di scuola
con altri compagni rimasti nella vita e nel cuore.
Ignari coglievamo la nostra anima
davanti a quel momento nella cosciente maturità compreso:
ti ricordi Professoressa!

17 Maggio 1995

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UN COLPO DI VENTO

Ci sono momenti in cui un colpo di vento
può portare la mente lontano
lontano dal buio del mondo
lontano da vincoli umani
oltre l’incerto confine fra realtà e noi stessi.
Desideri sensuali, forzando la logora quiete
           si confondono con lontane emozioni
attimi in cui una intensa dolcezza
può dipingere un’impossibile volo.

5 Giugno 1995

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SILENZIO

Solo per un attimo
si attenua la tua presenza
quando nel profondo
danzano ossessive
immotivate inquietudini
e un’incompresa tristezza
nasce al cospetto
della fragile realtà di un silenzio.

15 giugno 1995

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IMMORTALITA’

                           A Nello Polidori
(19 aprile 1932 – 25 giugno1995)

Tre neri corvi si alzano in volo
sopra il tetto di un vecchio edificio
sorretti da sei grandi ali
                                     leggeri
si allontanano insieme fino a sparire.
Cancella la tua parte sensibile
come se fosse inutile e vana
rimuovi la pesante tristezza
quando fermi lontano nel tempo
le emozioni lasciate dalla spenta persona che ami.
Raccogli te stesso dentro una sfera
sola possibile via di salvezza all’assurdità della vita
il cristallo crudele accoglierà l’acuto dolore
che solo una morte sa dare.
Non vivrai ascoltando le urla dei tuoi sentimenti
non vivrai ascoltando la voce del tuo fragile essere
la consapevolezza del nulla
                                     all’istante
fermerebbe anche il più forte dei cuori.
Mentre tre neri corvi tornano insieme
sul tetto del vecchio edificio
il tempo di un battito d’ali
e già la sua vita è negli altri presenza immortale.

25 Giugno 1995

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A MIO PADRE

Seduto sulla panchina di un parco
nell’angolo estremo ignorato dal sole
cieco ai colori del prato
chiuso dentro te stesso
scorre nella mente la vita
e la senilità non rinnova le scelte
di una giovinezza lontana.
Sono vicino ai tuoi settant’anni
ma gli occhi guardano ancora
quelle vecchie storie passate.
Come coglierne il senso!
La paura? L’orgoglio?
Chi ha scritto la vita!
È questo l’amore?
La coscienza degli errori passati
                           cambia il presente.
Sono tuo figlio
ti ascolto
non ripeterò i tuoi errori
ne farò altri che mia figlia non ripeterà.
                                          
31 Luglio 1995

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IL TRENO

Il treno corre veloce
nella tenue oscurità della sera
attraversa serena natura
che l’uomo crede d’aver già domato.
In alto nel cielo, una bianca arida luna
guarda invidiosa sulla terra la vita.
Lampi d’umano lavoro negli occhi
solitari paesi e case dai tetti spioventi.
Il vetro riflette le immagini
di un momento di quiete:
una donna sorride
un bacio narra un amore
il ritmo del treno accompagna
un fitto parlare di gente straniera.
Nella testa immagini e suoni
il tempo trascorso è un ricordo
e sono ancora lontano da casa:
in cima alle ripide scale
alla luce di un pallido sole
un baffuto pittore tratteggia
                        i contorni di un viso.
Un vecchio organino diffondere
le sue note a Montmartre
melodie di stagioni lontane
che ancora vanno dritte nel cuore.
Piano il treno rallenta
le immagini fuggono via
pochi minuti di sosta poi veloce
                           incontro alla meta:
felicità, inafferrabile dea
                           ti ho vista
                                mi sei passata vicino.

Parigi, luglio 1995

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DUE CORPI DISTINTI

Nessuna ambizione di diventare Dottore
cercavo risposte a delle strane domande.
Senno infantile dietro idee troppo grandi
sul terrazzo di casa osservavo le cose
i tenui colori sbiaditi dal sole
i pallidi fiori negli aridi vasi.
Perdendo la mente nelle crepe dei muri
dimenticavo le voci alterate dall’ira
di persone costrette a una farsa d’amore.
Sensazioni curiose quando muta l’aspetto
verso forme finali di un’adolescenza conclusa.
Cercavo dovunque la mia parte mancante
per colmare quel vuoto con la vita di un’altra:
individuo completo in due corpi distinti!
Il tempo, i piaceri, le scelte felici
il buio che sale inconsapevole e muto
spegne le luci di un falso destino.
La vita disprezza chi ignora se stesso
come dono la morte e un involucro in vita.
Grave l’inganno della vita conclusa
quando solo una parte è riuscita a bruciare
una timida fiamma arde sotto la quiete
intorno ansia d’attesa di fuoco e calore.
Individuo completo in due corpi distinti
tornato a bruciare davanti ai suoi occhi
la luce rischiara una via sconosciuta
che neanche sapevi a te appartenere.
Ho molto da dare a un mondo che muore
forti certezze perdute per sempre
se un solo momento, in due corpi distinti
perdessi quegli occhi che han beffato la morte.

3 Agosto 1995

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CHIRURGIA 1, LETTO 26

Raccolgo emozioni adagiate su un letto disfatto
esita l’uomo sofferto che aspetta il mio posto
su nuove lenzuola approderanno celate speranze
oltre la porta smeriglia c’è ancora la vita.
Le bianche figure che attendono acuti dolori
si coprono il volto con maschere di freddo cinismo
non attenderti troppo da loro, sarebbe un errore
ora solo il tuo dio, se ti pensa, può afferrare una voce.
Guardali accogliere carne corrosa dal male
e anime troppo sconvolte per pensare al rispetto.
Il cupo silenzio di chi non ha più nulla da dire
e chi, troppo solo, ferisce violentando il silenzio.
Guardali accorrere a un grido, dare conforto
fissare impassibili un corpo senza più vita
ma afferma severo la tua forza di uomo
fino all’ultimo tratto del viale:
le bianche figure che attendono acuti dolori
sono solo zelanti mercanti di avanzi di tempo
sottratti alla mensa di chi, sazia d’eterno
lascia che l’uomo si cibi di miseri scarti.
 
Ospedale S.Pertini di Roma, 19 Novembre 1995 

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A ME STESSO

Odio la vita quando spegne col pianto
quel sano furore preludio d’azione.
Odio la vita quando blocca le membra
quando spinge lontano, in un angolo vuoto
la rabbia che cresce se guardi il tuo mondo.
Odio la vita che soffocando emozioni
dispensa tristezza inutile e vana.
Odio la vita che fa aprire le mani
in un arido gesto di accettato dolore.
Odio la vita quando interroga e chiede
quando perde la strada che da sempre seguiva
quando uccide con mille futili dubbi
le poche certezze che aveva vicine.
Odio la vita dei ventri ripieni
dei servi più sciocchi di sciocchi padroni.
Odio il disagio che senti crescere dentro
quando pensi alle cose che non dovresti più avere.
Odio la vita che dona il timore
la voglia più vile di fuggire da tutto
di lasciare che gli altri, schiavi o padroni
dettino leggi che devi seguire.
Odio la vita che semina ignavia
che malinconica, vittima, imbelle
vede paziente trascorrere il tempo
nella speranza che sia veloce.
Odio la vita della falsa uguaglianza
come diritto da altri concesso
concesso da esangui corrotti mercanti
viscidi uomini dai falsi sorrisi
che già si credono soci di dio.
Odio la vita dei piccoli passi
di ciò che è opportuno, di ciò che conviene.
Odio la melma e le paludi fangose
del quieto vivere e dei compromessi.
Odio la vita che abbiamo trascorso
adorando mummie dai pugni alzati
grottesche maschere che coprivano appena
i volti marcati da un antico egoismo
le vecchie ambizioni le credevano morte
autoingannati dalle loro menzogne.
Amo la vita dei grandi Ideali
della fede incrollabile in un migliore destino
delle tante esperienze vissute e fallite
delle sconfitte appena subite
che rendono sempre più chiara la via.
Amo la donna che mi è vicina
quando con le unghie ora afferra la vita
quando sicura esprime grandezza
che da sempre sapevi a lei appartenere.
Amo la vita che abbiamo creato
il suo esser migliore del meglio di noi.
Amo me stesso
quando odiando me stesso
odio una parte bassa e normale
quell’elemento oscuro e cadente 
che spegnendo il fuoco, il sorriso e l’ira
spegne l’amore e il rispetto di noi.

14 Settembre 1995

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INCONTRANDO LA VITA

In un angolo buio del mondo ho incontrato la vita
raccolta in un cupo lamento attendeva qualcuno
                                                 che si accorgesse di lei.
Assurda follia fermarsi e incontrare i suoi occhi
quando dovrei affrettare i miei passi e fuggire lontano
là dove il vivere è solo serena incoscienza.
“È me che aspettavi, sei tu la mia vita?!”
La risposta in un filo di voce che sembra un sospiro:
“Quella che tu chiami vita è solo un breve lottare
                                                 fra il nulla e il nulla.
Sei solo fugace materia che sogna l’Eterno
                                                 perché ha un pensiero
risultato di scelte compiute fra tante ignorate.
È tua la tua vita?!"
O dimentichi le mille domande senza risposta
e i dubbi  sempre più grandi che crescono ancora.
Dimentichi gli abbracci negati, una inadeguata presenza
le mille intenzioni frustrate bruciate poi dentro.
Dimentichi il tempo passato da solo a pensare
e fuori la vita degli altri è presenza ed azione.
Dimentichi il pianto, l’Ideale smarrito
la realtà che spesso ha ignorato i tuoi sogni
il voler essere un altro, il non senso del tutto
l’aguzza  voglia d’amore negata a te stesso
quel desiderio ridicolo di non esser mai nato.
La vita è quella che resta di mille lasciate da parte
ogni persona che passa ne ha molte vicine
scritte da negazioni, da rinunce e da sogni.
"È tua la tua vita?!"
In un angolo buio del mondo ho incontrato la vita
raccolta in un cupo lamento attendeva qualcuno
                                       che si accorgesse di lei.

27 novembre 1995

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L’ANELLO

Cammino lasciando mutevoli impronte
in un giorno confuso passato a pensare.
Non serve far finta che il mondo è presente
la mente è tornata di nuovo a volare.
Il mare vicino lancia forte il suo grido
tentando con rabbia di inghiottire la sabbia
una gelida sabbia che accoglie i pensieri
di chi ha affidato al vento i suoi sogni:
bizzarri progetti, smisurate ambizioni
promesse durate lo spazio di un’ora
piccole storie che vissute di giorno
muoiono al buio in mille fiamme leggere.
Le orme lasciate e di fretta svanite
illusioni, chimera di un’eternità della vita.
Un cartello oscilla, cigola piano
sospinto da una gelida brezza invernale
mi avvicino curioso, leggo il suo nome
scritto nel corso di un’estate conclusa.
Il freddo Gennaio è solo esteriore
e quelle impronte svanite non sono le mie
non basta un disagio per spegnere un fuoco
né un sole malato, né un rigido inverno
grande l’amore che da sempre mi è accanto
insolito e strano quello lontano.
Gelida sabbia non avrai i miei pensieri
rendimi adesso quello che è mio!
Cigola ancora sospinto dal vento
la sabbia incostante non nasconde più l’oro.
Simbolo antico, due distinti colori
parallele spirali in un unico anello
ora accanto alla fede che è la mia vita.

14 Gennaio 1996

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LA NOTTE

Scende la notte a confondere linee
ad offuscare profili, ad ingannare colori.
Nell’oscurità più profonda
si perdono strade, scompaiono case
spariscono alberi dai rami intrecciati.
Confusi nel buio si odono appena
leggeri sospiri di giovani amanti
                                   ignari del mondo.
Immobili i corpi affidati a Morfeo
il sonno che rende fugaci le ore.
Come la notte che eclissa la luce
così nella morte svaniscono pene
                                  sconfitte e tormenti
nella soave incoscienza di sé.
Supremo momento che rende vana fatica
un’esistenza passata a domandare
la vita cos’è?

8 febbraio 1996

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QUATTRO ORE

                        A Laura

Quattro ore lontano, seguendo la vita
che offre, propone, cerca la via.
Frammenti di tempo trascorsi a colmare
i vuoti fascicoli delle esperienze perdute.
Le minuscole bolle di liquido incolme
sembrano brani d’esistenza invissuti.
Dal fondo si alzano, si aggrappano al vetro
appena una sosta poi salgono ancora
fino a sparire invisibili in aria.
Continua a parlare, distratto la seguo
il fumo nasconde i contorni del viso
la voce che sembra diventare straniera.
Chissà se ora dorme...”Ma certo, ti seguo!”
Con lei non sarebbe così lunga la sera.
Fuori fa freddo, la gente s'affolla
sibila il vento da una finestra socchiusa
c’è frastuono qui intorno, dentro il silenzio
muto nell’aria sto gridando ti amo.

9 Febbraio 1996

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NATURA

Crudele natura che accendi passioni
nell’intimo corpo che cerca l’oblio.
Ragione brucia sull’altare dei sensi
e consuma la mente in vane chimere.
Violenta la terra la tempesta che grida
e distrugge in un attimo il lavoro del tempo.
Impetuose emozioni nate già morte
alla luce del vero
nulla di voi resterà nel cuore
solo desideri della vita incompiuti.

1 Marzo 1996

 

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LA COLLANA

Rapido il tempo consuma la vita
un anno, un altro e un altro ancora.
Fogli già scritti la tua adolescenza
sfuggiti di mano con un colpo di vento.
Una compagna, una casa, una bimba
e il testimone ora passa di mano.
Ad occhi di donna il compito ingrato
di dichiarare la giovinezza conclusa.
Candide perle, è una collana la vita
al primo vagito uno strappo improvviso
lucide sfere che cadono a terra
i tuoi anni
                 rimbalzi confusi
un pentimento
                        un rimorso
e dopo?
Nelle mani non resta nient’altro
che un inutile filo spezzato.

10 Aprile 1996

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IL GIORNO

Opprimente tirannia del giorno
che diffondi vivida luce sugli
aspri tormenti del mondo
morirà il tuo irruente furore
inghiottito dal silenzio della notte.
Nell’attesa oscurità
torneranno a librarsi i sogni
sopra azzurre note d’amore
poi di nuovo la luce.
Non guarderò il sole
con gli occhi lieti del buio
all’alba
le immagini scorreranno via
come sabbia fra dita dischiuse
e sarà ancora la luce del giorno
ad illuminare l’usata realtà
delle mie mani vuote.

20 Maggio 1996

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IL VOLTO E LA MASCHERA

Una buia spirale di gradini sconnessi
s'incontra nel viaggio alla ricerca del volto
nera discende nell’interno profondo
senza che luce ne rischiari il cammino.
Non puoi liberarti forzando i tuoi passi
il luogo cattura tacendo il segreto
e l’istinto trascina nel tormentato dolore.
Primo giro di scale, un brumoso chiarore
t'avvolge lanciando il primo grido alla vita
oltre quel caduco angolo chiaro
raccogli ignaro la tua prima apparenza.
Più giù dove tutto è vago e confuso
la scala continua il suo contorto cammino
l’ultima luce, fioca e morente, rischiara una maschera
e non puoi risalire... non c’è più quella via!
Cieca la strada che porta sul fondo
maschere e maschere in angoli strani
raccolte via via che il passo rallenta
incerto, spaurito, corroso dal dubbio.
Gradini e gradini poi finisce il tormento
del lento girare senza una meta
finisce la tetra, oscura spirale.
Nell’ultimo piano dal fondo melmoso
là dove credi raggiunto il tuo volto
porgendoti ancora un ultimo aspetto
la morte sorride e resta in tua attesa.

25 Giugno 1996

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LA LAPIDE

Cammino avvolto da oscuri silenzi
nel sacro edificio innalzato sopra indomate menzogne.
Fra le alte colonne, sottili fili di luce
rischiarano appena sbiadite figure dipinte sui muri
che impotenti assistono al lento sparire dai volti
                                                         di artefatti terrori.
Ovattato silenzio fatto d’incauti passi  
corpi distratti umiliano vecchie pietre corrose.
Nel pavimento consumato da vite svanite
bianche lucide lapidi difendono ancora nutrite illusioni.
Una spada stretta sul petto
                                            una fede
ancora pochi lampi d’eterno e nell’indifferenza del tempo
svaniranno le impronte solo nei desideri perpetue.
Caduco marmo scolpito
                                        illusione d’eterno
il corpo ridotto a esili tracce
il tuo volto... il tuo nome...
svaniti!

Chiesa di Santa Croce (Firenze) 20 Agosto 1996

 

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LA FEDE

Il nero del mondo si attenua al calar della sera
e la notte regala tutti i colori del sogno.
Dormono incertezze e sospetti
riposano timori e opinioni
le tenebre spengono anche l’ultima angoscia.
Vigili occhi di madre proteggono dai dolori del vivere
non esistono demoni che lei non possa scacciare
e il male nascosto
                      costretto in uno stretto recinto
                                                               ringhia feroce
lo ascolti, lo temi, disegni il suo volto.
L’amore ti aspetta
                     non può non essere quello
                                                         lo afferri.
II giusto ti è vicino, e l’altro?
Chiari quei segni al di là del recinto.
La luce, la luce, la luce
                     è calda
                          da sicurezza,
                                       mi segue
illumina la sola realtà serva di una chiara utopia.
Perché trascinato dal sole il nero del mondo ritorna!
Stasera non rivedrò i colori del sogno
la fede morendo mi ha lasciato solo uno sterile
                                                        inutile dubbio.

10 Settembre 1996

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MAESTRO

                           A Fredrich Wilhelm Nietzsche

In attesa dell’ultimo perpetuo abbraccio
consumo assolute, tramontate passioni
il gelo che stringe la fede e gli amori
mi rivela le perenni miserie del mondo.
L’incontro luttuoso con lo spettro del vero
mi offre soltanto la volontà del silenzio.
Smarrito, sperduto fra uomini e morte
in solitudine cerco quello che è mio.
È solo dall’alto che si scorge la via
eppur sulla terra bisogna strisciare
ma la notte mi porta ancora i suoi sogni...
c’è sempre quel piccolo scoglio
dove nel fuoco morirà il mio libero volo
Maestro?!

23 Settembre 1996

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L’INUTILE  IMPRESA

All’alba del mondo la morte
conosceva la vita
quante volte quell’esile fiamma
ha sfidato l’eterna presenza
quante volte si è perso nel vuoto
anche l’ultimo grido.
Piccola luce arrogante che azzardi
di nuovo un impossibile inganno
mille esperienze di istanti passati
hanno creduto distratta la morte.
Ancora una volta la polvere
organizza un pensiero, innalza il suo dio
crede, immagina e prega
ancora illusioni a dipingere futili mete.
Indifferente ai tanti momenti
mai il nulla ha considerato la vita.
Segue annoiato l’assurda fatica del tempo
osserva distante, dolori, sconfitte e tristezze
poi
      mentre si volta
col suo freddo infinito respiro
spegne anche un’altra inutile impresa.

16 Ottobre 1996

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TAGLIO D’AZZURRO

Dolcezza di un attimo affrancato dal sogno
mentre malinconici inganni
nella mente avanzano come nebbia leggera.
Dolenti voci dell’esistenza:
luce accecante, lento sfiorire
vecchio troppo assuefatto alla vita
per accettare la morte.
Perpetue realtà da offuscare con illusorie speranze?
In alto nel cielo si dischiudono nuvole nere
è un’azzurra ferita
dove il sole si insinua e muove alla sfida.
Ho ancora frammenti d’eterno da costruire
libere vie da attraversare
ancora qualcuno da pensare, attendere ed amare.

28 ottobre 1996

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LE FALSE CROCI

                           A Massimo D’alema e Walter Veltroni

Ho visto la vita ferita da immobili istanti di nascoste passioni
spaventata dalla luce e dal buio, spogliata da dubbi e domande
sconfitta dal silenzio e dal caos, nuda davanti a se stessa.
Ho ascoltato grida troppo vicine alle ragioni degli altri
per sentire il piacere del bene e del male.
Ho udito le voci angosciate di misurati giudizi
caduti nello spazio deserto di una incoscienza voluta.
Ho toccato mani perverse inquinate dall’oro
mani ruffiane, mani codarde, mani senza ideali.
Ho avvertito l’amaro sapore della sconfitta, l’aspro dell’odio
il gusto ambiguo e sfuggente di illusorie vendette.
Ho percepito il deciso fetore di sudice fecce apostatiche
i disgustosi miasmi delle false croci: vite in vita già morte.
Ho cullato una fede morente, confortandola con lusinghe d’amante.
Ho condannato il mio soffio vitale,trasformato il pianto in tormento
Ho sorriso davanti all’inganno dei sensi, all’angoscia del vero
all’oziosa immobilità delle membra, all’assurdità della vita
l’inutile vita!
Ho soffocato, lottato, negato, respinto
la vanità, la paura, l’orgoglio, il furore.
Non ho mai imbrogliato nessuno, neanche me stesso
ho sempre dato quello che ero, anche quando non ero
guarda i miei occhi scevri da inganni
possono offrire solo quello che è mio.

6 Novembre 1996

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SILENZIOSO CANTO

                        A Elio Di Meglio

Ignaro di tristi immanenti destini
inaridivo le acerbe potenzialità della vita.
Vicino alle ottuse, quotidiane pochezze
discutendo, frenavi un immaturo tramonto.
Tra inutili, spente plebi mai nate
solo trascini la fierezza dei Padri.
Solitario ti nutri d’umana sapienza
e la voce umilia le ombre dei vivi.
La grandezza non vibra ostentando il suo volto
schiva, rifugge l’abbraccio del mondo.
La grandezza non offre la luce che emana
avvinghiata a se stessa alimenta la fonte
infine
raggiunto l’agognato deserto
innalza un ultimo tacito canto
e ammirando il suo fuoco
serenamente scompare.

22 Novembre 1996

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LO SCRIGNO VUOTO              

        A mia Madre, Loreta Polidori
(6 febbraio 1928 – 12 gennaio 1997)

Virtù e debolezze di donna
oppresse da infecondi drappi di dea
generose fonti negate ad un arido
                                      campo riarso.
Quando nella mente la luce rivela
un vuoto piedistallo di marmo
e il gelido vento d’autunno
denuda spietato l’ultimo ramo
torna pure triste compagna
ad esigere quello che è tuo.
Calunniata, respinta sorella
che silenziosa ti gravi di colpe non tue
cosciente che i dolorosi sospiri dei vivi
sbocciati su sporchi rimpianti tardivi
non serviranno a cambiare la sorte
di chi non ha imparato a dischiudere
                                          al sole le ali.
Quando nell’eterno vagare
incontrerai la sua immobile mano
fra lacrime fatue e obbligati tormenti
appagato innalzerò il mio limpido
                                      canto d’amore.
Accogli le spoglie mortali
e assolvi pure al tuo mesto dovere
quello che c’era d’intenso in lei è in me
l’ho già catturato.
L’ultimo atteso gesto si compie
ti affido soltanto uno scrigno vuoto.

16 dicembre 1996

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L’ULTIMA LUNA

Pigre si sciolgono
le nuvole
             scure
bagnando la terra
di lacrime
             tristi.
Smette il convulso
             respiro
tutto si ferma
             e l’aurora
di un chiaro mattino
             ritorna.
Insegui serena
la tua ultima
             luna
non soffre chi sa.
Ben poca cosa
             è una morte
che ignora negli occhi
             degli altri
il tuo sguardo
Mamma!

12 Gennaio 1997

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