A Massimo De Angelis
Sì, lo confesso! Anche se avessi ben previsto le conseguenze procuratemi poi dall’avventato comportamento, ebbene, mi sarei lo stesso offerto di fare quello che ho fatto.
No, non mi pento! Perché non ci possono essere ripensamenti, né discussioni in presenza di un purissimo gesto d’affetto, per quanto sconsiderato esso sia. Cosa dire a questo punto, cosa dire! Amor proprio, autostima e ferite si sono già rimarginate, e ora, con maggior consapevolezza, posso affermare che con troppa colpevole leggerezza, tutte le mattine acquistiamo il solito, inutile quotidiano stracarico di menzogne, senza neanche rivolgere un pensiero, non dico amorevole, ma almeno riconoscente, nei confronti di quei Signori che ogni istante della giornata sono lì pronti a consegnarci per pochi soldi desolanti riviste.
Vorrei raccontare la mia esperienza. Rivelerò la gravosa e ignota e parallela attività che il Giornalaio svolge nella sua tana di carta, dalle cinque di mattina alle dieci di sera, ogni giorno della settimana. Una missione che a pieno titolo dovrebbe essere annoverata nel campo dell’Opera a carattere sociale… cosa ne sapete voi di povere creature escluse!
“Non dire sciocchezze, cosa vuoi che succeda!”
Sono le prime, sprovvedute parole, che ho pronunciato dopo aver ascoltato le perplessità che l’amico giornalaio aveva espresso nei confronti della mia ingenua offerta d’aiuto.
“Tu non ti rendi conto di quello che dici. È solo una mattina, ma piena di lavoro. Dovresti aprire alle…”
“Lo so quando devo aprire! Oh santo cielo, come se non sapessi a che ora dovrei aprire, dopo tanti anni.”
Lui continuava a scrutarmi da sopra gli occhialetti che correggono la senile presbiopia, con un’insolita espressione d’inquietudine. Avvertiva l’amorevolezza nascosta nell’offerta, ma nello stesso tempo ben conosce le tante difficoltà, quindi, la palese contraddizione conferiva ai suoi occhi un’espressione pensosa.
“Diciamoci la verità, tu non ti fidi di me, vecchio grassone! Temi che combini un disastro.”
“Un disastro? Qualche serio disastro vorrai dire!” Mi ha ripreso sorridendo appena.
“Ah, ecco che siamo arrivati al dunque… fiducia, questioni di fiducia.” Ho replicato fingendomi offeso.
“Davvero te la sentiresti amico mio?”
“Ho la netta sensazione che siamo alle prese con un classico, mallopposo indugio… sono soltanto poche ore di lavoro!”
La questione delle poche ore di lavoro consisteva in questo: aprire e gestire nel miglior modo possibile, per le ore del mattino di una domenica d’inverno, l’edicola di sua proprietà, di cui si occupa da tanti anni e che da tanti anni frequento. L’urgenza era sorta dalla necessità di partecipare ad una inutile riunione sindacale, che a nessuna decisione sarebbe giunta, ma a cui lui desiderava partecipare, proprio per sfogare l’ira accumulata nei confronti dell’inutile riunirsi. Fra la numerosissima e inaffidabile famiglia non aveva trovato nessun aiuto, neanche uno straccio di sostituto. Tutti dileguatesi abilmente con astuti stratagemmi: improbabili prove di recitazione, preziosissimo vino da imbottigliare proprio quella domenica, insomma tutte scuse valide, sebbene di pessima qualità. Deciso a restare chiuso, aveva confidato la decisione, senza nascondere una nota di tristezza, all’unico amico rimastogli vicino nel doloroso frangente. Io però gli avevo dichiarato la mia contrarietà.
“No! Non ci sarebbe nulla di male, se non fosse per il fatto che… pensa un attimo ai clienti, dopo aver percorso tanta strada troverebbero l’edicola chiusa.”
“E allora? Per una domenica andrebbero in un'altra edicola.”
“È ovvio che andrebbero in un’altra edicola, non sarebbe la stessa cosa però, perché un’altra edicola non sarebbe questa edicola.”
“Cosa vuoi dire?”
“Voglio dire che per loro sarebbe una gran seccatura, oltre che, secondario si intende, un mancato guadagno per te.”
“Lo so questo, tuttavia, ci sono cose che tu sottovaluti, non è solo questione di denaro.”
“Oh benedetto cielo, cosa ci sarà mai di tanto difficile! «Signora vuole quello?… Grazie, ecco il resto! Signore vuole quell’altro?… Grazie, per lei non c’è resto!» Non mi sembra poi così complicato.”
“Già, visto in questo modo non è affatto difficile. Comunque, tu trascuri un aspetto. Ci sono persone che non…”
Ma a questo punto, davanti a tanta spontanea disponibilità, l’amico ha preferito troncare l’argomento. Sorvolando con la leggerezza di chi perviene d’improvviso ad un atteggiamento fiducioso, si è diretto verso più favorevoli ragioni per convincersi che la proposta, in effetti, era la soluzione migliore. Dopo tanto discutere, per quanto a fatica, con un profondo sospiro e un afflosciamento di spalle dava il suo consenso: la prossima domenica d’inverno avrei gestito da solo l’edicola.
“Se non hai altri impegni, sabato sera potreste venire a cena da noi…”
L’inatteso invito di un parente sofferente d’insonnia, non mi suscita ansia; non l’aveva mai suscitata in passato, perché avrebbe dovuto crearmela proprio in quell’occasione, mi sussurrava l’imprudenza. Quindi, con la mia compagna e mia figlia, ci siamo recati da lui senza troppo riflettere, sospinti dalle consolidate abitudini.
Cena faraonica, pasta pesce carne e ogni altro ben di Dio annaffiato da vino carissimo delle migliori marche, consueto, ma per quella sera del tutto inopportuno. Discorsi. Allegria. Alle ventitre siamo ancora là a mangiucchiare e a ridere delle ridicolaggini del governo e del condominio. Il padrone di casa, alle ventiquattro, non trova di meglio da fare che aggiornarmi su tutti i nuovi mobili ed elettrodomestici che ha acquistato, in occasione del recente rinnovo dell’arredamento. Pellegrinaggio in giro per le stanze allestite con estrema cura e ricercatezza. Finché, svariati quarti d’ora dopo, giunti alle caratteristiche del frigorifero, un’impetuosa e improvvisa inquietudine mi coglie al pensiero dell’impegno dimenticato. Con una scusa plausibile saluto il gentile parente, lo ringrazio dell’ospitalità e con la famiglia al seguito vado via di corsa.
Nell’ascensore, cercando conforto, domando preoccupato alla mia dolce consorte:
“Pensi che domani mattina riuscirò a svegliarmi all’ora stabilita?”
Lei fiduciosa mi risponde di «Sì!» ma il suo strano sorriso trasforma la preoccupazione in purissima angoscia. Mi corico ad un’ora indegna per una persona che deve alzarsi presto. Disteso sul letto, il sonno giunge nel giro di pochi istanti, nonostante le preoccupazioni che avrebbero dovuto tenermi sveglio. Sono alle prese con i consueti incubi fatti di atmosfere buie, insetti repellenti, cimiteri dimenticati, cadaveri decomposti e vermi voracissimi, quando una flebile vocina, che sembra scaturire da un minaccioso sarcofago vuoto, sussurra:
“Emiliano, ehi Emiliano… è l’ora!”
Convinto che sia l’orribile avello a reclamare l’ospite, non do peso al bisbiglio e continuo imperturbabile a dormire, come se il distacco fosse il miglior comportamento utile a sviare chi avanza diritti. Ma presto alla voce si unisce la sensazione di una mano che mi sfiora il viso, e a questo punto, convinto che l’incubo, evolvendosi, sia sfociato nella carezza della fredda mano della Calunniata Sorella, mi sveglio di soprassalto sferrando calci come un cavallo imbizzarrito. Con pazienza quietato, comprendo a fatica che la mano non è quella della Calunniata Sorella, bensì quella della mia compagna, che sollecitava così un indispensabile risveglio.
“Oh mio Dio, cosa c’è, perché mi hai svegliato?” Rispondo separato dalla realtà.
Lei, senza dire nulla, mi guarda con aria curiosa, poi, d’improvviso, portando le mani al viso, erompe in una risata fragorosa. Per un istante la osservo senza capire. Una volta tranquilla le domando:
“Perdonami, potresti dirmi cos’hai tanto da ridere?”
“Che occhi grandi che hai!” Risponde fra i singhiozzi.
“Amore mio, ti sembra questo il momento di scherzare, io dormivo e tu mi svegli per ripetere frasi della favola di Cappuccetto Rosso?… Dai dormiamo dormiamo!” La prego amorevolmente.
“Cosa dormiamo, devi andare all’edicola, ti sei dimenticato?”
Nell’ascoltare la fatale parola edicola, non posso fare a meno dispalancare di più quegli occhi che a lei apparivano già tanto grandi, così da cagionare una nuova crisi di risate.
Sconvolto, volo nel bagno ripetendo l’ora tarda come una litania catartica. Convinto d’aver già deluso le aspettative dell’amico, in fretta completo sommarie abluzioni e di furia balzo sul motorino per immergermi ignaro nella freddissima giornata invernale. Incapace di distinguere il buio e ignoto ambiente mattutino che ho intorno, corro a rompicollo sulla via consolare, convinto di trovarmi presto alle prese con il solito impossibile traffico d’ogni giorno. Giunto di furia al primo incrocio, osservo, senza capire, il semaforo che lento lampeggia di un arancione intenso, come se pigro segnalasse uno stato di sonnolenza. Immobile tento di riflettere. Lo stanco, obsoleto motorino continua a scoppiettare irregolare al minimo e il rumore riecheggia riflesso dai muri di un quartiere che appare straniero, a quest’ora. Intirizzito dal freddo, devastato dal sonno, volgo lo sguardo intorno, cercando di riconoscere luoghi familiari. Fatica inutile. Tutto è estraneo. Poche persone si affrettano coperte da monumentali e costosissimi piumoni, che li fanno assomigliare a ottocenteschi esploratori polari. Noto solo ora, con raccapriccio, che per la fretta ho dimenticato di indossare i guanti, quindi, le mani ora sono diventate di un bel viola intenso, colore che precede il congelamento, la perdita di sensibilità e la degenerazione irreversibile. Stordito dalle proibitive condizioni climatiche, l’immaginazione mi fa avvertire ululati d’inesistenti branchi di lupi affamati alla ricerca di prede stremate dal gelo. D’improvviso credo di vedere un orso polare attraversare flemmatico l’incrocio, con una borsa ventiquattrore fra le mani e un cappelletto di lana azzurro sulla testa: ma non è un orso polare… soltanto un poveretto irrigidito dal freddo, ritirato nel lungo paltò chiaro.
Superato con orgoglio il vile desiderio di ritornare a casa e lì, fra le calde coperte, abbandonarmi alle consolatorie coccole della mia compagna, riprendo il cammino, con meno impeto però, preoccupato, più che altro, d’incontrare lungo la via pericolose lastre di ghiaccio. Lieto e sorpreso arrivo all’edicola in perfetto orario. Guardo in giro alla ricerca di un qualsiasi passante che dia sollievo alla brutta sensazione di essere il solo essere umano esistente sulla terra. L’unico esercizio aperto è il solito bar dei Cinesi, una simpaticissima e coscienziosa famiglia che, appena arrivata, capiva poco della nostra lingua e rideva tanto; ma ora, che da qualche anno vive con noi, capisce molto della nostra lingua e non ride più.
“Buongiorno signor Cing… Liang… Peng… insomma, buongiorno!” Ripeto, nella speranza che non abbia avvertito la gaffe d’aver dimenticato il suo cinguettante nome. Saluta sempre volgendo un po’ in basso la testa, piena di capelli neri e dritti come gli aculei di un riccio di mare; sorride, certo sorpreso di vedermi.
Frugo nella borsa alla ricerca dell’ingombrante mazzo di chiavi fornitomi la sera prima. La serranda, pesantissima, per fortuna è provvista di motore: non devo fare altro che aprire quattro serrature, due lucchetti, inserire la chiave giusta nel blocchetto della serranda elettrica e tutto è fatto. Disgrazia vuole che le sette chiavi siano tutte differenti e che il proverbiale disordine in cui vive l’amico giornalaio, gli impedisca di contrassegnarle come farebbe ogni cittadino reso civile. Alle prese con il rompicapo delle chiavi, non mi accorgo del veicolo che si è appena fermato lungo la via deserta, di fronte all’esercizio. Colto di sorpresa, ho un soprassalto al rumore di uno sportello che si chiude. Dall’inquietante mezzo di trasporto è sceso un Essere che ogni persona di buon senso stenterebbe a classificare nella razza umana. È un qualcosa di ibrido, un po’ uomo un po’ bestia. Al corrente del particolare aspetto dei famigerati Trasportatori, e nonostante tutto lo lasci supporre, stento a credere che l’Essere, ora entrato nel retro del furgone, sia uno di Loro; sono più propenso a ritenere che trattasi invece di classico birbaccione con chissà quali delittuose intenzioni.
“No, non può essere uno di Loro!” Sussurro fra me e me oramai convinto.
Quando l’Essere esce dal retro del furgone mi osserva stupito. Ha una sigaretta che pende dall’angolo destro delle labbra; un appariscente sfregio sulla guancia, che si nota assai nonostante la barba incolta; a dispetto del clima polare indossa soltanto dei jeans logori e una canottiera a costine, una volta bianca, ora unta e bisunta, con delle macchie rosse sul davanti, inequivocabile sangue rappreso delle precedenti vittime sbudellate; ha tatuata sul deltoide destro una vistosa svastica; sull’avambraccio sinistro una lasciva figura femminile. Di fronte a gesti che appaiono come chiari preliminari di un delitto, d’istinto cerco qualcuno che mi possa aiutare: ma intorno non c’ è nessuno e anche il pavido asiatico Cing… Liang… Peng… insomma come diavolo si chiama, si è ritirato come una viscida lumaca nel suo bar. Memore infine dei tanti film del Vecchio West visti al cinema, come ultima risorsa sollevo le braccia, in un’esplicita dichiarazione di resa. Lui immobile mi osserva senza manifestare alcun sentimento. Temendo l’irreparabile, oramai disperato, lo imploro:
“La prego, non mi uccida! Non ho soldi… ancora non ho aperto e gli incassi… nel mio portafoglio… prenda, prenda pure… è tutto quello che ho, ma non mi uccida!”
L’Essere che a questo punto, chissà come, ha preso consapevolezza dell’increscioso equivoco afferma:
“Aho, a Secco, ma che te sei bevuto er cervello?!”
Frastornato dallo squillante malinteso, avanzo giustificazioni che non suscitano nessuna reazione, ma solo una dichiarazione d’appartenenza alla Razza dei Trasportatori, seguita da una legittima domanda:
“Ma tu chi sei, er Ciccione ‘ndò sta? Ha stirato le zampe?”
“Francesco oggi ha da fare…” borbotto ansimante, scosso dall’esperienza “lo sostituisco io… potete anche lasciare…”
Non capisco per quale strano motivo, la spiegazione suscita un’irrefrenabile risata, sguaiata e intercalata da grugniti, Sgrunf… Sgrunf… Sgrunf… Dopo di che, scarica dal furgone sei enormi scatoloni pieni di tutto quello che decine di Criminali Case Editrici sono capaci di pubblicare e conclude:
“Firma qua a Secco!”
“Dove firma, come firma… ma dovrò pur controllare se è tutto in ordine!”
Lui non risponde, mi guarda con aria indulgente, toglie dalle labbra il mozzicone di sigaretta, accenna ad un gesto come se avesse l’intenzione di spegnermelo sulla fronte, poi però la getta via, e si allontana ridendo con l’intercalare dei Sgrunf… Sgrunf… Sgrunf…
Dopo qualche minuto, dissolta la densa nube nera prodotta dalla propulsione diesel del furgone, riprendo la faccenda delle chiavi e della serranda. Con degli sforzi capaci di punzecchiare la vecchia ernia inguinale, riesco comunque a sollevare e trascinare dentro il negozio le milioni di copie che il Neo Nazista Trasportatore mi ha lasciato. Non ho neanche il tempo di riprendere fiato. Il primo cliente si affaccia con ritrosia sulla porta del negozio.
“Salve, buongiorno! Prego entri pure, c’è un po’ di confusione tuttavia posso…” Mi dilungo nell’accoglierlo.
“Buongiorno a lei, vorrei… il Tempo!” Mormora l’omino infreddolito, come se temesse di disturbare, certo disorientato dall’assenza del solito giornalaio.
“Il Tempo!… Oh dunque il Tempo, dovrebbe essere qui… il problema è che i quotidiani sono ancora imballati e…” Tergiverso in evidente difficoltà.
“Ma, Francesco non c’è?” Mormora l’Omino con un tono che conferma alcune mie supposizioni: primo che sia un cliente abituale, secondo che la sua visita mattutina sia consueta, terzo che supponga che Francesco non lo avrebbe mandato via senza il quotidiano, brillando all'opposto in efficienza e sveltezza.
“No, Francesco non c’è questa mattina, lo sostituisco io… il suo quotidiano… se ha un attimo di tempo…”
“Oh, non si affanni…” mormora ancora l’Omino, con una espressione compassionevole che mi umilia “guardi, tornerò fra un pochino, davvero, non mi costa nulla… a dopo!”
Volta le spalle e se ne va, lasciandomi solo a fronteggiare ghignanti sensi di colpa.
Riprendo il lavoro, con l’intenzione di ordinare in fretta le numerose pubblicazioni. Mentre conto le copie dei quotidiani ecco un altro cliente.
“Grazie, sì, un Euro! No, Francesco non c’è, doveva andare… no, per oggi non tornerà. Arrivederci!”
Consegnato il resto squilla il telefono.
“Sì, pronto!… No, Francesco non c’è, se vuole può dire a me… La Settimana Enigmistica? Certo! Devo portargliela a casa? Oh, mi scusi signora, ma temo che questo non sarà possibile. Ho capito che Francesco gliela porta sempre a casa, però io non posso; sa, sono qui in sostituzione e non saprei proprio… va bene. Buongiorno a lei!”
Non si sa con quale subdola ingegnosità, dai pacchi dei quotidiani, legati con funicelle bianche di tessuto sintetico e poi chiusi in capaci buste di plastica sigillate, mancano diverse copie, così come dagli imballaggi delle riviste settimanali e mensili.
“Grazie, sì, tre euro e venti! No, Francesco non c’è, doveva andare… no, per oggi non tornerà. Arrivederci!”
Incredulo annoto diligentemente le copie mancanti. Poi riesco a sistemare con relativa rapidità almeno i quotidiani. Terminata la prima incombenza, eccolo presentarsi puntuale per la sua prima visita.
“Buongiorno signor Aristide… quante monetine sono?”
“Buongiorno… ma…”
“No, Francesco non c’è, doveva recarsi ad una riunione sindacale! No, per oggi non tornerà. Posso esserle d’aiuto, oggi lo sostituisco io.”
Venato d’amarezza sul viso, il vecchio signor Aristide, soprannominato Soldi Spicci per la sua ossessione di presentarsi più volte durante la giornata con sacchettini di monete da cambiare, deluso per l’infruttuosa visita, sembra restio a porgermi i tre euro in monetine, come fosse convinto d’aver sprecato l’occasione mattutina. Affranto allunga la mano pallida e magra, prende le tre monete e si allontana sconfortato.
“Grazie, sì, due euro e novanta! No, Francesco non c’è, doveva andare… no, per oggi non tornerà. Arrivederci!”
Sistemo con difficoltà decine d’insulsi settimanali pieni di pettegolezzi, di storie di attorucoli e attricette semisconosciute, d’irraggiungibile alta moda, di raggiungibile bassa moda, d’orologi, di gioielli, d’accessori per abbigliamento, di abiti da sposa, di abiti da sposo, di acconciature maschili, di acconciature femminili, di moda per bambini, di giochi per bambini, per mamme di bambini che non sono ancora nati, per mamme di bambini che sono appena nati, per mamme di bambini fino a quindici mesi, per mamme di bambini fino a trentasei mesi, per mamme di bambini oltre i trentasei mesi, di cucito, di cucina nazionale, di cucina internazionale, di sport, d’automobili utilitarie, d’automobili d’epoca, di motofurgoni, di camion, di fuoristrada, di motori di automobili, di moto per città, moto da turismo, moto sportive, motorini, motorette, di proto letteratura, di proto poesia, di proto politica, di proto filosofia, di facile scienza, d’architettura, d’arredamento, caccia, pesca con la canna, pesca senza canna, pesca in mare, pesca nel fiume, pesca nel lago, pesca subacquea, grosse barche, barche medie, barche piccole, gommoni, armature medievali, antichi ordini cavallereschi, mezzi anfibi militari, aerei, fucili, pistole.
“Grazie, sì, sei euro e sessanta! No, Francesco non c’è, doveva andare… no, per oggi non tornerà. Arrivederci!”
Motivata per l’ennesima volta l’assenza dell’amico giornalaio, lo sconosciuto cliente esce dal negozio, nello stesso istante in cui entra un conosciuto cliente. Convinto che mi rilasserò in una breve conversazione rispondo:
“Grazie, sì, un euro! No, Francesco non c’è, doveva andare… no, per oggi non tornerà.”
“Capisco!” Bisbiglia il conosciuto cliente.
Nient’altro!
Per quanto fosse entrato pieno d’entusiasmo, benché sia il tipico soggetto sempre pronto a scambiare quattro chiacchiere in allegria, si sgonfia come un palloncino bucato e, in assenza del titolare, mogio mogio scruta indifferente la copia della Repubblica che ha appena acquistato, mesto sospira e senza neanche salutarmi va via. Colpito dal comportamento, preferisco comunque evitare ogni analisi, ho troppo da fare. Torno hai tre enormi pacchi ancora da sistemare.
Primissime ore del mattino. Ecco la prima ondata di Cattolici che, incuranti del freddo, si sono appena liberati dei propri peccati, partecipando alla prima messa celebrata nel vicino tempio cattolico di San Marcellino, o altro Santo. Con un caratteristico comportamento collettivo si ammassano davanti alla cassa. Appaiono smaniosi di essere serviti al più presto.
“Sì, Famiglia Cristiana è alla sua destra… no, Francesco non c’è, doveva andare… no, per oggi non tornerà. Arrivederci!… L’Osservatore Romano? Mi dispiace, l’ho terminato, ne portano sempre poche copie. No, Francesco non c’è, doveva andare… no, per oggi non tornerà. Arrivederci!”
Prima convulsi, una volta esauditi, si fermano rilassati sul marciapiedi appena fuori l’edicola, a sfogliare senza fretta la loro rivista o quotidiano sollecitato con tanta impazienza.
Di corsa e pieno d’energie, come solo può esserlo un bambino della sua età, si fa largo abilmente fra le persone anziane ed esige sintetico ad alta voce:
“Figurine di Harry Potter!” Sorridendo pieno d’attese.
“Figurine… figurine…” dopo una rapida occhiata fra le diverse scatolette colorate sovrapposte in precario equilibrio “mi dispiace, sono finite!” Lo informo mostrandogli la scatoletta vuota.
Alla tragica notizia, il bimbetto si svigorisce come fosse stato informato dalla Mamma che ha pranzo sarà servito del minestrone.
“Finite? Come finite!… Ma Francesco non c’è?” Domanda con espressione sgomenta, come se solo ora si fosse reso conto che non sono il solito giornalaio, e che forse sono io a negargliele, nonostante ne sia provvisto.
“No, Francesco per oggi non c’è. Tuttavia, stai tranquillo, le tue figurine arriveranno presto. Va bene?”
Se ne va con uno smunto «Grazie!» Triste come un adulto colpito da chissà quale disgrazia.
Alle otto e diciassette minuti con andatura apatica passa per la prima volta davanti all’edicola. Il povero diavolo, che non sarà alto più di un metro e sessanta, segaligno da far spavento, ha una faccia che ricorda assai un fico secco. Parla poco, soffre di una terribile forma di depressione e nel suo sguardo piagnucoloso si intravede di continuo il bagliore del trapasso. Il poveraccio, crudelmente ribattezzato Richard Gere per la sua sorprendente bruttezza, si ferma davanti all’edicola, scruta all’interno, scruta ancora speranzoso di essersi sbagliato, poi, demoralizzato, se ne va senza dire nulla. Nella speranza che l’assenza di Francesco non renda espliciti in lui latenti tendenze suicide, riprendo a ordinare le pubblicazioni. Le dispense settimanali sono un vero crimine contro l’umanità. C’è ne sono di tutti i tipi, le più incredibili e inimmaginabili. Quelle con allegato, che può essere un minuscolo frammento di legno di un colossale vascello, oppure un pezzettino di metallo di un enorme aeroplano, oppure un soldatino di plastica, o una tazzina di porcellanaccia cinese, o un bacherozzo imprigionato in un blocco di resina, o un carro armato, o un modellino d’automobile, o un orologio da quattro soldi, ebbene, questi oggetti giungono per la maggior parte irrimediabilmente danneggiati dalle raffinate maniere dei Neo Nazisti Trasportatori. Quindi, il più delle volte, bisogna restituire il tutto alla Distribuzione e sperare in una sollecita sostituzione.
Si avvicina con maniere sospettose e sognanti. Sale il gradino, si ferma davanti ai primi scaffali che incontra e in silenzio scruta senza vedere. Goffo, le mani nascoste nelle tasche del giaccone di piume d’oca, osserva per qualche istante; dopo, con lo sguardo acquoso si volta verso di me.
“È uscito il numero dieci del fumetto…”
“Del fumetto?” Domando desideroso di sapere.
Nessuna risposta.
“Se magari mi dici quale fumetto, potrei aiutarti a cercarlo.” Insisto intimorito dal manifestarsi dell’ignoto.
“Ma dai che lo sai, Francesco! L’ho preso l’altra volta…” Si agita un pochino.
“No, Francesco non c’è, doveva andare… per oggi non tornerà. Sai dirmi quale fumetto?” Cauto mi avvicino.
M’illumino D’immenso, il ragazzone stralunato conosciuto da tutti nel quartiere, così ribattezzato per il suo apparente vivere in un'altra dimensione, sembra non abbia afferrato che il titolare non c’è. Bisbiglia fra sé qualcosa d’incomprensibile. Muove appena le labbra umide. Ferma lo sguardo, con molta probabilità sempre senza vedere, sulla copertina di una rivista di Bagni e Accessori. Continua a regnare fra di noi un’imbarazzante immobile silenzio. Con la sua formidabile attitudine, Francesco avrebbe senz’altro trovato un modo per sbrogliare la faccenda. Ma io? Io, purtroppo, non so proprio cosa fare e resto lì ad osservare il ragazzone un po’ tonto che scruta la copertina colorata.
Entra un cliente, devo per forza lasciarlo solo, la cosa non è proprio di mio gradimento.
“Grazie, sì, un euro e venti! No, Francesco non c’è, doveva andare… no, per oggi non tornerà. Arrivederci!”
M’illumino D’immenso se n’è andato. Evanescente come uno spettro. Forse tornerà.
“Mi scusi vende batterie, per caso?” Con fare convulso un signore s’affaccia e senza entrare domanda.
“No, mi dispiace… può provare…” Non riesco neanche a terminare l’indicazione che è già andato via.
A mattino inoltrato sono riuscito a ordinare i fascicoli settimanali delle enciclopedie. Con grande soddisfazione sistemo gli ultimi: la Storia del peperoncino in venti volumi lussuosamente rilegati e sovraccoperta; pubblicazione curata niente meno che dall’Accademia italiana del peperoncino. Ora sono rimasti soltanto i film, i documentari in dvd, i pornografici, i fumetti, compresi quelli giapponesi.
“Il Messaggelo!” Con una moneta da un euro in mano e il suo riccio di mare in testa, Cing… Liang… Peng… insomma come diavolo si chiama, si presenta candido all’edicola.
“Il Messaggelo, il Messaggelo?! Aaah viscido Cane Pechinese sfuggente e imbelle, mi hai lasciato solo col Neo Nazista Trasportatore, ti sei ritirato dentro al bar come una lumaca, senza aiutarmi.”
“Ma io conoscele Tlaspoltatole, pensavo che lo conoscessi anche tu!” Si giustifica.
“No che non lo conoscevo! Mi sono preso uno spavento terribile.”
Sorride mentre prende il suo Messaggelo, per poi andar via con un laconico: “A dopo!”
Squilla di nuovo il telefono.
“No, non sono Francesco, se vuole può dire a me! Dovrei metterle da parte il supplemento del Sole 24 Ore? Il suo nome per favore? Ma non ho dubbi che Francesco la conosce, è solo per annotare che… insomma lei è il signor?”
Chiudo il telefono ed entra un tale.
“Salve, cercavo una rivista che parli di cactus.”
“Soltanto di cactus?”
“Sì!”
“Guardi, le riviste di Giardinaggio sono da quella parte, può dare un’occhiata con comodità.”
Se ne sta lì a sfogliare riviste per un buon quarto d’ora, infine, senza acquistare nulla, saluta e se ne va. Comportamento educato, almeno! Molti entrano senza dire neanche «Buongiorno!» gironzolano per il negozio, sfogliano riviste senza chiedere il permesso, quindi se ne vanno, sempre senza salutare.
“Scusi vende fazzoletti?”
“No, niente fazzoletti!”
Non proprio di prima mattina si presenta all’edicola splendente di ricercatissimo abbigliamento, un po’ demodé, ma sempre valido. Espressione blasé, sorriso studiato nei minimi particolari, cappello a larghe falde, immancabile mozzicone di sigaro fra i denti.
“Ehi Francesco… ti devo far vedere un gioiellino che…” Si accorge presto che dietro il bancone non c’è ad attenderlo il solito, disponibile giornalaio. Sorpreso domanda: “E Francesco dov’è?”
“Buongiorno! È dovuto andare ad un’importante riunione sindacale, per oggi lo sostituisco io. Se posso esserle utile in qualche modo.”
Intuisce subito che il Sostituto Giornalaio non gli darebbe analoga soddisfazione, così rinuncia presto, con rammarico, ad elencare le eccelse caratteristiche della nuova-vecchia automobile acquistata. Il povero Gioiellino, così soprannominato per l’abitudine che ha di impreziosire ogni nuovo acquisto di automobili vintage, la sua passione, tolto l’oramai inutile mozzicone di sigaro dalle labbra, sistemato meglio il cappello, acquista un quotidiano e si allontana. Francesco mi ha raccontato qualcosa di lui, pochi fatti relativi alla sua vita, un matrimonio fallito, quotidianità rattristate dalla solitudine, colorite, innocue fandonie, espedienti discutibili e tutto questo al solo scopo di sentirsi vivo.
Un turista acquista quattro cartoline. In un italiano stentato chiede anche i francobolli.
“Niente francobolli. Può trovarli dal tabaccaio.”
“Come niente francobolli!…” replica contrariato “vende cartoline e non ha francobolli?”
“Le edicole non possono vendere francobolli. Guardi, appena due passi lungo questo marciapiede e troverà il tabaccaio.”
Mentre esce bofonchia qualcosa d’incomprensibile nella sua lingua d’origine. Intuisco che non si tratta di belle parole. Non oso pensare a cosa penserà di me, quando si accorgerà che, senza volerlo, gli ho dato un’indicazione sbagliata: domenica le tabaccherie sono chiuse.
La seconda messa mattutina nella chiesa di San Marcellino, o altro Santo, si è conclusa. Nuova ondata di Cattolici. Vista l’ora più confortevole, sono molti di più che nella prima occasione e mi creano maggiori ansie. Qualcuno indugia un po’ sulla porta del negozio, quindi, seccato di trovarlo affollato si allontana. Non posso farci nulla! Non ho proprio capito cos’hanno di tanto urgente da fare. Magari i Devoti si sono concessi anche qualche chiacchiera fuori del tempio, e adesso? Adesso invece vanno di fretta! Servito l’ultimo Osservante ho un attimo di tregua. Squilla più volte il telefono per delle richieste, necessità e istanze che ho qualche difficoltà a comprendere, ma che appunto con scrupolo su un taccuino.
Dopo due ore precise si presenta di nuovo il bimbetto delle figurine.
“Sono arrivate le figurine di Harry Potter?” Domanda a voce alta senza entrare.
Confuso sul da farsi, privo d’esperienza, in conflitto fra l’istinto che mi suggerirebbe ben altri comportamenti e la ragione che mi consiglia massimo rispetto per una clientela non mia, ostento disponibilità e rispondo in modo garbato.
“No fanciullo, non sarebbe possibile, sei venuto non più di due ore fa… domani, domani!”
Il fanciullo questa volta se ne va con un’espressione davvero contrariata, senz’altro convinto che sono proprio io, l’odioso Sostituto, che gli nega, pur avendole, le figurine del suo Eroe babbeo.
Preceduto dall’inconfondibile olezzo, un ributtante ciccione puzzolente, coperto di abiti sudici, minaccioso si è fermato fuori ad osservare le locandine. L’origine del suo soprannome è sconosciuta. Francesco mi ha raccontato alcune leggende su di lui: sembra che sia stato un ragazzo prodigio, studente d’ingegneria. Disgrazia ha voluto che, senza valide ragioni, d’improvviso il suo cervello abbia fatto flop! In poco tempo, da adolescente pieno di ambizioni si è trasformato in un repellente barbone, pur possedendo una casa e una famiglia pronta ad aiutarlo… sembra. Purtroppo, Zorba decide di entrare. Il piccolo ambiente si trasforma presto in un orrendo immissario della Cloaca Massima. Ho l’impressione che cerchi qualcosa di preciso, però non so proprio cosa. Francesco saprebbe come allontanarlo in fretta. Azzardo un aiuto.
“Posso esserti utile, cerchi qualcosa?”
Risponde con il suo linguaggio misterioso, un insieme di flusso di coscienza, mille tic fra cui anche quello fastidiosissimo di tirare su di continuo con il naso e sinistri suoni gutturali. Afferro appena, fra una reminiscenza e una cavernosità, il nome di una rivista mensile. Non sono convinto che sia proprio questa la richiesta, ma oramai, pressoché annientato dai miasmi provo con la rivista di finanza. Sono fortunato! È proprio ciò che desiderava. Paga ed esce. Non mi chiedo cosa può farsene il povero Zorba di una rivista del genere, ma a questo punto era diventata una questione di sopravvivenza.
“Vende penne a sfera per caso?”
“No, niente penne a sfera!”
“Grazie!”
“Prego!”
Trilla il telefono.
“Pronto!”
“Ehi lurido trippone…”
“No… Francesco non c’è, sono un amico che lo sostituisce.”
“Oh, scusi, e quando torna?”
“Non torna per oggi.”
“Grazie! Buongiorno!”
Una signora grassoccia mi affronta con aria aggressiva. Con tono petulante pretende.
“Lei!… Guardi che non mi ha dato il supplemento.”
Certo della distrazione prendo il supplemento omaggio e lo porgo alla signora grassoccia. Tuttavia:
“Signora, è il Corriere della Sera che oggi regala il supplemento; lei ha comprato un altro quotidiano.”
“Già, ma Francesco non fa caso a questo insignificante particolare, lui mi dà sempre il supplemento, anche se compro un altro giornale.”
A questo punto, nonostante la buona volontà e il discorso sul rispetto per la clientela non mia, vista l’arroganza dell’odiosa signora sono sul punto di gettare alle ortiche tutti i miei irreprensibili codici morali e franare con un: «Beh, se è Francesco a darglielo, torni pure domani e lo chieda a Francesco, perché io il supplemento non glielo do, brutta antipatica!»
Eppure, lo smisurato rispetto che devo all’amico, confina in un angolo muto il mio lato peggiore, o migliore? Con lo stesso sorriso elargito al ragazzino di “Harry Potter” rispondo garbato:
“Quand’è così ecco qui… e mi scusi!”
La vedo trotterellare soddisfatta verso l’uscita.
“Che fate fotocopie per caso? Sa il negozio qui accanto è chiuso e…”
“Niente fotocopie, mi dispiace!”
Con una gioia capace di guarire in un sol colpo i miei tremendi sensi di colpa, Richard Gere, il segaligno con la faccia da fico secco, passa di nuovo davanti all’edicola. Lo vedo trascinare stancamente la sua carcassa, come sempre con lo sguardo vuoto, ma è vivo: dunque, per oggi, non sarò stato io causa del suo suicidio. Rasserenato accontento un signore che vuole pagare un quotidiano con una banconota da cinquanta euro; informo un tale che non vendo carta da regalo; segno sul taccuino l’ennesima incomprensibile richiesta pervenuta via telefono e mi siedo esausto sul traballante sgabello, per un solo istante.
“Che ha i gratta e vinci!”
“No, niente gratta e vinci!”
La mattina all’edicola mi riserverà ancora delle sorprese.
Mentre seguo distratto, imbarazzato e senza replicare, le chiacchiere di una signora che non ha nulla di meglio da fare che raccontare le sue più intime disavventure familiari ad un perfetto sconosciuto, Qualcuno che intravedo dall’altra parte del marciapiede mi suscita un autentico sgomento. La persona che mai avrei voluto incontrare da solo procede spedito con inconfondibile andatura. Per un attimo coltivo la speranza che la sua meta non sia l’edicola: non è mai venuto nei giorni festivi, che io sappia. L’auspicio presto si dimostra infondato. L’inquietante personaggio punta deciso verso di me. Non appena la signora senza riservatezza crede opportuno smetterla con le rivelazioni di carattere privato, Lui entra. Trovarmi d’improvviso faccia a faccia con l’arcano, senza la mediazione di Francesco, mi provoca un inequivocabile panico, controllato a stento. Ritto in piedi come un fuso, alto, magro, abiti abbinati a caso, dei curiosi capelli lunghi e radi che non vedono pettine da giorni, sguardo determinato di chi è convinto di parlare direttamente con Dio ed ha quindi una sacra missione da compiere, si è fermato dall’altra parte del banco pieno di riviste e mi guarda senza fiatare. La mano destra stringe una busta di plastica che contiene una scatola di cartone; la sinistra sostiene una paurosa cartella di cuoio. In mia presenza non ha mai aperto quella vecchia cartella, forse residuo delle lontane scuole elementari. Di Lui si sanno cose che Lui stesso racconta con malcelata ampollosità: si qualifica come psichiatra che svolge il suo lavoro in prevalenza negli istituti di pena regionali, divorziato, nella vita ha avuto delle vicissitudini dolorose, e qualche altra notizia non troppo interessante. In genere, quando Lui entra io esco dall’edicola. Vigliaccamente lascio solo Francesco che, come ben si sa, non ha difficoltà a comunicare con chiunque. Resto sempre pronto, tuttavia, ad intervenire in suo soccorso alle prime grida d’aiuto.
“Francesco non c’è?” Esordisce infine, dopo aver scrutato con occhi mobili ogni angolo del negozio.
“No, mi dispiace, è dovuto andare…” Balbetto in preda al terrore.
“Ah, capisco… e quando torna?”
“Per oggi non tornerà!” Mi pento subito d’aver dato una risposta senza speranza, poiché non so come il contrattempo potrà influire su una psiche che ritengo fragilissima. Infatti, come temuto, non mi risponde. Questo non è affatto un buon segno! Libera la mano destra. Poggia la busta di plastica su una pila di riviste. Riflette. Sempre muovendo intorno agli occhi inquieti sfoggia un ricco repertorio di contrazioni nervose. Il povero Shining, appropriato soprannome tratto dal famoso film di Kubrick, interpretato magistralmente da Jack Nicholson, sembra davvero contrariato. Come ho sempre temuto, ora tirerà fuori dalla cartella di cuoio la mannaia da macellaio che di norma usa per i suoi omicidi seriali, sconosciuti e impuniti, mi farà in mille pezzettini che abilmente occulterà e poi, in segreto, mangerà nella sua angusta dimora, stracarica di collezioni dozzinali. Per salvare la pelle, l’istinto di conservazione mi suggerisce un espediente:
“Comunque, le sue raccolte, posso garantirle, che sono ordinate da qualche parte, non so dove però. Se torna domani troverà Francesco!”
“Anche le pipe?” Domanda, mentre spalanca degli occhi che il terrore figura iniettati di sangue.
“Oh, ma certamente, anche le pipe!”
“E i bicchieri di birra Bavaresi?”
“Ci mancherebbe altro!”
“E le famose scatole di latta?”
“Può dubitarne forse?”
Contrariamente a quanto sospettato, ossia che la tardiva precisazione non avrebbe sortito l’effetto sperato, e quindi Shining avrebbe messo in atto all’istante il cerimoniale di morte, Lui sembra persuadersi che tornare l’indomani sia la decisione migliore. Quindi, senza sciorinare il lungo elenco di fascicoli mancanti alle sue demenziali collezioni, riprende la busta di plastica, saluta e se ne va. Solo quando lo vedo allontanarsi tiro un sospiro di sollievo. A scampato pericolo, mi giudico eccessivo: forse Shining non è un assassino seriale, ma solo un povero disgraziato qualsiasi, solo e senza famiglia, che svolge un lavoro allucinante e cerca di obliare le tante frustrazioni collezionando ogni genere di paccottiglia che esce in edicola, con un accanimento, questo sì, davvero maniacale.
“Grazie, sì, un euro! No, Francesco non c’è, doveva andare… no, per oggi non tornerà. Arrivederci!”
“Pronto? Francesco non c’è, sono un amico. Va bene, riferirò, non si preoccupi!”
“No, non vendo batterie, e neanche lampadine.”
Giulio, un amico di vecchia data, si presenta ancora una volta conciato come l’Uomo invisibile: cappotto con bavero sollevato, cappello calato sulle orecchie, una lunga sciarpa avvolta attorno al viso fin sotto gli occhi.
“Oh santo cielo, ci siamo di nuovo?”
“Non ne parliamo, non ne parliamo, guarda qui che disastro!” Bofonchia come può delle frasi appena comprensibili. Toglie la sciarpa per mostrarmi due labbroni gonfi da far invidia a qualunque subrettina televisiva, e un orecchio deforme assai somigliante a un canotto.
“Ma povero, guarda tu come sei ridotto… hai fatto la solita puntura?”
“Un’ora fa, non appena ho avuto la crisi, ora deve fare effetto.”
“E le prove allergiche?”
“Purtroppo non hanno dato risposte certe!”
“Bah, guarda tu che razza di… no, Francesco non torna… ecco la tua Repubblica! Oddio, perdonami se rido, ma rassomigli tanto al protagonista di un vecchio film in bianco e nero “The Elephant Man”, lo ricordi? Sì lo ricordi! Ciao Cortisone ci vediamo domani!”
L’ora consigliata per la chiusura si avvicina. Non ho realizzato un grande incasso. Un po’ il freddo che ha tenuta chiusa in casa la gente, ma anche la gente che si è affacciata e non ha ritenuto opportuno entrare, visto che l’assenza gli avrebbe negato il breve rituale delle piacevoli due chiacchiere consegnate con il quotidiano. Molte persone saranno tornate a casa deluse di non aver potuto rivelare le proprie piccole vicende quotidiane che, manifestate, donano benessere, taciute paiono prive di significato. Non sono stato all’altezza della situazione. Da questo punto di vista aveva ragione Francesco e ora colgo meglio il senso delle sue perplessità. Mentre penso a questo aspetto dell’esperienza, sul marciapiede di fronte intravedo un cliente di vecchia data, o meglio, quello che mi era apparso come un cliente di vecchia data. Un’osservazione più attenta rivela presto l’inganno: il signore che percorre ora a testa bassa il tratto di strada non è Lui, Lui non verrà più! Le sue tribolazioni saranno certo giunte alla fine. Gionni Cerotto era un tipo che sembrava uscito da un racconto del grande Gogol. Uno di quei personaggini che ben sanno disegnare gli scrittori russi. Per anni è anni si è presentato all’edicola per acquistare sempre lo stesso quotidiano, alla stessa ora. Portava un vestito avana da pochi soldi; forse non era lo stesso vestito portato ininterrottamente per decenni, ma sicuro il suo guardaroba conteneva tanti modelli uguali, anche nel colore. Sembrava un impiegato statale, o simile. Portava con sé stretta sotto al braccio una cartellina di cuoio marrone. Parlava pochissimo, timido e riservato. Il curioso soprannome, era dovuto al fatto che sotto l’occhio destro, tanti anni fa, gli era comparsa una piccola escrescenza di carne, non più grande di un comune foruncolo a cui non aveva dato peso. Disgrazia ha voluto che il foruncolo fosse di ben altra natura e il suo crescere disordinato e maligno, proprio sul volto, non donava al suo viso, già pochissimo attraente, un aspetto piacevole. Insomma, il povero Gionni ha cominciato a coprire l’escrescenza con un cerotto, sempre più grande… sempre più grande. Le ultime volte che lo abbiamo visto, il cerotto copriva gran parte della guancia, e l’occhio era praticamente chiuso quasi del tutto. Gionni Cerotto non verrà più a comprare il suo quotidiano, e l’omino che mi ha tratto in inganno è già sparito.
Il Dottore Dissoluto non entra nel negozio, mostrandomi la sigaretta accesa fra le dita. Con educazione rifiuto l’offerta di un caffè che, per non offenderlo, motivo con una gastrite fastidiosa. Mi consegna poi alcune ricette mediche già compilate.
“Sono le ricette della Signora… del Signor… della Signora…” e via nell’elencare i pazienti “Mi fai la cortesia di consegnargliele quando vengono?”
“Ma certo!” Rispondo, mentre afferro il pacchetto di ricette compilate.
“Grazie!” Risponde, rafforzando il sorriso con un inchino appena accennato.
Mentre si allontana, una signora, sua paziente, entusiasta d’averlo incontrato lungo la via, lo investe di una serie di quesiti sulla sua precaria condizione di salute. Il Dottore Dissoluto si mostra gentile e disponibile. Sorride sempre, mostrando i denti gialli di nicotina. La signora continua a subissarlo di dolori alle articolazioni e di fastidi gastrointestinali. Lui minimizza, consiglia e spera che presto la smetta di infastidirlo con le sue sofferenze, intontito dalla nottata trascorsa a dissipare nel gioco delle carte o con le tante amiche meretrici le abbondanti sostanze. Nel corso della residua mattinata un pellegrinaggio di pazienti si avvicenderà al bancone per chiedere:
“Mi scusi… per caso il Dottore Dissoluto ha lasciato per me una ricetta?”
“Sì, lei è la signora, o il signore?” Ascolto il cognome, cerco la ricetta, la trovo e la consegno. Lei, o Lui, se ne va e ringrazia come se fosse la cosa più naturale del mondo ritirare in edicola una ricetta medica.
Striminzito, stralunato, si presenta con in testa un cappelluccio provvisto di visiera rigida e paraorecchi di lana. Si volta qua e là come fosse a disagio, smarrito, senza mai fermare su nulla lo sguardo.
“Desidera qualcosa di particolare?” Mi affretto a domandare.
Mi ignora. Allora ripeto:
“Mi scusi signore, posso esserle utile?”
Ancora nulla. In verità l’originale soggetto si volta verso di me, sfoggia pure dei sorrisini cortesi, non posso dire che non mi consideri, semmai, potrei dire che appare sordo alle offerte d’aiuto. Piuttosto seccato da un atteggiamento che giudico spocchioso, sono lì per affrontarlo con maggior decisione, quando lui, sfoderando una tenerezza imprevista, accompagnato da suoni gutturali si sforza, mimando, di farmi capire qualcosa: gonfia le gote, piega ad arco le braccia sui fianchi… si aspettava di trovare Francesco! Addolorato dalla mia mancanza di sensibilità, che avrebbe potuto sfociare in un esecrabile atto capace di danneggiare un poveruomo senza peccato, mi sforzo di capire, ma non capisco. Il Mutarello, come verrò a sapere in seguito, compra sempre le stesse cose, tanto che Francesco non ha neanche bisogno di ascoltare i suoi strazianti suoni gutturali: gli dà subito ciò che desidera, lui paga e se ne va felice, salutandolo con un gesto della mano.
“Mi dispiace Francesco non c’è.” Largheggio nel ricorrere al labiale “Non la capisco, mi dispiace!”
Per fortuna, rintraccia la rivista sistemata proprio dietro le mie spalle. La indica con il dito puntato, non sorride, anzi, appare piuttosto seccato dalla mia inadeguatezza. Così, la nuova imbarazzante situazione, a prima vista senza vie di uscita, si risolve presto in una breve e silenziosa compravendita.
Sono diversi anni che frequentano l’edicola le due donne che or ora sono entrate, eppure, ancora non sono riuscito a convincermi che sia la più giovane delle due ad assomigliare al famoso personaggio creato da Walt Disney; sarei più propenso a credere che sia stato, invece, il grande disegnatore a prendere ispirazione da lei, anche se questo può sembrare improbabile. I due singolari personaggi di solito si presentano di sera. È strano vederle la domenica mattina. Dall’aspetto sembrerebbero madre e figlia, ma nessuno sa se lo sono. Sebbene truccate e vestite in modo dignitoso, tutto in loro appare eccessivo. La più anziana, dall’aspetto ambiguo, di solito fuma con calma e avidità una sigaretta, raro che si presenti con la mano libera dal vizio. L’uso eccessivo di belletti e profumi da pochi soldi, donano al suo volto un aspetto da clown che, in ogni caso, non stride affatto con i colori squillanti degli abiti che indossa. C’è da dire, a sua difesa, che l’estrema disinvoltura con cui si propone al mondo non suscita negli altri un eccesso d’osservazioni ironiche. Per quanto riguarda la figlia, o quella che appare come la figlia, non è certo di cattivo gusto affermare che la creatura dall’età indecifrabile, non sia proprio ciò che si direbbe una persona consapevole; gesti, comportamenti e frasi ripetute con un vago, caratteristico cantilenare, non indicano una perfetta padronanza di sé, né certificano un totale possesso di sentimenti. A testa china, avanza con passettini che paiono indizio di un’immotivata difficoltà deambulatoria; a completare l’immagine, capelli ispidi, lunghi e in disordine che nascondono il viso, abito policromo, un curioso modo di procedere a guizzi, sussulti e ripensamenti. Spesso gira e rigira su se stessa cercando sui vari scaffali una rivista più adeguata a giovani fanciulle. La madre, o quella che appare come la madre, non critica mai un suo desiderio, neanche se palesemente grottesco: sarei curioso di sapere come la povera Maga Magò reagirebbe ad un aperto rifiuto… Maga Magò! Per la straordinaria somiglianza con il fumetto, questo è il soprannome affibbiato al bizzarro personaggio. Mentre va via felice con una rivista appropriata ad una bambina, mi convinco che sia stato proprio Walt Disney ad averla incontrata, un giorno, per le vie della città.
Sostenuta con padronanza la conclusiva ondata d’impazienti Cattolici, la passerella di fine mattina, mi propone in rapida successione tutto ciò che mancava ad una quasi completa panoramica su ogni possibile disagio umano. Mentre a Soldi Spicci consegno l’ennesima piccola somma in soldi interi, si presenta, sempre insieme alla sua compagna, un conosciuto cliente, classico brav’uomo, un tipo ordinario senza infamie e senza lodi, unico difetto quello di credersi tanto spiritoso; unica seccatura, se così vogliamo definirla, è di ricordare in modo stupefacente il personaggio principale di un vecchio film di propaganda antisemita, durante gli anni della dittatura Nazista in Germania: “Süss l’Ebreo” «… il viscido ebreo dal naso adunco che insidia la bionda fanciulla ariana.» Questa una delle colpe che la sensibilità del periodo affibbiava al protagonista. Ignoro se sia poi di religione ebraica, il cliente, per quanto, alla perfetta somiglianza manchino soltanto dei particolari trascurabili.
Il finto avvocato soprannominato in gergo popolare romanesco Er Sola, per l’abitudine che aveva in vita di ingannare e frodare chiunque gli capitasse a tiro, arranca con difficoltà. Lentissimo cerca di attraversare la strada. Dopo i gravi danni causati da un ictus celebrale, è costretto a sorreggersi, caparbio, ad un bastone da passeggio a tre piedi; perennemente insozzato d’urina dovuta all’incontinenza, non suscita nessuna pietà in chi lo conosce. La Vita, testarda, sembra non intenda mollarlo, convinta com’è di dovergli far scontare vivendo tutte le sue colpe, allontanandolo quanto più può dalla Morte.
Per qualche minuto non entra nessuno, non squilla il telefono, non chiedono francobolli o carta da lettere o nastro adesivo o Gratta e Vinci. Sistemato in un luogo sicuro il gramo incasso, esco per osservare cosa succede fuori, al freddo. La solita conosciuta vagabonda che spinge un carrello pieno di stracci, danza in prossimità della strada rischiando l’investimento. Si esibisce in alcuni movimenti rituali, sempre uguali: un passo avanti e due dietro, due dietro uno avanti. Se per caso qualcuno si ferma ad osservarla, sorride, alza un po’ la gonna e gesticola come una grottesca damina. A follia segue follia. Sciame di dolorosa demenza. Molteplici creature sole dialogano con gli spettri. Una vecchia sconosciuta vagabonda e senza denti, sfoga la sua incomprensibile rabbia contro le serrande chiuse dei negozi: faccio l’errore di scrutare per un istante il suo sguardo vuoto. Per alcuni minuti non mi libero di lei. Urla, urla ancora. Mi osserva con occhi feroci e fermi, come se avesse trovato infine la causa dei suoi guai. Attimi d’imbarazzo, poi per fortuna preferisce allontanarsi, sempre sbraitando. Appresso eccolo percorrere la via, dalla mattina alla sera, su e giù, avanti e indietro veloce, chilometri e chilometri, curvo, impressionante, novello Quasimodo del romanzo “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo, tormenta ogni persona che incontra, chiedendo di continuo una sigaretta o un caffè o una moneta. Una zingara con un bambino narcotizzato in braccio chiede l’elemosina. Un extra comunitario nero come la pece tenta di vendermi dei calzini, delle magliette, una confezione di penne a sfera: non compro nulla, allora mi chiede un euro per mangiare… esausto preferisco tornare dietro al bancone.
Squilla il telefono: l’ultima di una serie di stravaganti richieste. Un signore desidererebbe la copia di un quotidiano, l’unico che ho terminato. Quindi, gran finale! Anziano, pochi capelli in testa, completino di jeans scolorito, sguardo di chi nella vita ne ha viste tante, probabilmente senza capire granché, fermo sulla soglia mi guarda, stupito di vedermi. Prevengo la sua domanda:
“No Francesco non c’è, è dovuto andare ad un’importante riunione sindacale, tuttavia, può lasciare a me, non ci sono problemi!”
Borbotta qualcosa che non comprendo, ma che ritengo superflua. Mi lascia sul banco alcuni quotidiani, delle riviste, un mensile e un foglietto dove, con grafia ai limiti del comprensibile, ha annotato le copie precise e la somma corrispondente che deve pagare. Il povero Custom, così chiamato per il buffo aspetto fisico, ginocchia piegate, spalle curve, testa e collo proiettati in avanti come a fendere l’aria, come una persona a cui è stata tolta d’improvviso da sotto il sedere una fiammante Harley-Davidson, bofonchia ancora qualcosa, con la mente appesantita da pensieri, tribolazioni e debiti. Oramai anziano, gestisce un’edicola che la Distribuzione, ossia il Padrone del Neo Nazista Trasportatore, non intende più fornire di periodici, stanca, a suo dire, di non ricevere pagamenti regolari. Dunque lui, ogni giorno, per sopravvivere è costretto a mendicare qui e là copie da vendere, almeno fino a che la penosa condizione non migliorerà: nessuno, neanche lui, sa però come o quando.
Oramai è ora di pranzo, non verrà più nessuno, decido di chiudere. Seguo le precise indicazioni dell’amico, sistemo le poche cose che ho da sistemare. Ritiro le locandine, prendo le chiavi, avvio il motore che muove la serranda. Chiudo il primo lucchetto, il secondo lucchetto, la prima serratura, la seconda serratura, la terza serratura, alla quarta serratura:
“Che ha chiuso?”
Un signore giunto impercettibile come un fantasma, mi rivolge la domanda ben poco intelligente. Mi volto con la precisa intenzione di guardare bene in faccia chi ha potuto pormi un quesito tanto scemo. Mi guarda e sorride. Abbozza delle giustificazioni:
“No, il fatto è che… beh, lo vedo che ha chiuso, però… non ho fatto in tempo e avrei bisogno… tutte le edicole sono chiuse…”
Non trovo il coraggio di cacciare via in malo modo lo sconosciuto, così simulo di nuovo:
“Oh, ma non si preoccupi, ci vuole così poco ad aprire! Cosa desidera?”
Aperte di nuovo serrature e lucchetti, sollevata la serranda, incasso l’euro dovuto per il quotidiano, quindi, di fretta, chiudo la serranda, le quattro serrature, i due lucchetti e corro via, senza che, per fortuna, questa volta, nessuno mi chieda di riaprire.
Mentre lento torno a casa sullo scoppiettante motorino, il freddo meno intenso mi concede la possibilità di una prima riflessione sull’inconsueta mattina all’edicola. Sensazioni conflittuali! A un vago sentimento di soddisfazione per aver saputo far fronte con dignità alle tante incombenze, si accoda una certa tristezza per la mancata o inadeguata considerazione del prossimo… beh, per questo, senz’altro per Loro una giornata perduta.
6 agosto 2007