QUI DOVE MUOIONO I SOGNI

 

Puntuale come ogni mattina, Ulisse apre gli occhi prima dell’ora stabilita. Passa le mani sul viso, si stiracchia sotto le lenzuola, un poderoso sbadiglio, quindi, una volta sistemati meglio i cuscini dietro la schiena, comodamente disteso, nella massima tranquillità, attende sonnolento. Qualche minuto dopo, preannunciato da una gradevole melodia e accompagnato da una voce elettronica priva d’emozioni, la sveglia poggiata sul comodino inizia a proiettare sul soffitto della stanza un tenue fascio di luce azzurra. In lenta successione, voce e luce, comunicano l’ora, la data, le condizioni meteorologiche, la temperatura, l’umidità e le ultime notizie: l’ennesima riduzione delle tasse; la definitiva chiusura dell’istituto penitenziario oramai inutile; l’inizio della sperimentazione ospedaliera del vaccino per curare una delle ultime malattie rimaste, il raffreddore. Compiuto il suo dovere quotidiano, la sveglia con un simpatico trillo e un augurio si spegne. Sebbene ancora con i sensi intorpiditi, lui riesce lo stesso a prendere atto delle informazioni più importanti e a questo punto si alza e raggiunge il bagno per le rituali abluzioni mattutine.
Ulisse, è un ragazzo di venticinque anni che ha terminato da qualche mese gli studi, e ora lavora come tecnico in un’azienda dove si coltivano piante e fiori. È stata sempre la sua passione la botanica. Anche da piccolo, libero da impegni scolastici, trascorreva ore sul terrazzo a miscelare terra, a sistemare vasi, a concimare, a curare, a seminare. Una vera soddisfazione per lui veder crescere e fiorire le sue piante: un piacere che appaga la gran voglia che ha di creare. In famiglia nessuno ha mai sollevato obiezioni al proposito di seguire questo orientamento nella vita. Insieme ai genitori ha scelto la scuola; ha studiato con ottimi risultati e infine, con in mano il diploma ancora fresco, ha accettato il posto di lavoro che il Comune gli ha offerto: adesso, la comunità non può che raccogliere benefici da questa felice, realizzata attitudine.
Uscito lindo e profumato dal bagno entra in cucina; e mentre solleva la serranda, osserva perplesso lo strano chiarore delle lame di luce che filtrano dalle fessure. Sul terrazzo, proteggendosi gli occhi con il palmo della mano, controlla il sole: l'impressione che sia un po’ più grande del normale non sarebbe la stranezza maggiore, quanto il suo colore, più bianco, simile a quello di una lampada al neon. Dubbioso, controlla giù in strada la serena quotidianità dei passanti. Come ogni mattina la sua ragazza, Ofelia, appare sul terrazzo del piccolo appartamento di fronte. Lui accenna ad un gesto distratto con la mano, senza spendersi nel solito lancio di bacio, come se volesse avvertirla che ora avrebbe proprio un grosso problema da risolvere. Sorpresa dall’atteggiamento, per deviare su di sé l’attenzione lo chiama. Ulisse si volta, frastornato indica con il braccio teso il sole. Ofelia osserva, poi accenna ad una smorfia d’incomprensione.
“È più chiaro, non vedi che è più chiaro!” Le grida.
Ofelia osserva ancora, si convince di esser vittima di uno scherzo, sorride e rientra in casa, chiudendo l’argomento con un inequivocabile gesto della mano. Ulisse, non del tutto persuaso, resta per qualche secondo ancora immobile sul terrazzino, quindi anche lui rientra.
Ofelia lavora come operaia in una fabbrica di articoli sportivi. Nel corso del mese, per due settimane è impegnata nelle tre ore del turno mattutino, le altre due settimane nelle tre ore del turno pomeridiano. Con Ulisse si sono conosciuti in biblioteca, una domenica d’inverno grigia e piovosa. Subito piaciuti, subito desiderati, subito amati. Hanno già deciso la data del matrimonio, quindi, non dovranno restare separati ancora per molto: il Comune ha assegnato loro un’abitazione più grande sempre nello stesso quartiere. In questi giorni, nelle ore libere, visitano negozi alla ricerca dell’arredamento più adatto.
In attesa alla fermata dell’autobus, Ofelia accenna al fallito tentativo di scherzo, e si prende gioco di Ulisse. Lui, insiste nell’affermare che ha visto davvero il sole bianco, fino a pochi istanti fa, mentre ora la situazione sembra tornata del tutto normale: forse il fenomeno era solo uno strambo e transitorio caso di stratificazione delle nuvole, concludono. Come previsto, dopo tre minuti esatti arriva l’autobus, ma tutti i posti a sedere sono occupati, dovranno quindi attendere il successivo per altri tre minuti.
Il traffico scorre ordinato. Il silenzio è disturbato appena dal sibilo dei motori delle macchine. L’autobus viaggia senza ostacoli lungo la corsia preferenziale. Vicino alla fontana della piazza centrale si avverte lo scrosciare dell’acqua. Poco più in là, in prossimità di un incrocio, due vetture si sono urtate e l’autobus è costretto a fermarsi. I conducenti, impegnati a verificare i danni, sollecitati dal vigile urbano giunto solerte si sistemano di lato, nell’apposita corsia. Pochi minuti e l’autobus riparte, mentre con sorrisi e pacche sulle spalle i due automobilisti avviano il consueto rito della ricerca delle responsabilità, e l’uno tenterà di convincere l’altro della propria colpevolezza, e l’altro confesserà il suo attimo di distrazione, e il tutto finirà presto, come finiscono sempre i rarissimi incidenti.
Per raggiungere la metropolitana che la porterà davanti al portone della fabbrica, Ofelia scende alla stazione di cambio; lui prosegue per qualche altra fermata. Una volta giunto nel vasto vivaio centrale, Ulisse cerca di evitare i colleghi, con i quali potrebbe perdere minuti preziosi, e raggiunge il posto di lavoro nel minor tempo possibile. Indossati degli abiti adeguati, entra nella serra e come ogni giorno resta per qualche istante incantato ad ammirare la gran varietà di piante e fiori che vegetano in piena salute nel vivaio: aucube e ciclamini, palme e ortensie, dracene e camelie, e ficus, e filodendri, e begonie, in un intenso tripudio di colori forme e odori, un vero appagamento per i sensi. Felice, con le mani fra le sue piantine appena nate, Ulisse riceve inattesa la visita di un collega, Mario, che lo raggiunge per informarlo che il Capo lo cerca per parlargli di un certo progetto.
“Un progetto? Quale progetto!” Reagisce infastidito.
“Cosa vuoi che ne sappia io. Separati un istante dalle tue rose e vai a sentire.” Replica Mario.
“Non potresti andare tu al mio posto?”
“Non essere ridicolo, avanti!”
Il Capo, una persona adorabile, un padre umano e comprensivo, è in attesa per informarlo che, vista la straordinaria produzione di piante da fiori ottenuta quest’anno, il Comune ha pensato di utilizzare il surplus, che resterebbe inutilizzato nelle serre, per migliorare l’estetica dei giardini all’interno degli edifici che ospitano gli asili nido e le scuole elementari.
“«… È ovvio che il lavoro straordinario sarà retribuito.» Ha perfezionato così la sua proposta, l’assessore.” Conclude il Capo.
Riferita la proposta, Ulisse resta in silenzio a fissare il Capo, come se davanti a lui si fosse materializzato d’improvviso uno spettro; quindi replica amareggiato:
“L’assessore ai giardini ha detto questo?” avvicinandosi alla scrivania con espressione avvilita “Solo lui poteva dire una sciocchezza simile. Non riesce a staccarsi da questa vecchia mentalità… i soldi!”
“Non essere così severo con lui, è un brav’uomo. Ha tanti anni d’esperienza sulle spalle, sa bene cos’è il lavoro, è solo un po’ classico.”
“Conosce bene il lavoro, dunque, dovrebbe sapere che quelli sono i nostri bambini; le scuole dove studiano i nostri figli; a chi mai verrebbe in mente di guadagnare dei soldi per un lavoro simile, sarebbe… è immorale! Figuriamoci… «Il lavoro straordinario sarà retribuito.» Mi pare di sentirlo… che sciocchezza, che sciocchezza.”
“Lo dice senza cattiveria. È così all’antica per certi aspetti. Pensa… ancora non ha tolto la serratura dalla porta d’ingresso di casa.”
“Sul serio? Dici davvero? Sono tanti anni che non si sente più parlare di serrature e di furti; se non sbaglio l’ultimo è avvenuto quando ero piccolo.”
“Abita in una casa antica; una volta era normale chiudere la porta per difendere i propri beni; esisteva la disonestà.
“Già, la disonestà! Era tanto diversa la vita… bene, quando pensi di iniziare il lavoro?”
“Vediamo, domattina?”
“Domattina, d’accordo. Posso andare ora?!”
Ulisse torna dalle sue rose. Apre la porta della serra, entra, e giù in fondo, in alto nel cielo, scorge il sole. Dominato l’attimo di panico, esce per controllare se questa volta può essere un effetto provocato dai vetri. Non è un effetto dei vetri! Il sole è come l’ha visto questa mattina, grande e bianco, e questa volta dà l'impressione di essere piuttosto minaccioso. Dopo aver riflettuto, per dimenticare il sole con calma decide di tornare al lavoro. Rientra. Ma d’improvviso, immobile e spaventato, Ulisse osserva i vetri, le piante, i rami, gli steli dei fiori flettersi, piegarsi ad arco, sopra e sotto, a sinistra e a destra. La prospettiva, davanti ai suoi occhi, per un attimo si arrotonda e l’intera struttura assume l’aspetto di un tunnel che freme, ondeggia, si contrae, per ritornare dopo qualche lunghissimo istante nella posizione originale.
“Mario!… Mario!…” Urla.
Il collega, allarmato, lascia cadere per terra il tubo di gomma usato per innaffiare e corre da lui. Lo trova fermo, la testa china, le mani premute sul viso.
Temendo il peggio:
“Ulisse, sono gli occhi? Ulisse, rispondi, ti è andato qualcosa negli occhi?”
Lui, con il volto sempre coperto, scuote la testa.
“No, è la serra, la serra, il tunnel.”
Mario non capisce, chiede spiegazioni. Acquisite le esperienze, attuale e precedente, consiglia di interpellare un medico. Nonostante le proteste di Ulisse, dopo pochi minuti l’ambulanza giunge nel vivaio a sirene spiegate; ospitati a bordo i due amici riparte sempre a sirene spiegate.
“Tranquillo, vedrai che non è niente, un po’ di stanchezza forse.” Cerca di rassicurarlo.
“Lo so bene che non è niente, cosa vuoi che sia! Sei stato tu che hai insistito… un’ambulanza. Abbiamo scomodato l’ospedale per una sciocchezza; e se capita un’emergenza davvero grave? Non hai pensato a questo? Forse potrebbe…”
“Smettila…” lo interrompe Mario “è la paura che ti fa parlare. Quando mai sono mancati i soccorsi in città, quando, avanti rispondi.”
“Mai!”
“Ecco lo vedi! Stai giù tranquillo piuttosto, siamo quasi arrivati.”
Nel pronto soccorso dell’ospedale comunale, Ulisse è accolto da un infermiere e da un medico, che si presentano con il loro nome, cognome e qualifica professionale; Mario, invece, può accomodarsi in sala d’attesa.
Per verificare il livello d’urgenza, medico e infermiere conducono Ulisse in vari laboratori dove, in pochi minuti, su di lui sono eseguiti analisi e controlli. Verificate quindi le buone condizioni generali del paziente, il medico congeda l’infermiere e inizia ad approfondire le ricerche.
“Ah, il sole grande e bianco, capisco!…” prendendo appunti su ogni cosa “E il tunnel, certo. Ha perso conoscenza? La luce era in fondo al tunnel?”
“No dottore, non ho perso conoscenza. Non era un tunnel di luce come quello che vedono le persone entrate e uscite dal coma, era molto diverso… come spiegarle… la fotografia. Ha presente la distorsione delle linee che producono certi obiettivi fotografici molto corti… ecco, vedo che mi sono spiegato.”
Il dottore, un signore dall’aspetto simpatico, calvo, con gli occhiali e un pizzetto di barba e baffi tendenti al grigio, appresi i sintomi, lo accompagna in un ambulatorio per una visita oculistica; poi in un altro per un elettroencefalogramma; poi in un altro e in un altro ancora, infine, dopo un paio d’ore d’analisi negative Ulisse è dimesso, con l’avvertenza di ripresentarsi subito al primo accenno di malessere, per un necessario ricovero.
Quando l’amico riappare sulle sue gambe in sala d’attesa, il volto di Mario riacquista colore.
“Allora, tutto bene?!” Chiede sollevato.
“Certo, tutto bene. A parte le due ore perse per colpa tua.”
“Per colpa mia?! Era necessario.”
“Sì, era necessario, è vero, scherzavo Mario. Vieni, andiamo via.” Risponde questa volta serio serio.

Concluso il turno di lavoro senza altri incidenti, Ulisse torna a casa; apre la porta, e mentre ascolta il messaggio di Ofelia registrato nella segreteria telefonica, ecco una nuova crisi. Questa volta è la sua stanza da letto che si appresta a mutare: in fondo al tunnel, oltre la finestra, scorge il sole grande e bianco. Superato il primo istante d’angoscia, raggiunge il letto: si distende, poggia la schiena contro la spalliera, con l’intenzione di analizzare ogni sintomo, che riferirà poi al dottore. Deciso a non svenire, tira dei respiri profondi, mentre assiste impietrito al fremere delle pareti intorno, con la sensazione di trovarsi all’interno di un organismo vivo. Le pareti della stanza si curvano e si avvicinano e comprimono come se lo spingessero verso un sole che si avvicina e diventa sempre più enorme e luminoso. Stringono, palpitano, sussultano, ai lati, dietro, verso la luce, il sole, il tunnel. Ulisse, osserva e respira, osserva e respira, osserva e respira… fino a quando, piano, tutto si acquieta e la stanza torna normale.
Indugia qualche minuto, asciuga il sudore sulla fronte, telefona a Ofelia per avvisarla di raggiungerlo, se può.
“È successo qualcosa di grave?” domanda lei preoccupata “Hai una voce che non mi piace.”
“No, niente di grave, stai tranquilla. Ti spiegherò tutto dopo.”
In casa, Ulisse racconta ad Ofelia cos’è accaduto oggi, dell’ospedale e delle crisi sempre più forti.
“Cosa vuol dire il tunnel, la luce. E il dottore? E gli esami?” Chiede nervosa.
“No, le analisi sono buone, non c'è nulla di sospetto, forse saranno necessari nuovi approfondimenti. Quel prospettato ricovero temo sia necessario.”
“Sì, lo temo anch’io Ulisse. Domattina andiamo di corsa.”

L’indomani, con una piccola borsa in mano contenente pigiama, ciabatte, un cambio di biancheria intima e il necessario per la toletta quotidiana, Ulisse e Ofelia si presentano all’accettazione dell’ospedale. Chiedono del medico che lo ha visitato la mattina precedente.
Solo qualche minuto d’attesa.
“Buongiorno!… Oh, il signore del tunnel. Una nuova crisi? Venga venga, compiliamo una base di ricovero e la accompagno in camera.”
Lo seguono fiduciosi, senza fare domande.
Mezz’ora dopo, in pigiama e ciabatte, Ulisse si siede sul letto della camera singola, al secondo piano, nel reparto dove sono ricoverati i malati bisognosi di cure di medicina generale. La stanza è ampia e luminosa, c’è una grande finestra sulla parete di fronte al letto, servizi igienici e tutto il necessario per trascorrere in serenità i giorni necessari alla guarigione. È la priva volta che ha bisogno di una simile attenzione, non ha esperienza in proposito; osserva sorpreso che le dimensioni della camera sono davvero esagerate per un solo malato, ma è pur vero che i pazienti sono così pochi rispetto all’estensione del complesso ospedaliero.
Mentre il medico, con tono professionale, espone a Ulisse e Ofelia le ulteriori ricerche che intende effettuare per risolvere lo strano caso che, con molta sincerità, ritiene sintomo non di una malattia fisica ma di un oscuro disagio psichico di difficile soluzione, Ulisse, posata una mano sulla fronte si alza dal letto. Con i battiti del cuore in aumento e il respiro in affanno, inizia a camminare inquieto per la stanza, con lo sguardo fisso alla finestra. Il medico, intuita la difficoltà, con calma lo invita a distendersi sul letto.
“È una crisi Ulisse? Non ti preoccupare, cerca di restare tranquillo.” Lo consiglia premuroso.
“Sì dottore… ma la finestra, il sole…”
“Come il sole! Cos’ha il sole!”
“È bianco, è grande, lì, oltre la finestra. Cresce dottore, aumenta si avvicina… Ofelia, Ofelia dove sei, la mano! La mano per favore, ho paura!”
Lei lo raggiunge, afferra la mano, la stringe:
“Sono qui, tranquillo, siamo qui io e il dottore.”
“Racconta quello che vedi Ulisse, racconta, non restare in silenzio, tutto può essere importante!” Raccomanda il medico.
“Le pareti intorno, il pavimento, e il soffitto… si piegano, si piegano ad arco… sempre di più, diventano un tunnel. Freme freme, si stringe. La parete alle spalle mi spinge fuori… verso la finestra, verso il sole, verso la luce. Si stringe dottore si stringe ancora! Oh, la mano Ofelia non lasciarmi, non mi lasciare, ti prego! Non si ferma questa volta dottore non si ferma, si stringe, preme alle spalle, le pareti, il tunnel stretto… sento la sua intensità, mi vuole fuori, ho voglia di piangere… la testa, dottore, dottore, la testa, Ofelia… la testa. Soffoco, ho tanta voglia di piangere, la stanza preme da tutte le parti, è un involucro di forza, la forza… la testa… contro le pareti… la luce… la luce…”
“Spinga signora, la prego, un altro piccolo sforzo… respiri, respiri bene, brava così brava… respiri… la testa è fuori. Respiri ancora… le spalle, sono fuori… Finito, finito, brava signora. Ora si rilassi, taglio il cordone ombelicale e lo potrà abbracciare. Eccolo qui! Complimenti, è davvero un bel maschietto. Ha già un nome?”
“Sì dottore, Ulisse, si chiama Ulisse.” E stringendo il suo cucciolo al cuore gli sussurra in un orecchio “Ben arrivato figlio mio… qui dove muoiono i sogni!”

21 Marzo 2002