LA VIRTU’ E LA FORZA

                  

Che ne sapete voi delle possibilità insite nella malvagità!
Che cosa serve mai scrivere libri e far filosofia,
quando della virtù si conosce solo la minima parte,
e cioè come la si può conseguire,
mentre il mondo viene messo in moto da qualcosa di totalemnte diverso.

                                                                                              Hermann Göring

 

Sei tornata anche oggi. Quante volte te lo devo ripetere che non è affatto necessario questo penoso sacrificio quotidiano: rifletti Mamma, di cosa potrei aver bisogno, di cosa. Non negare sempre, sì, è un sacrificio, ammettilo. È un inverno lungo, triste, difficile; oggi si è alzato anche questo vento fastidioso, soffia gelido da nord; la gente preferisce restare chiusa in casa… ci sei solo tu in giro, che ostinata che sei! Avvolgi bene la sciarpa intorno al collo, non prendere freddo. Certo c’è il sole, e sono le ore più calde della giornata, tuttavia, guarda, hai le mani livide, chiusa dentro quel vecchio cappotto consumato. Se non sbaglio mi avevi promesso che avresti acquistato qualcosa di più pesante, di più adatto. Lo sai, forse scenderà la neve: quanti anni sono passati dall’ultima volta che abbiamo visto la nostra città imbiancata. Mi raccomando, non farti cogliere impreparata. Allora? Coraggio, dimmi, perché non hai ancora comprato un cappotto nuovo… Il tempo? «Dove trovo il tempo?!» Ma senti che sciocchezza! Non sei mai stata brava a raccontare bugie. Sola in casa, poche esigenze, penso invece che ne hai molto di tempo a disposizione. Ecco, ora ci avviciniamo alla verità: non hai voglia di uscire da quelle quattro mura dove ti sei reclusa. «Comprare dei vestiti mi sembra la cosa più assurda del mondo», eppure lo sai che non sarebbe per vanità o piacere: non ti sembra ragione sufficiente il gelo dell’inverno? Eviteresti fastidiosi malanni, soffriresti di meno. Cosa vuol dire «Più di quel che soffro!» Proprio perché comprendo, ti prego di difenderti dal freddo esteriore, almeno, poiché non puoi difenderti da quello interiore. Non stare rannicchiata in quell’angolo, siamo soli, non dai fastidio a nessuno se ti avvicini, solo un poco… ecco, siediti, brava, così va meglio.
Oh Mamma Mamma! Come devo fare con te, dimmi, quali parole devo usare per convincerti.
Ti prego non ricominciare con questo discorso. Ne abbiamo parlato mille volte. Io non condivido gli argomenti che ripeti da mesi. S’intende, è ovvio, anche se la condizione potrebbe spingere a guardare con ottimismo al futuro. Un dubbio, solo un legittimo dubbio. Non gridare, lo so, non c’è nessuno, ma non voglio che ti agiti. Discutiamone con calma, come abbiamo sempre fatto. Ammetterai che non ci sono prove valide a sostegno delle tue tesi. No ti dico, non essere arrogante, sono temi talmente grandi… come dici? Oh, certo, anche per me. Io dovrei capire? No, per quale motivo… non so cosa dirti, è sempre così buio. Credimi, sono possibilità dolorose, ma potrebbe essere solo un’illusione o un desiderio o un inganno. Oppure la mia voce esiste! E se esiste anche la nostra esperienza ha un senso; il dolore, la sofferenza, ciò che siamo, come siamo, tutto ha un valore, e anche l’incontro con la forza… no, non piangere Mamma, non piangere, lo sai, è insopportabile. Ti prego, asciuga le lacrime, non posso vederti cosi. Ricordi, abbiamo saputo reagire quando Papà ci ha abbandonati. Una lunga malattia è atroce, straziante, ma ha il vantaggio di lasciare agli altri il tempo di capire, di riorganizzare la vita, ma lui, quanto tempo ci ha concesso?! È uscito di casa per andare al lavoro, come aveva sempre fatto. È svanito d’improvviso, insieme alle sue preoccupazioni, ai suoi impegni, ai suoi progetti… gli occhi chiusi, il cuore spento, in un attimo materia inconsapevole, come un sasso o un albero tagliato. Non eravamo preparati a questo Mamma. Non era la morte il nostro primo pensiero. Una telefonata dall’ospedale «Siete voi i parenti del signor…» Increduli abbiamo risposto «Si siamo noi. Cos’è successo? Ma è grave? Si salverà?» Non si dovrebbe morire così, ancora giovani e con una famiglia da mantenere. Dio, sì Dio Mamma, chi altri… non lo dovrebbe permettere… ma Dio, è morto anche lui, con lui; tutti i nostri sciocchi dèi muoiono con noi quando moriamo. È solo un mistero! I suoi imperscrutabili disegni, dicono. Che cos’è Dio, un salvatore di padri di famiglia? Tanta grandezza per ben poca cosa. Perché solo lui e non tutti, tutti liberi dal dolore e dalla morte. Cosa diceva quel prete al funerale? Parlava e parlava, della fede, del cielo, dell’anima, del valore della persona, delle virtù; a cosa gli è servita l’integrità morale, avrei voluto dirgli, a cosa gli è servito essere buono e comprensivo, onesto e laborioso, prete… Una chiave per il paradiso? Pensi che lui varcherà beato la porta del paradiso col pensiero dell’inferno in cui ci ha lasciato? Ah, il paradiso, prete, che scempiaggine, ma credi veramente alle tue menzogne?!
Cosa facciamo ora! ci siamo chiesti dopo la sepoltura, dopo esserci macerati nel dolore. Io andavo a scuola, i tuoi impegni erano sempre stati la famiglia e la casa, a quale tipo di lavoro avresti potuto ambire, con la crisi economica e la diffusa disoccupazione. Di colpo ci siamo resi conto che non sapevamo come tirare avanti, come mantenerci. Privi d’autonomia in un mondo che sembrava ignorarci. I parenti ci sono stati vicini, si sono prodigati in conforto e nutrimento, nonostante ciò, dopo qualche settimana, l’esigenza di un reddito su cui contare si è presentata in tutta la sua drammaticità. Lasciare la scuola mi sembrava una decisione ragionevole, non potevo fingere che nulla fosse accaduto. Laureato in lettere, questa era l’ambizione. Sebbene per un futuro impiego non fosse poi così saggia la decisione, avevate accettato con entusiasmo, soprattutto Papà, che sembrava inebriarsi all’idea di un figlio professore. Scelte di vita quando era in vita, ma ora? Non hai voluto sentire ragioni! Capivo il tuo stato d’animo: realizzare un progetto deciso in tre era come se nulla fosse cambiato. Capivo anche, però, che questa decisione avrebbe comportato grandi sacrifici da parte tua, e grandi sensi di colpa da parte mia. Nella disgrazia siamo stati anche fortunati, perché una vedova e un orfano destano tanta pena e uno straccio di lavoro per loro si deve trovare. Quel condominio poco distante offriva un posto da pulitrice: quattro scale da lavare, un cortile da ramazzare, un giardino da tenere in ordine, qualche anziano pensionato da aiutare. La mattina ti alzavi presto, prima di me. Per non svegliarmi cercavi di evitare ogni rumore. Qualche volta però i tuoi singhiozzi riuscivano a superare la porta della cucina, e nonostante la strenua volontà di reprimerli, di tenerli segreti, riuscivano a svegliarmi. Odiavo quel doloroso emergere dalla quiete. Io ero più fortunato, una volta solo, potevo piangere liberamente, senza il timore di essere ascoltato. Nella casa deserta mi facevano compagnia soltanto le immagini del passato, ombre che il trascorrere degli anni piano cancellava.
I primi mesi sono stati i peggiori. Dovevamo imparare, e in fretta, a decidere da soli. La volontà inesperta cercava ogni volta il riferimento, la conferma, e ogni volta scoprivo nei tuoi occhi la mia stessa incertezza. Ma a soffrire di più era il sentimento: non si accontentava d’amare, no, aveva bisogno del corpo, della presenza… che arroganza! Quante volte l’ho rimproverato, l’amore. Accontentati, gli dicevo, cosa è cambiato se ora non c’è più, qui, davanti a te, sei diminuito forse, sei morto con lui? Hai mai detto l’amavo? Mai! E allora, se la ragione è di conforto pensa a ciò che ti ha dato, cosa importa della presenza o dell’assenza.
L’aiuto era breve, la tristezza sempre in agguato. Eppure, col trascorrere dei mesi abbiamo saputo conquistare un punto d’equilibrio, una sfuggente tranquillità, anche dei sorrisi.
I soldi erano pochi, le necessità tante, per una madre sola con un figlio studente. A quante cose abbiamo rinunciato, spesso anche al necessario, ma rinunciavamo volentieri, avevamo una grande meta davanti. Cosa vuoi che sia l’appagamento d’effimeri desideri, di fronte a una laurea capace di sanare le ferite prodotte dalle privazioni. Era diventato normale evitare tutto ciò che avrebbe comportato una spesa eccessiva: quindi, niente inutili vestiti; niente serate con gli amici; se possibile libri usati; insomma, ero riuscito a perfezionare un’efficace tecnica di sopravvivenza, talmente rigorosa da essere incorruttibile. Nonostante ciò, con uno stipendio non avremmo mai potuto sostenere i crescenti costi universitari, sono stato costretto a cercare un’occupazione. Quel posto da cameriere era un impegno precario, mal retribuito, ma per noi, per me era la soluzione: di giorno studiavo, di sera lavoravo, e in più, il mio senso di colpa si sarebbe attenuato; dunque, quell’umile lavoro avrebbe permesso vantaggi materiali e spirituali.

Era una domenica sera quando è entrata nel locale con degli amici. Non mi sono accorto di Lei, per me erano soltanto anonimi clienti alla ricerca di un tavolo libero in una pizzeria affollatissima.
“Mi scusi…” trattenendomi per un braccio mentre mi precipitavo in cucina con dei piatti vuoti “… ci sono speranze per un tavolo, lei cosa consiglia, di aspettare?”
“Sì!” Ho risposto senza guardarla neanche “Pochi minuti, il tempo di sistemare quel tavolo d’angolo.”
Durante la cena non riuscivo proprio a comprenderne la natura del suo interesse per me; non mi importava scoprirlo, con tutto il lavoro che avevo da sbrigare, inoltre, ero certo di non averla mai vista.
Solo al momento di pagare il conto, porgendomi la carta di credito:
“Università?!”
“Prego?… Università cosa.”
“Non frequenti la facoltà di lettere?”
“Sì, in effetti… anche lei? Mi dispiace, io non ricordo…” Ho risposto confuso, mentre si apriva un’incomprensibile vuoto nei giorni vissuti senza i suoi occhi.
Trascorso un po’ di tempo, quando oramai avevo perso ogni speranza di rivederla, eccola presentarsi in aula.
“Come va cameriere!”
“Io… bene, e lei… e tu?” Arrossendo strangolato dall’imbarazzo.
“Cosa mi sono persa?”
“Niente, è di una noia mortale questo professore, purtroppo.”
“Già, purtroppo.”
Era più avanti di me negli studi, nella posizione sociale e nelle esperienze sentimentali. In quel periodo soffriva i malesseri provocati da una storia d’amore vissuta con grande trasporto emotivo e conclusasi male. All’inizio del rapporto non riuscivo a capire quale ruolo avrei potuto ricoprire nella sua vita, considerate le rispettive disposizioni d’animo.
Mamma… com’è bello vederti sorridere! Ripensi forse alla mia sciocca volontà, così determinata a non concedere spazio all’amore?
Lei annuiva quando nei suoi racconti rintracciavo una contraddizione, una mancanza d’analisi, un gesto lesivo della dignità. Con le mani sul viso scuoteva la testa «Ti rendi conto…» diceva sorridendo «quanto sono stata stupida nell’accettare quei compromessi.»
Era sincera in quei momenti, oltre che dolcissima.
Lungo il viale che porta all’università, cercavo di distinguere gli errori che spesso commettiamo se non conteniamo in maniera adeguata il flusso continuo delle passioni, quando d’improvviso «Scusami!» Mi ha detto, lanciando lo sguardo lontano, oltre il mio viso.
Sorpreso dall’insolito comportamento l’ho seguirla con gli occhi mentre, allontanandosi, agitava la mano per attirare l’attenzione di un tale impegnato a parcheggiare una moto sfavillante di cromature.
Il bel centaurocon studiati gesti ha tolto il casco, sistemato i capelli, le ha sorriso, infine si è lasciato abbracciare. Poi parlottando l’ha seguita.
“Ti presento…” Ha cinguettato emozionata. 
“Piacere!”
“Ciao, piacere!” Ha risposto Lui stringendomi virilmente la mano.
“Ci vediamo domani allora.”
“Sì, va bene.”
Una volta lontani, superato lo stupore, ho avvertivo un prepotente bisogno di riflettere. Della scena, in particolare, mi era rimasta impressa un’immagine: quando, poggiata la mano sinistra sulla sua nuca, per riuscire a baciarlo si è sollevata appena sulle punte dei piedi. Gesto di una tenerezza infinita. Eccessiva per un amico… o forse un amico non era? Non aveva mai parlato di lui. Così, sprovvisto di informazioni, mi sentivo un po’ cretino, un po’ umiliato, un po’ imbrogliato, sensazioni troppo caotiche e frammentarie per tirare conclusioni affrettate.

Il giorno seguente, al termine della lezione, ho preso l’iniziativa.
“È un tipo accessibile, non è vero?”
“Parli di Lui?”
“Sì!”
“Cosa intendi per accessibile.”
“Immagino che i suoi riferimenti siano essenziali.”
“Semplice?… Sì, è un tipo molto semplice, non è come te.”
“Come me? Cosa c’entro io!”
Seria, con lo sguardo fisso davanti a lei, continuava a camminare in silenzio.
“Mi vuoi dire qualcosa?” Ho insistito, immobile al centro di un corridoio fitto di studenti frettolosi. Lei si è fermata qualche passo più avanti, si è voltata, mi ha guardato, sempre senza dire nulla.
“Ti senti più serena fra le braccia di Dioniso? L’importante è essere felici, non credi?”
“Sono solo innamorata di Lui, nient’altro, imprevedibilità dei sentimenti.”
“Ne sei sicura? Nulla di più complicato?” Ho replicato alzando un po’ la voce, quando già era lontana.
Per tutta la notte non ho chiuso occhio. Cos’è che mi fa piangere, pensavo, forse l’amara delusione perché ho creduto, decantando friabili verità, di poterla salvare dalla prepotenza delle passioni, dalla passività, dall’inconsapevolezza? Davvero esiste solo questa via? Oppure si può eludere l’abisso, perché è più facile esistere che vivere. No, non può essere solo questo, c’è dell’altro… Per riuscire a baciarlo si è sollevata appena sulle punte dei piedi…
Non ci siamo più parlati da quell’episodio, fra di noi era scesa una brutta cortina d’incomunicabilità… come dici Mamma?… «Ancora innamorato!» Che importanza ha sapere.

Lunghi e noiosi i giorni dopo di Lei, senza di Lei; eppure sono passati, come sono passati i mesi e gli anni. Finiti gli esami, consegnata la tesi, ottenuta la laurea.
Per festeggiare il titolo di dottore ho invitato i pochi amici ad una cena. Quel sabato sera sarebbe stato un altro cameriere a servire me, per una volta. Sulla porta di casa mi hai preso il viso fra le mani, guardato intensamente con gli occhi umidi d’orgoglio, un bacio sulla fronte, prima di pronunciare la parola «Divertiti!» come fossi ancora il tuo bambino. Tutto era andato nel migliore dei modi: cena ottima, amici allegri, ricchi di complimenti e di consigli. Certo il futuro non si presentava così radioso, ma ero contento lo stesso, l’ostacolo più grande era superato: avevo afferrato la coda del sogno ed esso mi avrebbe trascinato in una realtà migliore.
Ci siamo trattenuti qualche minuto fuori del ristorante, prima di attraversare la strada in direzione del parcheggio. Seguivo a pochi passi un amico che si era offerto d’accompagnarmi. Una volta accanto alla macchina, però, non so proprio per quale motivo, ho d’improvviso cambiato idea. Era una notte mite e silenziosa, ideale per fare quattro passi.
“Io vado a piedi. Grazie lo stesso… no, non ha importanza, prendo un po’ d’aria. Ma figurati! Quale alcool, sto benissimo, davvero.”
Mi sentivo allegro lungo la via poco illuminata che costeggia l’antico acquedotto. La mente sgombra da qualsiasi preoccupazioni, un raro e prezioso frammento di serenità. Il rettilineo del marciapiede era deserto, neanche un rumore. Un muro un arco, passo dopo passo, un altro muro un altro arco, coni di pallido chiarore la luce dei lampioni, sempre solo… no, qualcuno c’è: tre ombre, si distinguono appena, là in fondo, lontano, si avvicinano… sono quasi arrivato, casa è qui dietro l’angolo.
“Buonasera!” Scrutandoli di sfuggita, senza interesse.
“E pensi di cavartela così?”
Non avevo compreso le poche parole pronunciate da uno dei tre. Con una condotta più avveduta forse avrei potuto evitare quello che è successo. Forse avrei dovuto tirare dritto, come se niente fosse, ma in quell’istante, ho ritenuto da persona civile far presente che non avevo capito.
Chissà come loro hanno interpretato il gesto.
Quando mi sono comparsi davanti, sicuri e tracotanti, con quelle inequivocabili facce da emarginati, ho cominciato a temere il peggio. Ho visto qualcosa luccicare fra le mani del più deciso. Un coltello? Era evidente che cercavano dei soldi, oggetti di valore: una rapina, ero oggetto di rapina! Paura, consapevolezza del pericolo, sebbene nessun cieco terrore. Non ho niente con me, basta dirlo, bisogna ostentare disponibilità, evitare reazioni incontrollate, confermare con i fatti che sono alla mercé, che loro sono i più forti ed io il più debole, è un semplice problema di comportamento, d’etologia.
“Credetemi ragazzi, non ho molto con me… guardate pure… questo è il portafoglio… prendete quello che volete… figuratevi se non capisco…”
Qualcosa, è evidente, non ha funzionato, perché tutta quella violenza non era necessaria, né prevedibile. Avevano capito bene che era la verità, che non avevo niente di più di quello che mettevo a disposizione, che era un colpo fallito. L’analisi era corretta, tuttavia, qualcosa della natura umana mi era ignota. Hanno iniziato a picchiarmi. Non la finivano più, si divertivano, sembravano godere di quella assurda crudeltà. Sono durati ore quei pochi minuti. Prima di perdere i sensi ho cercato di difendermi, di limitare i danni, poi è arrivato quel colpo più violento degli altri. Negli ultimi istanti di lucidità ho avvertito in bocca il sapore della terra; ho pensato a te, a Lei, poi solo il buio.
 Ferite e fratture ora si sono rimarginate, nonostante ciò, gli occhi non hanno più rivisto la luce del sole.
“Un altro misterioso caso di coma, suo figlio nel corpo è guarito, signora, ma la mente non vuole tornare.”
Quante volte hai ascoltato la perplessità dei dottori Mamma, e quante volte hai risposto con folle certezza:
“La sua mente procede a tentoni nella notte, tornerà, quando avrà trovato una ragione per vivere.”  

7 Gennaio 2002