LA FORTEZZA

 

Ma bravo! Dunque non esisteva né il buono né il cattivo, ma soltanto l’universo privo di un ordine morale! Non v’era neppure il singolo, nella sua dignità critica, ma soltanto la comunità che tutto inghiotte ed uguaglia, e il mistico perdersi in essa!

                                                                             Da «La montagna incantata» di Thomas Mann

 

Dormivo profondo quando Viola mi ha svegliato. D’improvviso, ma senza affanno, la voce sembrava scaturire dalle imperfezioni del sogno, estranea nel tono, in dissenso con l’argomento onirico in cui ero immerso. Con cautela tentava di sollecitarmi alla realtà, senza per questo rischiare il classico batticuore da brusco risveglio. Carezzandomi il viso sussurrava piano.
“Emiliano… Emiliano… svegliati. Avanti è tardi!”
Ancora stordito ho aperto gli occhi. Nella penombra della stanza lentamente sono apparsi gli oggetti familiari. Lei, seduta accanto, mi coccolava ancora, come fossi un bambino. Sorrideva e mormorava:
“Allora… sei sveglio? C’è qualcosa di nuovo che dovresti vedere.”
“Oh Viola, cosa accade di tanto grave, dormivo, sognavo, non avresti dovuto, ero…” ho risposto, interrompendomi poi imbarazzato.
“Che cosa sognavi Emiliano?” Mi ha sgridato infastidita, intuendo dall’espressione del viso il disagio e la remora “In che razza di stupidi sogni sprofondi la notte.”
Stupidi sogni? No, non direi proprio, non era affatto un sogno stupido… facevo l’amore.”
“Facevi l’amore? Con chi, viscido traditore vigliacco…” Inveiva indignata, mentre tentava di colpirmi con i pugni chiusi.
“Credimi, dirai che sono un inguaribile romantico, o un folle, ma con tutte le donne che ci sono al mondo e che in sogno potrei avere, senza provare sensi di colpa o patire tormenti, perdonato da Morfeo, io chi vado ad amare? Te! La donna che da sempre mi è vicina… che razza di noiosissimo individuo sono io, me lo sai spiegare?”
Viola non ha risposto. Mi ha guardato con i suoi occhi da gatta, d’improvviso rasserenati dalla tenerezza, mentre con un gesto morbido delle mani sistemava i capelli dietro le orecchie. Sono questi i momenti in cui entrambi abbiamo chiara la sensazione d’aver costruito qualcosa di buono, non qualcosa di sontuoso fuori, ma solo qualcosa di bello dentro, qualcosa che rende la vita degna di essere vissuta, serenamente, fino alla fine dei nostri giorni, sebbene…
“Alzati, basta con queste melensaggini.”
Svelta mi ha trascinato sul terrazzino di casa, attenta a non fare rumore per non svegliare i ragazzi ancora addormentati, considerato il giorno libero da impegni scolastici.
Una volta aperta la porta finestra del piccolo balcone che dà sul retro della casa, utilizzato come spazio di servizio, il minaccioso cambiamento si è rivelato in tutta la sua imponenza. Si stagliava netta all’orizzonte. Tracotante faceva orrenda mostra di sé, laggiù. Di un colore grigio chiaro, metallico, artificiale, delineata nel grigio naturale più intenso delle nuvole cariche di pioggia. Guardavamo turbati, senza angoscia però, la gigantesca forca allestita per giustiziare le nostre ultime illusioni: un’altissima gru, consueta nelle nuove costruzioni.
“Cristo… sono riusciti a montarla in una notte, è incredibile!” Ho esclamato con un velo di stupefatta ammirazione.
“In una notte.” Ha ripetuto lei distaccata, senza espressione.
“Educati però… senza fare troppo rumore.”
“Sebbene il terreno di Flavio in linea d’aria non sia lontanissimo.”
“Già, non è lontano. Non posso crederci, solo qualche mese fa aveva giurato e stragiurato che non avrebbe mai ceduto alle pressioni.”
“Alle pressioni no, ai soldi sì però.”
“I soldi, ha venduto l’ultimo terreno rimasto, il più importante, per dei soldi… Flavio!” Mormoravo come un idiota, incapace di rassegnarmi all’evidenza dei fatti.
“Perché avrebbe dovuto rifiutare, quale altra possibilità aveva, quali prospettive.”
“Se giustifichiamo il tradimento…”
“Che esagerazione Emiliano, tradimento, su via!” Mi ha interrotto infastidita, allontanandosi un po’.
“Se giustifichiamo il comportamento…” ho corretto la sentenza eccessiva dopo un attimo di silenzio “possiamo senz’altro affermare che siamo noi gli stupidi.”
Stupidi? Io non mi sento per niente una stupida. Vivo secondo regole che ho liberamente scelto, che abbiamo scelto. Dimentichi che non la pensiamo tutti allo stesso modo. Anche noi un giorno potremmo cambiare idea. È sempre stupido chi si lascia sedurre da uno stile di vita diverso?”
“No, credo di no, sebbene le conseguenze… devi ammettere che la loro capacità di corruzione spaventa, e noi siamo rimasti così pochi.”
La casa dove abitava Flavio s’intravedeva ai piedi della gru, minacciata come una povera preda ignara delle attenzioni del predatore.
Curioso di osservare da vicino la sciagurata novità, in fretta mi sono preparato per uscire.

Pochi minuti dopo, cammino lungo il viale principale della cittadina e penso preoccupato:
«Aggressioni continue, per quanto potremo resistere, Dio, proprio non lo so. Avere ogni giorno, tutti i giorni, occhi avidi puntati addosso, piano logora la quieta fermezza che tutti dovremmo mantenere. Che bruta sensazione, non è un bel vivere. Quanti anni sono passati, quando è cominciata questa storia… oh, non ricordo! Sono tali e tanti i problemi quotidiani da affrontare che ho perduto la cognizione del tempo. La vita sembra che detesti la serenità, dopo un periodo di tranquillità ecco puntuali le preoccupazioni.»
La sinuosa via che attraversa il centro abitato conduce fino all’antica cinta muraria, dove si apre la porta a occidente, l’ultima ancora aperta, lì dove il sole tramonta. Per secoli queste mura hanno tenuto lontani predoni e soldataglie, ora sono solo una protezione ideale, come le porte già chiuse. Gli odierni tentativi di conquista non prevedono le tradizionali armi d’offesa, che eliminano il corpo, ma raffinate tecniche di seduzione che lo svuotano semplicemente d’ogni arbitrio. Non é consuetudine degli abitanti usare l’antica denominazione della cittadina, sono solo i pochi forestieri di passaggio a chiamarla col suo vero nome. Per l’aspetto, la posizione, così disposta al centro di una vasta pianura, e inoltre anche per una certa ostinazione degli abitanti a non voler snaturare il proprio stile di vita, da noi è sempre stata chiamata La Fortezza.
Tormentato dall’ansia di sapere, cerco di eludere ogni distrazione. È inverno. Per fortuna in giro c’è poca gente infreddolita. Sfuggo ai conoscenti che incontro cavandomela con dei laconici: «Non so cosa dire!… Ne so quanto voi!…». Con un rapido procedere oltre, evito anche di fermarmi davanti all’usuale ritrovo di amici, un locale aperto anche nei giorni festivi.
Pochi minuti di cammino e sono sul terreno di Flavio. Guardo in giro. Non c’è nessuno. La gru è collocata in prossimità della casa, all’interno del vasto cortile. Un’enorme tenaglia penzola come un cappio sopra il tetto dell’abitazione, in attesa dell’ordine d’esecuzione.
È difficile credere che questo luogo, ora desolato, sia stato in passato testimone di tanti momenti lieti, giochi di bambini, pranzi e cene fra amici; oppure gravosi, il lavoro nei campi, le faccende domestiche; difficile immaginarlo affollato di persone, di sentimenti, di emozioni.
Flavio e la sua famiglia si sono trasferiti in un paese vicino non più di un mese fa, seguiti dallo sguardo addolorato dell’intero paese. Istante collettivo vissuto come la fine di un’epoca. Il suo terreno era l’ultimo rimasto di un esteso puzzle di poderi in cui era divisa la pianura che circonda La Fortezza. Sospettavamo. Per un po’ ci siamo illusi. Loro, i titolari della gru, con ostinazione, per anni hanno spiato le vicende personali d’ogni proprietario. Si sono insinuati, hanno lusingato, hanno persuaso, così da riunire, infine, in un unico esteso latifondo i vari appezzamenti, per passare quindi alla fase successiva dello sconosciuto progetto.
In casa non c’è nessuno. La porta d’ingresso è appena accostata. Avverto lo stesso un forte disagio nell’aprirla. Cigola come accade sempre nei film dell’orrore. Per non aggravare l’istante d’imbarazzo preferisco restare sulla soglia. Giro lo sguardo intorno. Riesco a scorgere i vari locali immersi nella penombra. Quella che fino a pochi giorni fa era un’accogliente abitazione piena di gente, ora è ridotta a un triste contenitore vuoto. Della vita trascorsa tutto è scomparso. Non è rimasto nulla, né un mobile, né un quadro, né una stoviglia. Mentre sono alle prese con malinconiche riflessioni, sento avvicinarsi un’automobile. Mi volto. La macchina, adatta a procedere su terreni difficili, si ferma prossima alla casa. Un signore dall’aspetto distinto scende, con l’aria di chi non si aspettava di trovare qualcuno.
“Salve…” mi saluta sorpreso, ostentando un sorriso rassicurante “cercava qualcuno?” Domanda curioso.
“No… io… in verità…” Replico, senza trovare parole adeguate a una risposta.
Lo sconosciuto signore dall’aspetto distinto, senza spegnere il sorriso mi scruta insoddisfatto. Fra noi si crea un attimo d’imbarazzante silenzio, attimo in cui faccio in tempo a notare i suoi capelli neri lucidi di gel, il vestito grigio poco più chiaro del colore della gru e le scarpe eleganti non adatte, come invece l’automobile, a terreni di campagna.
Concluse le rispettive analisi, lui, senza dire nulla, sebbene non abbia ricevuto da me risposta alcuna, estrae dalla tasca della giacca un portafoglio, quindi un biglietto da visita assai elegante e me lo porge con un: “Prego!” pieno di educata compostezza.
Dopo aver letto nome, cognome, qualifica e motto in lingua latina visibile nello stemma dell’azienda, per non apparire maleducato mi presento anch’io:
“Mi chiamo Emiliano ***, sono un amico di Flavio, il proprietario…”
“Capisco, capisco…” replica comprensivo “amico dell’ex proprietario…” pone l’accento puntuale “Saprà, immagino, che la proprietà è stata venduta.”
“Sì, lo sapevo… già, ex proprietario. Ho intravisto dal balcone di casa la novità della gru e così ho pensato di venire a dare un’occhiata.”
“Oh, capisco, capisco!” Ripete ancora distratto, fingendo di cercare qualcosa nelle tasche interne della giacca.
“No, non credo.” Sussurro.
“Come, mi scusi?”
“Nulla! E quali sarebbero i vostri progetti, se non sono indiscreto.”
Il giovane signore gentile e sorridente mi conferma che una famosa società di costruzioni, quella che lui rappresenta appunto, ha acquistato il terreno.
“Questo è evidente, ma per costruire cosa?”
“Mi dispiace, purtroppo, non sono autorizzato a fornire questo tipo di informazioni.”
“Accidenti! Come mai?”
“Sono desolato, non posso dire altro.” Replica allargando le braccia.
“Se è così, mi sembra che non abbiamo poi molto da dirci… è stato un piacere conoscerla.” Concludo stringendogli la mano.

Una volta salutato il signore dall’aspetto distinto, inviato della grande società di costruzioni, mi allontano con l’intenzione di raggiungere casa di Ernesto. Parlare con lui certe volte scioglie l’ansia, spesso la accresce, ma questi non sono nient’altro che due dei tanti imprevisti del confronto. Con Ernesto ci siamo conosciuti da ragazzini, sui banchi di scuola. L’amicizia dunque non è recente. Secondo logica ci dovremmo detestare, talmente sono diversi i nostri caratteri, eppure, la vita fino ad oggi non sembra abbia trovato ragioni sufficienti a cancellare affetto e stima, sentimenti certe volte incomprensibili. Mi accoglie in casa sempre con il suo aspetto cupo e pensieroso. Senza dire nulla apre la porta, lascia a me l’incarico di richiuderla e si rifugia lesto e sospettoso nell’angusta stanza piena di libri e fogli di appunti, dove ama trascorrere il suo tempo libero.
“Hai visto?” Accenno appena. Lui, senza alzare gli occhi dalle sudate carte, solleva la mano come volesse fermare in aria le mie parole.
“Beh, cosa significa quest’atteggiamento.” Domando meravigliato.
“Significa che non voglio sapere nulla.”
“Non vuoi sapere nulla di cosa. Come fai a sapere di cosa voglio parlare.”
“Oh Emiliano! Siamo troppo vecchi ormai per riuscire a nascondere qualcosa all’altro.”
“Allora, se sai già tutto, cosa pensi di fare.”
“Nulla, assolutamente nulla, perché non c’è nulla da fare.”
“Da come parli sembri convinto, chi tenti d’ingannare me o te.”
Disturbato non replica. Posa gli occhiali sopra il volume aperto, passa le mani sul viso, mentre accomoda meglio la schiena sulla spalliera della sedia.
“Santo cielo! Santissimo cielo! Cosa ho fatto di male per meritare questo. Non hai delle prove in conservatorio? Degli allievi a cui fare una lezione privata? Perché hai deciso di assillare proprio me questa mattina. Maledizione, è anche una pessima giornata, presto pioverà, non posso neanche invitarti a fare una lunga passeggiata al sole, da solo.”
“È giorno festivo, lo sai bene, sei in casa e non in biblioteca. Hai visto la gru?”
“Sì Emiliano, ho visto la gru!” Risponde, mentre chiude gli occhi e tira un lungo respiro “E credo proprio che questa volta siamo alla fine.” Declama ironico.
“Non ne sei convinto?”
“Certo che ne sono convinto, come si fa a non esserlo. Perché, tu continui a pensare che esiste un modo per fermarli?” Afferma, mentre solleva lo sguardo su di me, come fosse convinto che risponderò senza concedergli il tempo di continuare. Tuttavia, considerato il mio silenzio conclude “Lo sai bene che non hanno rispetto per nessuno, che non hanno storia, né ideali. Comprendono soltanto il denaro, il profitto e il potere.”
“Se cediamo a questo stato d’animo non ci restano molte speranze… invece questa volta dovremmo reagire.”
“Non ci prendiamo in giro Emiliano, tu ti preoccupi troppo e a sproposito. Reagire!... non ha senso, sarebbe ridicolo.”
“Come sarebbe a dire ridicolo, ti preoccupi troppo, a sproposito, hanno acquistato l’ultimo terreno libero, ci hanno cinto d'assedio, ora inizieranno a costruire…”
“Cosa!” Mi interrompe.
“Come cosa… se hanno… costruiranno certo una…”
“Non lo sappiamo Emiliano, lo vedi? Non lo sappiamo cosa intendono fare.”
“Le altre esperienze? Non servono a niente le altre esperienze? Abbiamo visto che fine ha fatto il resto del mondo.”
“Non possiamo fare altro che aspettare.” Sostiene rassegnato.
“Dovremmo lottare invece, altro che aspettare, risvegliare con delle iniziative clamorose le coscienze sopite. Dimostrare che questo paese è diverso. ”
Lottare? Ah, sei davvero esilarante!” Osserva divertito mentre si alza dalla sedia “Non cambi mai Emiliano. Sempre pronto a guidare il popolo verso la vittoria.”
“Allora, cos’altro possiamo fare. Abbiamo chiuso le altre porte, non possiamo chiudere anche l’ultima a occidente, resteremmo bloccati dentro le mura, in completo isolamento.”
“Già, se non possiamo chiuderla, allora dobbiamo lasciarla aperta. Abbiamo fatto tutto il possibile.”

Nei giorni successivi, dal terrazzino seguo con ansia crescente il lavoro. Sono arrivati molti manager, molti mezzi di trasporto, molti lavoratori. Osservo da lontano le minuscole figure all’opera. Formiche laboriose che si adoprano attorno alla Fortezza, come la stessero cingendo d’assedio. Non si sentono voci, soltanto dei rumori ovattati, troppo lontani per arrecare fastidio. Tutto procede con calma e ordine. I lavori hanno avuto inizio, ma in paese non si respira ancora aria di tragedia, scorre soltanto tanta incertezza, unita a una vaga sensazione di rassegnazione agli eventi che intorbidisce le vecchie sicurezze, divenute d’improvviso logore. Sapevamo che questo sarebbe successo, prima o poi, tuttavia, nonostante la consapevolezza, segretamente nel cuore tutti conservavamo la folle speranza che il nostro microcosmo sarebbe stato risparmiato. 
Gli operai impegnanti nella costruzione del misterioso manufatto giungono sul posto di lavoro la mattina presto, trasportati da pulmini messi a disposizione dalla stessa società di costruzioni. Se non fosse per il breve intervallo per il pranzo, quando, come in processione, le genti di paesi lontani percorrono a piedi il tratto di strada che li separa dalla Fortezza, per cercare qualcosa da mangiare nei negozi di generi alimentari, nessuno avrebbe potuto incontrarli, nessuno avrebbe avuto modo di conoscerli. Sarebbero rimasti per sempre figure senza volto, senza storia, come forme surreali di un dipinto. Nei primi giorni hanno varcato la porta ad arco a occidente, e una volta superate le bianche mura, sono sciamati per le antiche vie lastricate di marmo con un po’ di soggezione negli occhi. La sera, terminato il lavoro, stipati nei pulmini sono tornati da dove sono segretamente venuti. Poi qualcosa è cambiato. Col passar dei giorni l’imbarazzo nei loro occhi si è attenuato. La massa anonima si è disgregata. Sono apparsi i volti e con i volti la loro realtà, i desideri e le speranze. Hanno mostrato superbia o modestia, interesse o indifferenza, nell’esprimersi stentato hanno rivelato anche le proprie esigenze.

“Emiliano!”
“Sì, sono qui, cos’è successo?!”
Trascorsa qualche settimana, Viola, di ritorno da un impegno, un po’ turbata dall’inconsueta esperienza, mi racconta che ha intravisto di sfuggita un estraneo affacciato a una delle finestre della casa dove abita la signora Matilde.
“Non è possibile!” Esclamo sorpreso “Non mi sembra che sia abitudine dei coniugi Terenzi ospitare parenti.”
“Parenti, quale parenti, mi è parso il viso di uno straniero.”
Distanti solo pochi isolati, non ci vuole molto per raggiungerli. Mi prega di controllare. Qualche minuto dopo, eccomi a suonare il campanello della famiglia Terenzi, famiglia tranquilla che non ha mai creato problemi in paese. La signora Matilde si affretta ad aprirmi con il più giovane dei suoi figli in braccio. L’espressione di serenità negli occhi della mamma e del piccolo mi rassicurano. Sorpresa domanda il motivo della visita.
“Veramente, Viola mi ha detto di aver intravisto una persona sconosciuta affacciata alla finestra del vostro soggiorno. Per caso ospitate qualcuno in casa?”
La signora, piuttosto imbarazzata, sistemato alla meglio un ciuffo di capelli biondi che non vuol saperne di restare al suo posto, tenta con sommarie giustificazioni di mettermi al corrente della novità. Ascolto le brevi spiegazioni. Convinto che sarebbe di cattivo gusto spiegare, così, sulla porta di casa, a una indaffaratissima signora Matilde, quali sono le conseguenze che alla lunga un comportamento avventato potrebbe provocare, prendo congedo. Nei giorni successivi vengo a sapere che anche altre famiglie hanno ritenuto caritatevole e fruttuoso affittare posti letto, in stanze non utilizzate o utilizzate poco, agli operai stranieri che lavorano nei defunti terreni agricoli, proprio come la famiglia Terenzi. Finché saranno pochi i lavoratori che si potranno permettere un posto letto in una casa decorosa, le cose non cambieranno. Cambieranno, invece, quando saranno in molti a potersi permettere un letto decoroso. A questo punto ci saranno tanti volti sconosciuti in giro, in modo permanente. Molti compaesani non troveranno nulla di strano in questo e dovranno sopportare con pazienza chi troverà poco gradevole l’istintiva sensazione d’insicurezza che suscita l’intrusione. Per esempio gli anziani coniugi Ronchi, che abitano proprio vicino ai Terenzi, già così diffidenti e sospettosi, senza figli o parenti prossimi, soli al mondo, potrebbero sentirsi d’improvviso del tutto indifesi davanti a un gruppo di sconosciuti incontrati per caso la sera lungo la via.
Paura fino a oggi completamente sconosciuta.

L’oscura costruzione ha raggiunto proporzioni ragguardevoli. La notorietà nei dintorni ha suscitato interesse lavorativo. Accanto ad un’aristocrazia di sfruttati ora si è aggiunta una miserevole plebe di sfruttabili che quotidianamente elemosina lavoro. I respinti gironzolano per ogni dove, inoperosi oziano dove credono, frustrati dormono dove trovano, coltivando nocivo rancore nei confronti di chi, sebbene sfruttato, lavora e dorme in alloggi dignitosi.

In soggiorno, Viola, seduta in poltrona, legge per l’ennesima volta un romanzo letto più volte. Le è caro a tal punto che torna spesso su quelle pagine, per ritrovare emozioni migliori di quelle che può offrire oggi la realtà. Ogni tanto solleva gli occhi dalle pagine, mi sorride e riprende a leggere. Adoro quel sorriso, e quella particolare espressione di fiducia che insinua l’attraente chimera che il futuro non sarà poi così drammatico come appare. So che è preoccupata quanto lo sono io, forse più di me, ma fiduciosa tenta di rasserenarmi; e nel silenzio ascolto mute parole di conforto dettate dall’amore, strano sentimento che spinge di continuo chi ne è vittima ad attrarre su di sé ogni possibile sofferenza della persona amata.
“Sai, ho incontrato Raffaele l’altro giorno.” Afferma mentre chiude il libro, lieta di conversare.
“Oh, Raffaele, come sta?”
“Bene, di salute bene, è il lavoro che non va.”
“Il lavoro?”
“Gia, l’ultima offerta della direzione è, in sostanza, diversa dalla penultima, tuttavia, non accoglie per intero le richieste dei lavoratori. La fabbrica minaccia di chiudere portando avanti l’argomento della mancanza di ordinazioni. Dicono che la crisi è diffusa e che non è soltanto il lavoro a patire, ma anche l’impresa.”
“La precedente offerta prevedeva che solo dieci dei trenta operai sarebbero rimasti senza lavoro.”
“Già, credi che dieci sia sempre meglio di trenta disoccupati? No, io non la penso così.” Ribatte Viola con un velo d’amarezza sul viso.
“Sono andati avanti per giorni a discutere, hanno fornito indicazioni utili alla soluzione dei problemi. Proposte, cavoli, proposte serie. Non si sono tirati dietro, non si sono limitati a criticare, tuttavia, non sembra che abbiano ottenuto granché.”
“Hai ragione! La verità è che vogliono approfittare della situazione, danno per spacciata La Fortezza. Sono bastate delle voci a far sorgere il sospetto che la nuova costruzione potrebbe essere opera di una potente ditta concorrente, e a questo punto meglio sarebbe liquidare tutto in fretta e andare via. Sanno bene che la capacità di corruzione di cui dispongono è immensa. In poco tempo potrebbero eliminarli come vogliono.”
“A questo punto discutere non serve: la situazione non cambia. Fuori dalle mura continuano a espandersi. Forse hanno ragione loro, forse siamo noi gli inadeguati. Persone un po’ bizzarre che prendono posizione solo per affermare l’ego, o per giustificare l’esistenza. Noi riusciamo a capire loro, ma non ho mai capito se loro riescono a capire noi.”
“Capire noi? Non è questione di comprensione o meno, senza dubbio l’impresa ha fiutato l’affare. Tutti quei poveracci che girano in paese in cerca d’occupazione sono una tentazione, lavorerebbero di più e con meno salario, ecco motivata la minaccia dei licenziamenti, altro che crisi. Poi non dimenticare che i non licenziati vivendo comunque sotto ricatto continuo si adeguerebbero senza fare un fiato.”
“Forse la capacità di comprendere è un difetto, Viola, non un pregio, soffoca l’agire egoistico.”
“Non so cosa dirti, egoismo, altruismo. Ho la brutta sensazione che le nostre fermezze mostreranno presto pericolosi segni di debolezza. A fermarli non basterà essere ciò che siamo. Questa è gente senza scrupoli, non ha compassione, non ha sensibilità. Ricatta prospettando l’incubo della disoccupazione… fai quel che voglio io o quella è la porta! Questa è sempre l’ultima voce d’ogni trattativa.”
“Che brutta situazione, povero Raffaele. Se solo potessimo sapere le intenzioni di questi… di questi… oh, e pensare che sono nostri simili… no, non sono come noi, sembrano ma non lo sono. 

Sebbene lentamente la costruzione cresce. L’immenso primo piano è ora uno scheletro di cemento che non tradisce forma finale e scopo. Avvelena il paesaggio come un minaccioso tumore. Una neoplasia che risveglia paure nel corpo sociale. Neanche ciò che resta del verde intorno riesce ad addolcirne la sgradevolezza.
Ieri è giunta notizia di due morti. Sembra, ma non si hanno notizie certe, che due poveri disgraziati siano caduti da un’impalcatura. Dalle persone che oggi ho incontrato non sono riuscito a sapere molto, così, prima di prendere la via che conduce alla piazzetta del conservatorio, allungo un po’ la strada per recarmi dal solito giornalaio.
“Buongiorno signor Pietro!”
“Buongiorno a lei signor Emiliano, il solito quotidiano?”
“Sì, grazie! Chissà se dice qualcosa degli incidenti.”
“Incidenti? Quali incidenti!”
“Sembra che ieri ci siano state due morti bianche nel cantiere.”
“Non ho sentito nulla, ne è sicuro?”
Mentre cerca il quotidiano che potrebbe riportare la notizia, dal mucchio di giornali dove fruga si affaccia una prima pagina dai caratteri sconosciuti. Senza dare nessun significato alla novità, il signor Pietro, con un gesto rapido della mano lo rimette a posto, poi si volta verso di me porgendomi una copia del solito quotidiano locale.
“Che giornale era quello?” Domando.
“Quale? Di quale giornale parla?”
“Quello che ha riposto adesso.”
Incuriosito anche lui dal particolare interesse, borbotta qualcosa d’incomprensibile, poi ritorna a frugare nel mucchio di quotidiani per ritrovare ciò che gli ho richiesto.
“Parla di questo giornale?”
“Sì, proprio questo.”
“Che vuole fare signor Emiliano, lo hanno cercato, ne ho fatta richiesta alla distribuzione, e ora me ne consegnano delle copie ogni mattina.”
“Ogni mattina?”
“Sì!”
“E c’è qualcuno che le compra?”
“Certo, ci sono molti stranieri oggi che girano in Fortezza.”
“Già, molti stranieri signor Pietro, me ne sono accorto.”
Il buon giornalaio mi guarda convinto che la realtà dei lavoratori stranieri sia una circostanza capace di destare una condivisibile preoccupazione. Mentre porge una rivista a una ragazza, colgo un’espressione di indulgenza nei miei confronti, come fossimo persone da compatire, perché tanto ingenue da ignorare il tempo che scorre, come fosse passato un secolo da quando nel terreno di Flavio c’era il trattore di Flavio e non le gru della società appaltatrice dei lavori.
“La ringrazio della mancia, ma ha sbagliato signor Pietro.”
“Ho sbagliato a darle il resto?”
“Sì, le ho dato una banconota da dieci non da cinquanta.”
“Sicuro?”
“Sicurissimo!”
“Nessuna notizia dei due poveracci?” Chiede poi, mentre afferra le banconote che gli rendo.
“No, nessuna notizia. Se ne guardano bene.”
“Se ne guardano bene di fare cosa?”
“Di diffondere notizia dei morti.”
“Perché, sarebbe così grave?”
“Come una prima crepa, bisogna subito ripararla, altrimenti, alla lunga il muro potrebbe crollare.” Rispondo prima di uscire.

Paura e incertezza generano delle autentiche crisi di panico nel ristretto corpo sociale all’interno delle solide mura della Fortezza.
Lunedì scorso, ben visibile sulla vetrina grande della drogheria del buon signor Alfonso, situata poco distante dalla piazza principale, è apparso un cartello colorato con scritto Cedesi attività. Titubanti prima di entrare, alcune persone si sono scambiate occhiate interrogative e commenti dopo averlo letto, oppure, con lo sguardo basso, hanno tirato avanti sollevando le spalle per esprimere una fatale rassegnazione agli eventi. La signora Edvige, nel valutare le possibili, sebbene improbabili, conseguenze dell’inattesa scelta del droghiere, ha reagito in modo emotivo; con istintiva ingenuità ha manifestato una viva preoccupazione, avvertita soprattutto dai più anziani:
“Se il signor Alfonso chiude dove andremo a fare la spesa?!”
Saranno più di vent’anni che il signor Alfonso gestisce con profitto e reciproca soddisfazione l’attività commerciale. Non è poi così anziano da giustificare un frettoloso ritiro in pensione, dunque? Interpellato, ha risposto che voci fanno sospettare che la struttura potrebbe trasformarsi in un immenso ipermercato; se così fosse, la sua attività andrebbe incontro a ben triste destino. Convinto dell’ineluttabilità del fallimento, ha deciso bene di vendere prima che l’irreparabile accada. A nulla sono serviti i richiami alla ragionevolezza: «Non c’è nulla di sicuro! Troppe incognite in queste voci! Aspettiamo! Vediamo!» Irremovibile ha già preso contatto con possibili acquirenti forestieri.
Una trasformazione ancora più inquietante l’ha subìta il parroco. Fino a pochi giorni fa allegro, disponibile e informale nel comportamento, ora si aggira circospetto e scuro in volto per le strade del paese. Diffidente scruta di continuo in giro, timoroso che dietro ogni angolo si possa nascondere un pericolosissimo infedele. Ha smesso gli abiti borghesi che fino a poco fa indossava con tanta naturalezza, per rifugiarsi nella tradizionale sottana lunga e nera dai cento bottoni, oramai in disuso ovunque, nella speranza che l’antiquato abito possa donargli autorevolezza e protezione. Nelle prediche domenicali parla di Anticristi, di minacce alla vera Fede, di voci che vorrebbero la costruzione presto compiuta in un colossale luogo di culto di una minacciosa religione rivale.
Ultimamente, sempre a seguito di voci non confermate, che tanto somigliano a leggende metropolitane più che a reali fatti accaduti, è cresciuta in modo vertiginoso la vendita e l’istallazione di porte corazzate e inferiate alle finestre, perché: «Nessuno, da oggi in poi, potrà più sentirsi al sicuro in casa propria!»
Sui terrazzini, fra vasi di fiori e biancheria stesa ad asciugare, sono apparsi già i primi climatizzatori: altre voci incontrollate fanno temere che la nuova costruzione diventerà presto un vasto polo industriale, capace di provocare un inquinamento ambientale talmente grave da rendere l’aria irrespirabile. Scomparirà la piacevole abitudine di uscire le sere d’estate nelle piazze e nelle strade per cercare ristoro dal caldo, preziosa occasione per incontrare amici e conoscenti desiderosi di socializzare e scambiare quattro chiacchierare in compagnia. In molti resteranno chiusi dentro casa, a una temperatura e umidità perfette, ognuno più solo e più triste.

La mia lezione è terminata. Gli allievi sono rimasti in sala prove per perfezionare alcuni brani musicali. Esco dal portone del conservatorio con qualche minuto d’anticipo. Ne approfitterò per recarmi da Ernesto. Si trova a pochi isolati da qui. Di solito termina di lavorare proprio a quest’ora. L’intenzione sarebbe quella di percorrere insieme la strada che ci divide dalle rispettive abitazioni. Giunto nei pressi della biblioteca, distinguo, fermo sul marciapiede, uno sconosciuto che a giudicare dai gesti appare come una persona in difficoltà. Si guarda intorno smarrito. Forse cerca qualcosa che non trova. Non è un concittadino, non l’ho mai visto. Appena sono a una distanza tale da permettere un approccio mi offro di aiutarlo.
“È in difficoltà? Posso fare qualcosa per lei?”
“Sì, per favore, cercavo la biblioteca.” Mi chiede, cercando di esprimersi come meglio può, storpiando in modo buffo le parole.
“Oh, la biblioteca, è proprio qui dietro, solo pochi passi… sono diretto proprio…” Rispondo sorpreso di appurare il tipo di necessità, impreparato a ritenere che uno straniero, considerati i problemi concreti che dovrebbe avere, possa aver necessità, invece, di un libro. 
“Prego? Non capisco bene!” Precisa aggrottando la fronte.
“Venga venga, mi segua.” Cerco di integrare le parole con gesti eloquenti delle mani.
Lui ora afferra ciò che ho detto. Sorride. Mi cammina a fianco. Solo pochi passi.
“Eccola, si accomodi, il bibliotecario sarà lieto di soddisfare ogni sua richiesta.” Lo informo indicandogli con il braccio teso la porta d’entrata.
“Grazie, lei è molto gentile.”
“Prego, ero diretto proprio…”
“Come?”
“Nulla, nulla.”
Una volta entrato, pochi secondi dopo entro anch’io. Ernesto non appena mi vede sbuffa e solleva gli occhi al cielo, fedele nel sostenere il personaggio. Con le mani mi fa segno di attendere. Mi siedo su una sedia. Li lascio liberi di sbrigare le formalità burocratiche. Ernesto osserva la scheda di richiesta che gli ha consegnato lo straniero, che interpreta come una difficoltà il prolungato silenzio.
“Forse non ha questo libro?” Domanda con un velo di sconforto sul viso.
“No, il libro c’è, solamente… è sicuro che sia questo il romanzo che desidera leggere?!” Domanda il Bibliotecario alzando la voce, tanto da convincermi che voglia farmi partecipe del colloquio, sebbene non intuisca il motivo.
“Veramente sì, è proprio questo.”
“Nessun problema, però è nella nostra lingua, non crede che avrà delle difficoltà?” Chiede Ernesto.
“Proprio nella vostra lingua lo cercavo, vorrei migliorarla, leggere mi sembra un buon esercizio.” Chiarisce lui.
“Bene, quando è così! Solo un istante.”
Il Bibliotecario, ricevute esaurienti spiegazioni, si allontana. Rimango per un istante pensieroso, con lo sguardo fisso sul personaggio in attesa del libro. Cerco di afferrare il senso della scena. Mi sfugge qualcosa. Ho appena il tempo di approfondire un sospetto che Ernesto torna con la copia del romanzo in mano.
“Ecco a lei… firmi qui… si ricordi che i giorni… prego, arrivederci.”
Orario di chiusura. Una volta adempiuta l’ultima incombenza, Ernesto si affretta a chiudere la porta della biblioteca. Ci avviamo insieme verso casa. Interessato ad ascoltare la ragione che mi ha spinto da lui mi domanda:
“È successo qualcosa di nuovo?”
“No, niente di nuovo, volevo solo parlare.”
“Parlare, sempre l’inutile parlare.”
“Succedono cose strane in paese, non trovi?”
“Già, piuttosto strane.” Replica evasivo “Tuttavia, se solo tu non fossi così incline alla tragedia, potresti distinguere alcuni caratteri della commedia.”
“Commedia? La ritieni una commedia? Devastano il paese, sconquassano le abitudini e tu… oh, cosa mi tocca sentire!”
“Cambiamenti, nulla di nuovo, nella realtà c’è sempre qualcosa che si trasforma...” Poi sorvola, cambia discorso ”In casa? Tutto bene? Viola? I ragazzi?”
“Tutto bene! I ragazzi chiedono di te, è da un po’ che non ti fai vedere.”
“Eh, da un po’, saranno… saranno…”
“Un mese.”
“Accidenti, già un mese… gli hai spiegato che ho molto lavoro in biblioteca, devo gestirla da solo in questo periodo. Domenica prossima, se mi inviti a pranzo...”
“Va bene, domenica prossima.”
Per un tratto di strada fra noi scende il silenzio, spesso fecondo di sensazioni.
“Non mi sento sicuro. L’ansia che si diffonde nel paese è contagiosa a tal punto che è impossibile non rimanerne coinvolti. Ti confesso che non so più cosa fare. Temo di perdere i punti di riferimento.”
“Cosa vuoi fare, cosa vuoi fare! Tu sei di nuovo martire di deplorevoli apprensioni collettive, non è la prima volta che ti succede. Ammettilo, sei sempre stato povero di sano egoismo Emiliano. In queste occasioni è l’unico sentimento in condizioni di salvarti. E poi te l’ho detto già mille volte, fai troppo attenzione all’universale, tu non distingui il particolare.”
“Lo so questo, ma io non sono come te, non riesco a chiudere la porta alle mie spalle. Come si fa a lasciare fuori la realtà, a rifiutarla; l’altro giorno hai affermato che eravamo alla fine… e la storia, e il denaro, e il profitto…”
“L’altro giorno ti prendevo in giro, ironizzavo, lo sai bene.”
“Certo, tu scherzi per esorcizzare i timori... oh, se ci vedessero i nostri genitori! Quando era tempo di combattere loro non si sono tirati indietro.”
“Lascia stare i genitori, erano altri tempi, altre problematiche.”
“Per degli ideali tanti morti, da una parte e dall’altra… e ora? Guarda noi… soltanto una piccola progenie di ignavi.”
“Ho la sensazione che questo sia solo un tipico senso di colpa mal digerito. Non dovresti affliggerti così, non è proprio il caso, amico mio.”
“La nuova costruzione ci spazzerà via, resteremo travolti, saremo cancellati, dispersi.”
“Per questo l’altro giorno hai parlato di resistenza? Che forma dovrebbe assumere questa resistenza sentiamo, con chi e contro chi combattere. Non hanno volto, non sappiamo neanche chi sono, cosa vogliono costruire.”
Non trovo risposte, né argomenti validi a confutare le sue opinioni. Nei pressi della piazzetta del conservatorio ci raggiungono le note del brano che gli allievi provano insieme, con buoni risultati devo dire. Dapprima vaga, man mano che ci avviciniamo la melodia diventa più chiara e forte.
Giunti in piazza.
“Chi sono quei poveri disperati?!” Chiede Ernesto, indicando con un cenno della testa il gruppo di persone che ozia sopra un grosso ripiano di marmo.
“Disperati appunto. Poveri disgraziati che ogni mattina mendicano lavoro e non lo trovano.”
“Di un paese dove c’era il paradiso in terra, se non sbaglio.”
“No, non sbagli! Pensi che siano questi gli argomenti buoni a risollevare l’umore? Intendi riaprire ferite oppure…”
Non riesco a controbattere l’ironica battuta di Ernesto. Mentre transitiamo davanti al portone del conservatorio, un ragazzo si stacca dal gruppo di disperati seduti sulla mensola di marmo per dirigersi verso il portone del conservatorio.
“Ehi…” mi affretto d’istinto a bloccarlo “dove va non può entrare.”
Il ragazzo si ferma, poi, convinto forse di trovarsi alla presenza di due musicisti domanda:
“La musica, che musica è per favore?!” Sollevando appena la mano in aria come se volesse carezzare le note.
“Musica?… Questa musica?” Domando, sorpreso dalla curiosità.
“Sì!”
“Strauss… è un valzer… Sangue viennese.”
Sangue viennese!” Ripete lui, mentre solleva gli occhi al cielo e posa per un istante la mano sulla fronte “È un valzer bellissimo!”
“Sì, lo è… comunque, può entrare se proprio lo desidera.” Lo invito, colpito mio malgrado dal sentimento di partecipazione che dimostra “Nell’interno troverà una saletta, lì potrà ascoltare meglio… senza fare rumore però.”
“Grazie! La ringrazio molto.” Risponde emozionato.
“Anche voi, se volete, ci sono molti posti liberi.” Estendo l’invito.
Anche agli altri quattro interessa la musica. Si alzano.
“I particolari Emiliano, vedi? I particolari!” Sento mormorare Ernesto dietro le mie spalle.
“Cosa dici?”
“Niente niente!”
Di fretta i quattro raggiungono il compagno che è rimasto sull’uscio ad attenderli. Li vediamo entrare, mentre salutano e ringraziano. Inghiottiti dal conservatorio scompaiono, come in estasi, trascinati via dal vorticoso fiume di note.
Rimasti soli, restiamo dapprima in silenzio; poi, una volta ripresa la strada di casa, considerato che uno di noi due doveva pur romperlo per primo, e siccome Ernesto sembrava deciso a lasciare a me questa incombenza, dopo aver riflettuto un istante:
“Scusa, ma prima hai accennato a dei particolari, intendevi dire proprio quello che penso?”
“Certo Emiliano, proprio quello che pensi e di cui abbiamo discusso cento volte, in quale altro senso pensavi che lo dicessi.”
“Bene… no perché se intendevi dire che…”
“Oh mio dio, è proprio necessaria questa discussione?”
“Certo, tutte le discussioni sono necessarie, soprattutto nelle nostre attuali condizioni.”
“Non sono d’accordo!”
“Non sei d’accordo?!... E perché non sei d’accordo?”

7 gennaio 2006