VOCI DI PASSATO REMOTO

DI

ANNALISA ROSSI

 

FOSFORO/ FOSFORO/ OSSIGENO/ FLUORO/ PAUSA/ ZOLFO/ FOSFORO/ PAUSA/ CARBONIO/ OSSIGENO/ ZOLFO/ IDROGENO/ FOSFORO/ OSSIGENO/ FLUORO/ OSSIGENO/

 

Nulla al di là dello scambio e del tatto, dell’elaborazione di energia.
La mente di razza formulò la comunicazione attraverso l’alternanza delle molecole: un flusso continuo che determinava la vita, la morte, la citodieresi.
L’immensa nube si stese sopra l’orizzonte, guidata dalla ragnatela dei passaggi chimici.
Si stese lungo le sporgenze rocciose d’azoto e ammoniaca del silenzioso asteroide ed attese, continuando, febbrile, il ricambio vitale.
Attraverso il suo misterioso alfabeto morse chimico il Tutto governava gli individui che ne erano parte, riuscendo ad organizzare il semplice nel complesso.
Fu lì, ferma sopra la roccia immota, che la Mente individuò l’anomalia.
Ci fu un lampo di rigetto.
Le molecole sconosciute s’insinuarono furtive attraverso gli scambi preordinati, mandando per un istante in cortocircuito il sistema di comunicazione.
Tutto fu subito ripristinato, secondo il codice consueto e noto.

 

 

CARBONIO/ CARBONIO/FOSFORO /OSSIGENO/ FLUORO/ OSSIGENO/ IDROGENO/

 

 

La struttura fu assorbita e rigettata, inutile alla produzione di una nuova energia.
Era già successo molte altre volte.
La Mente comprendeva.
Non tutto poteva servirLe per mantenere l’ordine delle parti e moltiplicare la frequenza della produzione degli impulsi elettrici.
Nel vento cosmico aveva frequentemente scoperto che non tutto si poteva trasformare in cibo.
La Mente soppesò quel disco di silicio per espellerlo nel vuoto.
Morte e vita.
Pensiero e ricordo.
Un nanosecondo d’eterno scosse memorie riposte che Essa individuò come schemi d’ordine al di là del caotico muoversi degli scambi molecolari.
Si chiese perché.
Perché Le era stato imposto proprio quel ordine, quel alfabeto, quella scrittura di atomi, per dire ciò che doveva ai singoli individui che esistevano all’interno di Lei, con Lei, per Lei.
S’interrogò se e quando tutto ciò avesse avuto un inizio o un senso.
Scosse, impotente, l’energia intrinseca ai legami chimici per recuperare ricordi, ma faticò a riconoscerli.
Morirono molti individui nella ricerca.
Si sentì stremata.
La presa sull’asteroide si allentò.
La pratica dello scambio riprese vigore e milioni di individui rilassarono le mete.
La Mente, più forte, mandò ordini al sistema di espulsione perché si liberasse del disco di silicio.
Ma la mutazione per l’intrusione era già in atto.
Giunsero alla Mente i primi input chimici.
Nebbia.
Luce.
Percezioni dell’universo diverse: un passato pluridimensionale, Piani di registrazione dei dati acquisiti attraverso strumenti alieni.
Colori ottenuti non solo da alternarsi di legami molecolari, ma come onde energetiche, a frequenze multiple, saporose, acute di musiche scandite non di scambi di protoni e neutroni, ma da vibrazioni dell’energia stessa.
Erano lì, dentro il disco di silicio che voleva gettare.
La Mente riconobbe, in un’illuminazione improvvisa, che permise la scissione di miliardi d’individui, le ossa antiche di un passato che Le era appartenuto.
Cominciò con pazienza infinita a decrittare con i mezzi che aveva le linee del disco d’argento, per la prima o l’ennesima volta, ascoltando i suoni di un passato senza date.
Fu una lista di nomi e profumi da annodare in mezzo agli individui che creavano le sue immense sinapsi di

 

OSSIGENO/ FOFOFORO/ FOSFORO/ ZOLFO/ CARBONIO/ OSSIGENO/ IDROGENO/ FOFOFORO/ FOSFORO/ PAUSA

 

Il sonno del Tempo aveva vinto la sua consapevolezza, prima della trasformazione, prima che la Stella espandesse i suoi confini
d’esperienze atomiche, prima di cominciare da capo.
Iniziò assorbendo l’idea che al principio era stato l’individuo (la Mente faticò a rappresentare).
Nulla era mai stato prima staccato dall’insieme.
Nulla poteva esistere al di fuori del tutto che era Lei.
Eppure lì, nel silicio, era raggrumata una comunicazione che Le risultava, in qualche modo, familiare.
L’incipit raccontava l’individuo che operava al di fuori degli altri individui ed interagiva con loro attraverso forze disordinate, non ritrascrivibili nell’alfabeto dei suoi processi.
Si ritrasse, spaventata, da quella enormità.
Si fece guardinga.
Questo era il Male, per Lei.
Il cancro.
Voleva dire non rispondere agli ordini impartiti, alle leggi della grammatica chimica, che costituivano il testo indispensabile alla sopravvivenza.
Voleva dire la Morte.
I ribelli, impazziti, proliferavano senza ritegno, modificando gli equilibri necessari a mantenere l’ordine e la vita di tutti gli altri e di se stessa.
Nel nome della sopravvivenza del numero, i pochi degeneri dovevano essere uccisi.
Solo la mediocrità dei legami sintattici della chimica istintuale vita-morte-nascita, Le permettevano di “essere” nel buio profondo della notte infinita.
La pervase una sensazione di guasto, di morte.
Per un attimo ebbe come paura: fu in quel sintagma di

 

OSSIGENO/ IDROGENO/ IDROGENOCARBONIO/CARBONIO/ CARBONIO/ FOSFORO/

 

che ricordò il disco di silicio, dove, universi temporali prima, qualcosa che era stato e non era più aveva lasciato il segno dell’imperfezione dell’individualità.
Credendo di riuscire a percepire l’iterazione della creazione, la Mente assimilò, subordinandole al suo codice chimico, le prime storie.
D lì in poi avrebbe impiegato l’eternità ad esprimerle ed interpretarle.

 

 

 

CARBONIO/ CARBONIO/ CARBONIO/ FOSFORO/ AZOTO/ / FLUORO/ PAUSA/  AZOTO/ CARBONIO/ OSSIGENO/ OSSIGENO/ AZOTO/ PAUSA / FOSFORO/ FOSFORO

 

 

Dalla notte di tutti i tempi un lungo lamento tagliò l’iperuranio degli archetipi che si proiettavano nella totalità degli universi, riconoscibile ad ogni latitudine dell’abisso.
I nomi e le voci si fecero più chiari.
Ebbe inizio il dramma.

 

IDROGENO/ FOSFORO/ CARBONIO / OSSIGENO/ FLUORO/ PAUSA/ ZOLFO/ FOSFORO/ IDROGENO/ FOSFORO/ FOSFORO/ OSSIGENO/ OSSIGENO/ FLUORO/


IL CANTO DELLE MOLECOLE

Canta il tuo carme di numero vuoto,
Caos primigenio convivente con l’Uno,
Padre di tutti i numeri pieni,
dentro cui vive
l’Infinito linguaggio del Verbo,
modello primordiale
che assolve
nell’ordine
della musica raggelata
dei mondi
la divina forma umana:
categoria eccellente
nella Idea fecondante.
La danza degli atomi
all’inizio del mondo
specificò la tua essenza,
ma non saresti pensato
se non ci fosse il pensante.

 

 

IDROGENO/ FOSFORO/ CARBONIO / OSSIGENO/ FLUORO/ PAUSA/ ZOLFO/ FOSFORO/ IDROGENO/ FOSFORO/ FOSFORO/ OSSIGENO/ OSSIGENO/ FLUORO/

 


CORO

Trovasti, Medea, ospitalità in una terra,
senza pagare la pace.
Amasti e amasti e amasti,
fino a perdere il fiato.
Stasera tessi un destino diverso
per dare ordine all’informe tua vita

 

 

 

MEDEA

 

 

Tesso e vecchia e straniera.

Qualcuno ancora mi chiama Medea.
Fui stirpe del Sole -ah!-
ma di sole al tramonto.
Tanto vivere. Perché?
Il sentiero è sempre più noioso
e non c’è sufficiente amore.

Mai conobbi la penombra o i grigi:
ebbi solo certezze.
Non seppi che fosse l’indifferenza:
oggi conosco il distacco.

Tesso una tela
per il mio sudario,
nel silenzio di gesti e parole.

Tesso una tela
per il mio corpo che si macchiò
d’osceni misfatti,
che ora si palesano nell’alto,
- fronte e stelle - :
volti di bambini,rossi i capelli
e sguardi d’edera.

Tesso una tela
per il mio volto.
Volto di gigli soavi, di sinuose
ed ombrose linee di luce.
Volto di bambina curiosa,
fumosa di passioni abbozzolate.
Volto d’adolescente, petali bianchi,
piccoli boccioli incoronati,
labbra sognanti, magie scure,
serpenti di capelli.
Volto di donna tormentata,
affannata, in attesa,
senza i ricordi che promuovono
salvezze silvestri,
che promettono freschezza
di scelte.

Tesso,
stasera, anche per Voi.

Voi che conosceste solo Amore:
Amore di lune nere,
che ancora m’inseguite ogni giorno,
pendendo dalle mie pupille.
Voi che gridate
“Mamma, aspetta,il più piccolo è morto”.
E il gallo canta.
Portatene uno a Esculapio
e che sia finita!
FINITA.
Voi che con un ultimo sorriso
mi gettate fiducia come mazzi di rose.
Tesso.
E tesso una tela
anche per Te, uomo di gomma,
di quelle americane,
che si sfilacciano a masticarle,
come il tuo amore.
Si!
Di Te ho un ricordo
netto e preciso attraverso
un tempo un po’ immoto,
ch’è quiescenza d’infinito.
A te, fantasia rara di mani,
echi di balsami musicali
sul mio corpo,
fiori che si schiudono.
Con Te
- un cuore umido e rosso la tua bocca -
ho intrecciato pensieri,
come rami luccicanti, come arabeschi lunari.
Tra Te ho immerso la mia voce
e il mio desiderio, romantico e folle.

Tesso una tela. Tramo una trama
di lini bianchi.
Voluttà e mistero e insieme ricordo.
Il mio viso e il mio corpo
sono annullati dal Tempo.
Ho provato a camminare dopo di Voi,
sentendo l’odore amaro della terra,
siero di corpi e di cose,
eterno presente.
Ho lasciato la mia mente
a vagare, a cercarvi, figli miei,
tra cieli e specchianti aurore,
sperando in un luogo.
Anche adesso, che questo mio corpo
indugia stanco e malato, ho provato.
Ho trascinato i miei passi pesanti
e le mie ali rotte tra gli sconfitti,
i morti, i benpensanti - la tua gente -
Giasone.
Loro non erano là.
Ho scordato i loro nomi: questo è il problema.
Non so chiamarli.

Così tesso,stasera, un sudario.

Un tempo è stato: un tempo è venuto.
Ho lasciato alle spalle volti e nomi.
Non temo la fine,annullamento e pace,
né provo angoscia nel passo.

Ho conosciuto Virgilio e Dante,
Shakespeare e Montale:
con loro ho cantato le Muse
e sminuito i rimpianti.
Ho riso e ballato con amici diversi.
Ho fatto l’amore.
Qualcuno nel mondo ancora ricorda
chi sono.
Ho compiuto “consapevoli scelte”,
voluto un figlio, scontato la mia forza.
Ho raccolto i sorrisi dalle bocche dei più
per farne mazzi con cui adornare
i rododendri che stanno sul soffitto.

Tesso e vecchia e straniera.

Giasone: il tuo nome!

Il tuo nome!
Parola di silenzio!
Silenzio e vuoto.
Sensazione di paura.
Perché?
Che ho fatto per Te?
Un sudario.
Ecco!
Ho fatto un sudario.

Tesso una tela, tramo una trama.

Aracne silenziosa,
che racconta di Te: eri solo un ragazzo
che sfidava la vita zufolandole
in faccia con gli steli dell’erba,
tutt’occhi,limpidi come i primi freddi,
quelli che ti fanno accapponare la pelle.
Tu, sguardi chiari,brina sui miei pensieri.
E io, nipote del Sole.
Dicevi di me che ero l’estate,
invitante e luminosa, quando tutti i colori
diventano più colorati.

Tesso una tela, stasera:
un bozzolo dove riposerà
questo corpo di baco.
Dove sei?
Ad un passo da me: un presente aperto
e tutto in discussione.

Tesso un sudario di lini fini,
ché nulla graffi il mio corpo
così voluttuosamente
e freneticamente plasmato da Te.

Tesso una tela,tramo una trama.

La notte si stacca
dal mondo: un ricordo alla fine.

Un sacro profano simbolico addio.
Pensieri di morte e di Te, Giasone.

E’ necessario: morte per morte,
aure beate senza gli inganni
del vivere, dimenticato
e seccato al sole del presente.

Ti penso, un poco, e ne soffro
e ricordo: per questo mi odio
e mi uccido.
Un lampo: una pagina chiara e bianca.

Una storia si scrive.

 

 

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CORO

Diversa Natura creò
l’abominio terribile agli occhi.
Altri sensi potrebbero invece
scoprirne l’esaltante bellezza.
La storia,
intessuta dai fili di morte,
racconta Medusa,
che scaccia la vita
attraverso l’Amore
dell’uomo Perseo,
tra tutti il solo
che Lei può guardare.

MEDUSA

Medusa s’arriccia i capelli,
specchiandosi in una pozza.

Già sa che tra breve,
un uomo che compie un destino,
regalerà la sua testa a una dea.
Il sangue del mondo
pulsa nei suoi capelli,
orfici simboli di mistero.

Volto di marmorea
e scolpita bellezza,
perle di nebbia su un collo sottile

- Sorelle,fiamme d’orizzonte,dove siete?-.

Medusa, che non può amare,
aspetta, da sola, la morte,
un mostro nel cuore.

Si assopisce il colore dietro le montagne,
calano lunghe le ombre.
Medusa, seduta,
-labbra di ciliegia-
contempla la sua caviglia perfetta.
Tristezza la prende,ogni sera,
l’attanaglia piano e la sazia.
La sua voglia di essere in grado
di leggere negli occhi d’un altro
antiche mattine, sonnolenti lontananze,
sognanti inverni, singhiozzanti acque,
inconsce paure, brucianti sospiri,
si perde, riflessa in globi di nerofumo.

Quale vita è, la vita che ti condanna
alla paura degli sguardi degli altri?

Una vita scalinata ripida nel vuoto
- vertigine della tua infanzia,
 che s’apriva a ventaglio sul mare-
Guardavi, Medusa,giù nel vuoto,
verso il mondo: la paura di non trovare
un possibile appiglio per vivere.

La vita, tremendo respiro,
e l’altalena del Tempo, mistero d’ambrosia,
hanno cancellato i sorrisi,
-labbra di mora-
hanno generato il tuo strazio in attimi d’oblio.

MOSTRO.

Spiriti serali, ectoplasmi prigionieri
di urla e dolore.

Medusa, che non sa amare,
aspetta la morte, da sola,
i capelli saettanti e nervosi.

MOSTRO.

Ma mostro di pensieri, d’esistenza,
di colori e d’arcobaleni temperati
da acque di cristallo, di alisei di paure,
di confusione d’uragani, di fertili sogni,
d’azzurre lacrime, di corallini sorrisi.

Nei giorni perduti a rincorrere il mondo,
Medusa già sapeva.
Nel fuoco d’uno sguardo,
occhi vuoti, di pietra:
ecco il MOSTRO

-Scappate,ecco il mostro!
Attenzione!
Uno sguardo e v’impetra!
Correte, il roveto già brucia!
La strega!
Capelli- serpenti d’ebrea!
Imbracciate i forconi!
Prendete i fucili!
Non guardatele gl’occhi!
Crucifige!
Venite!
Correte!
Attenzione!
Una donna!
Senz’anima!
Lebbrosa!
Bianca forma insonne!
Attenzione!
Uno sguardo e v’impetra!-

Una vita scoperta di gesti vuoti,
di chi, libero, senza guida,
si riempie la bocca
di rose mature e concrete.

Medusa, stasera,la chioma scoscesa
che s’agita viva, attende,
tra le note sommesse
del volo degl’ultimi uccelli.
Medusa, sguardo di notte senza stelle,
si stringe le mani di schiuma. 
Aspetta, serena, l’uomo che, solo,
potrà cercarle lo sguardo.
La vita, fuori, spigola le ore
e acuisce il Tempo, mentre pallide
ombre rinnovano lo sgomento.

Medusa si veste d’una fumosa ragnatela
di luce: nessuno ha mai contemplato
la bellezza rappresa del suo corpo stupendo.

 -Ah!
Il Mostro!
Fuggite!
Uno sguardo e v’impetra!
Ecco, prendete le pietre,
lanciatele addosso a Maria Maddalena!
Attenzione, ché mangia i bambini!
Scappate! Sparate!
Comunista!
Di certo ha anche un piede caprino!
Attenti!
Uno sguardo e v’impetra!

Medusa si stende sul viso
un profumo potente,
che tradisce l’incanto.
I capelli si agitano vivi:
il suo cuore sta contando le ore.

Verrà.  S’ergerà su di lei.
Vanterà un’impressione di occhi.

L’ha spiato, Medusa,
-oh, SI!
tante volte! -
E’ sicuro, beffardo.
Un po’ le somiglia: taciturno,
fronte stellata, assente sovente,
con occhi che volano via.

E’ forte, placido e misurato nei gesti.
Non spreca.
Ebbro di sé.
E’ un uomo.
Un semplice uomo.

Verrà, porterà tutta la sua
deserta normalità: unico fra tutti,
occhi profondi, dove aleggia la sua notte.

Medusa si liscia i capelli
con un pettine dai denti di luna,
silenziosa.
Nell’ombra la parola senz’eco
diventa presenza.
Il mostro si alza, denuda il suo corpo
di statua timorosa.
-Lui è l’unico che potrà mai amarti
scoprendo le bianche conchiglie dei tuoi seni-

Il mostro
-Attento, Perseo!-
è scaltro.

Adesso sembra normale,
ma- guarda!- serpenti i capelli,
crepuscolo gli occhi!

-Attento!
Uno sguardo e t’impetra!-

Trasparenti occhi
riflette lo specchio, muti,
occulti profumi di gioie,
colmi di luce e di musica arcana,
colmi d’amore.
Scivola il corpo in quest’ isolata
ora di morte.
L’uomo nero raccoglie la testa in un drappo.

Il mostro è morto.

S’accende, lontano,nel mare una luce di seta.

Medusa si perde nell’ultimo remo.

I capelli si agitano, vivi.

Perseo li sente tra le sue mani di foglie
aggrapparsi alla notte.

Medusa ascolta felice
il fiato e l’uomo nell’aria.

Tragicamente alzate,
le palpebre riflettono il buio.

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CORO

Ecco il Principio,
l’archetipo primo
del Due,
lo spirito fecondatore,
l’alma venus,
che crea
e
separa
il bene dal male,
la luce dal buio.

Ecco l’algoritmo genetico,
quello che anima
e da’ forma alle Cose.

Ecco Calipso
l’eterno femminino.

 

CALIPSO

                                           

Te,grande dea bianca,
pòtnia méter,
silenzio di basilico e olivo.

Te,nascosta,spodestata,
ancorata polena d’isola,
che s’inabissa nel Tempo,
quale dio dagli occhi
di ramarro o serpente,
lasciò a guardar
nubi e mare in un deserto d’amore?

A chi canti il mattino
in una malinconica
nenia di glicini viola?

Ti ergi nel Sole: aspetto tremendo
in numinosità di dea,
montagna di specchi alabastrini,
profilo d’ardesia,bianca purezza
di vergine antica.

Sorridi,
le trecce gettate sui seni,
coppe di melograno.
Sorridi,vibrante,al mattino,
occhi di definitivo cristallo.

Grande meretrice di Baal,,
l’amore l’hai avuto altre volte.
Ogni giorno s’accende di nuovi
brividi santi.
Hai aperto le gambe a tutti i destini,
acclamata da tutti i maestri.

Sorridi,esaltante,
nel bianco-glauco del mare.

Le labbra d’argento di Elena,
appena rapita, son tue.

Son tue le mani di rosa di Cleopatra,
che ungevano d’oro il corpo di Cesare Magno

La voce d'avorio d’Isotta,
adultera senza vergogne,è la tua.

E’ tuo il sospiro di vento
della d’Este Isabella,
che rapinò un cardinale

Lo sguardo di foglie autunnali
d’Artemisia pittrice è il tuo.

E’ tuo il sesso di giallo tulipano
di Josephine che imperò Napoleone.

Un attimo solo….
e quell’uomo?
Ricordi,signora di sabbia?

.....quell’uomo!??.

Era uno come tanti.

Arrivò fino a te dalla croce del Sud.
Fino a te.
Arrivò in un giorno di sale e di mare,
di caldo e memorie,di siesta e di grilli.

Andasti a vederlo.
Normale. Assolutamente normale,
cuore naufrago e sale, su un corpo bruciato.
Normale.

Incredibilmente normale,
mente fredda e alghe,su capelli di onde.

Alzò gl’occhi dal tronco cui stava aggrappato
- stanno sempre aggrappati ad un tronco, gli uomini-
e ti vide,
cozzando con gli occhi sopra il tuo duro splendore.

Vento fermo.

Ma quanto ti palpitò il cuore, scoprendo quegl'occhi?

- Caterina la Grande si prese anche
 il più giovane ussaro-.

Oppure ti si addolcirono i seni?

- Elisabetta, l’inglese,
sopportava solo i pirati-.

Lui ti guardò, deciso, ma stanco,
con tutta la stanchezza del mondo.

Fu, forse, il lapislazzulo
della sua indicibile passione,
senza radici, che ti portasti al monte?

- Dalila, l’ebrea cuciva coperte
coi crini di Sansone-

Dopo, ricordi?
Cullasti da sola i suoi fianchi onerosi
per anni: tu, la donna di sole,
che portasti i francesi fin dentro Orleans,
che, da sola- allora Matilde -
costringesti nella neve un impero.

Lui ti rispose gemendo tristezze,
languidezze di uomo

-AH!, mio Enrico!-
- E’ già tanto se non ti faccio
tagliare la testa!-

Risanasti da sola il suo sangue
di piombo pesante con baci e chicchi
d’amor voluttuoso

- regina Vittoria, governasti un impero-

L’amasti.
Come sa amare una donna,
quando non cerca né scienza né ombra

- Manon, gelida mano, riuscì ad unire
 l’eterno all’amore-

E tu, la grande, l’immota che sprofonda nel Tempo,
gli offristi di esser rumore di sole al tuo petto.

Avventata Calipso!
Hai raccolto una vita in tela di ragno.

Troppo amore! Così non volle restare.

- Marilyn bionda  s’uccise per John
con pastiglie  di resina scura-

La storia poi disse che t’ordinarono
di farlo partire.

 - ma fu Orfeo  a girarsi o  Euridice a scappare?-.

Se ne andò, impacciato e guardingo:
era un uomo, un uomo normale.

Molto tempo è passato.

Raccogli i pensieri, rugiada notturna,
o Calipso, nascondi i momenti del sogno.

Da tanto tempo t’hanno detto ch’è morto.

-altera, passasti tra minuti di gloria,
Mata Hari e Curie Maria.-

Un sospiro ed un mondo.

Ma qui solo l’attimo conta
e tu canti un tramonto che è alba.

 

 

IDROGENO/ FOSFORO/ CARBONIO/ OSSIGENO/ FLUORO/ PAUSA/ ZOLFO/ FOSFORO/ IDROGENO/ FOSFORO/ FOSFORO/ OSSIGENO/ OSSIGENO/ FLUORO/


CORO

Oracolo dell’essere
dall’occhio penetrante,
soggiaci anche Tu,
o Circe,
signora della combinazione
dei primi elementi.
Tu, che parli la lingua perfetta,
sacerdotessa del rito
che accoppia le parole alle Cose
leggendo la volontà di chi può,
alla forza rapinosa
d’Amore.
Tu, l’unica che hai saputo
da sempre costringere
la divina forma dell’uomo
a farsi bestia
senza ricordo,
tu
la Grande
tra tutte le forze vitali,
quella che diede
la grammatica al mondo,
gettasti alle ortiche
il silenzio,
dando un nome al Destino:
Nessuno.

 

CIRCE

 

Dormi, Odisseo, disteso nel letto di piume:
scuro profilo nel bagliore inquieto
del bianco tenebroso dei veli.

Riposa il tuo corpo, vinto dal mio
che non conosce stanchezza.

Nelle pieghe confuse degli odori
dei corpi, accanto alle parole
non dette, rimane un’essenza d’animale.

Tutto hai dimenticato nella furia dell’amore,
anche l’ansia del viaggio.
So che partirai.
So che questo attimo è solo vuota finzione,
immagine riflessa nello specchio della felicità.

Tu sogni stracci di vita e di mare, il tuo mare.
Sogni la nave e le cupe ninfee  d’altre sponde.

Sicuramente salperai gridando
Mille régretz de t’abandonner”,
ma già ben saldo, sulla tolda,
piedipiantati, aggrappato alla vela.

Oh, Sì!
Mi fisserai,fino all’orizzonte, ma andrai.
Davvero troppo tardi l’ombra del viso
sul cuscino scandirà il Tuo destino dal Mio.

Fuori adesso una brezza mattutina fa danza e lamento.
I maiali nella stalla si muovono inquieti.
I lupi, distratti dall’aurora, ritornano al monte.

Ognuno di voi possiede una montagna
di giochi e ricordi e, per quanto vagabondiate,
alla fine, Voi, là tutti tornate.
Cercate un destino, ardete nel limite.
Alessandro, il più Grande di tutti,
cercava l’orizzonte del mare:
la fontana del palazzo di Pella dove sognava le vele,
lo segnò fin da bambino.

Te il grugnito dei porci indigna,
l’ululato dei lupi affanna.
Non capisci l’enormità del mio gesto:
solo loro gustano fino in fondo il sapore del mondo.

Hai a suo tempo recitato la parte.

Rispetto.
Meraviglia.
Stupore.

Davanti alla strega.

Da uomo che molto ha veduto negli Holiday Inn
dell’Oriente, speravi più bella la maga.

Fissasti sui miei fianchi opulenti
occhi come buche feritoie.

Di certo pensasti ”Era tutta leggenda!”

Lo stesso pensò Claudio di Poppea,
ed era già suo.

Ho sorriso tra me ed iniziato la danza.
Salomé non fu certo più abile.
La scuola è la stessa.
L’offerta del bagno, il vino speziato,
il camino ed il cibo la sera, la coltre pulita.
L’amore passa non solo per gl’occhi.
Sperduto, hai chinato la testa,
intuendo d’un tratto d’avere di colpo smarrito
la crudeltà che raggela, che lì i tuoi occhi
erano pieni di ali davanti alle piume mie mani.
Hai ceduto senza violare nessuna
delle tue fervide certezze,però.

TI AMO,Odisseo.

Mi piace ripetermi questa parola
dalle molte vocali, miele al mio cuore.

Per questo TI TEMO.
Voce soave, amabile viso, odore rasposo di pino.
Fuggo da te.

Stamane andrai, insieme alla agnella nera
a spiare il silenzio d’antiche presenze scomparse.
Cercherò poi la tua assenza, lo so.
Ti farò immortale e ricordo.
TI AMO, perché fin dall’inizio
sapevo che saresti partito.
Nessuno ama la felicità d’un eterno presente.
Amiamo solo chi s’ha destino di perdere.
L’Amore insegue solo chi è sua sventura e suo sogno.
Beatrice e Dante ne sanno qualcosa.

Ma qui nelle lunghe giornate,
regolate soltanto da profumi e da grida animali,
a volte,ho sperato l’eterno.
Nell’aggrapparmi, aggrovigliarmi, involgermi in te,
troppe notti ho udito attraverso
gli specchi il moltiplicarsi dell’aria.
Come se il cuore al di dentro
- nido d'implumi silenzi-
schiudesse echi fatti di carne.
Gli stessi che la bella Eleonora,
di dieci anni più vecchia, ma Aquitana del Sud,
aprì in una volta a Enrico, re inglese.

E’ questo allora l’Amore?

Un soffio di grida animali?
Pupille senza orizzonti?
Tutte le cellule smosse dal fiato del drago?
Agonia di baci e sospiri?
E dopo, di giorno, riso scoperto di denti,
passeggiate profumate d’ibisco,
adolescenti splendori, ardori di sole
e d’aranci,forte calore?

Sono queste le stesse tenerezze dei lupi.

Adesso comincio ad essere stanca di cercare
il tuo grembo di uomo per posare la testa e tacere.

L’alba ora avanza.
I compagni tornati nel mondo stanotte,
ti hanno già preparato la nave.
Ti guardo, incredibile uomo diventato
assoluta presenza, disteso così
nella stanza piena d’attesa soleggiata.

Ti vedo.

Tra poco imbarazzato e teso, il corpo d’Apollo fermato,
che indugi alla soglia.

“Telefonerò, scriverò,mai ti scorderò.
Tornerò,Stanne certa!”

SARAI GIÀ FAVOLA ALLORA.

“Ecco il biglietto da visita, in fondo c’è la mia mail.
Chiamami pure di qualunque cosa tu abbia bisogno!”

TUTTO IL TRACCIATO DELL’ILLUSIONE
PERCORSO IN UN’ UNICA FRASE.
Sorriderò pudica, ma griderò
“Non andare, rimani, amor mio di sempre, amore di mai!”

La nave sul bordo dell’acqua e nel medesimo istante
la donna che riempie il cielo.
Resterà solo il vuoto della danza
sull’ultimo sesso d’animale.

 

 

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CORO

Cos’è la speranza, Nausicaa?
Dare , forse, il nome di qualcuno alla Sorte?
Farlo diventare orizzonte e nube?
Accarezzare il domani cogliendo il sentiero
che sfugge?
Accogliesti quel rischio,
offrendoti tutta,
tu, vergine pura e incorrotta.
La verginità delle cose, però,
fa paura più del rischio.
Del sangue può scorrere:
non ne valesti la pena.
Aveva una moglie,
aveva colto
già tutti i fiori più inebrianti
del mondo, quando giunse da te.
Ti ha dato la forza
di scegliere,
e non fu certo poco!

 

NAUSICAA

 

La tunica rossa di porpora e il bordo d’oro sono fatti.
Le donne giù,nelle stanze, preparano perle d’ostrica bianca
per i monili del vincolo sacro, tramano stoffe
di pepe e cannella, di risa e di sogni.
Lini preziosi hanno tinto per me, per me sola,
figlia di re, merce da accordo.
Lui l’ho intravisto di notte:
un uomo magro e concreto, gran barba oscillante.
Non ho partecipato al banchetto: è stato solo
un trattato d’affari, d’alleanze legate
attraverso una donna e un futuro previsto di figli.

Tutti i giorni la torre, rifugio dei gabbiani più vecchi, 
quella che si affaccia sul porto, ha un’ospite.
Qui vengo a cercar timorosa gli atleti che tornano a casa,
ma non c’è chi li vinse.

Sono passati degli anni.
Nessuno ritorna! 
Ritornano forse i fantasmi?
Dovrò smettere anche quest’ultimo rito.

Nessuno, Nessuno ritorna!

La maschera pura che indosso ogni giorno
m’ha resa appetibile a molti.
Occhi che scivolano come acqua su tutti
e su tutto lo chiamano pudore e virtù,
ma non sanno che,prima di tutto,
t’abitui a annusare.

Una madre odore di croco,
un padre incenso e whisky di scozia,
sorelle sangue dolciastro e clorofilla amara.
Le serve,arguzia di chimica rosa.
Zolfo e salnitro,infidi,i cortigiani.
Pietra e polvere,i guerrieri.
Olio di noce e afrore animale,
gli atleti.

Bambina, giocavo - occhichiusi -
a pensare: un odore, un carattere.
M’immaginavo accecata, immersa nel buio,
senza l’attacco violento del Sole, non costretta
ogni dove a uno scivolo d’occhi.

PUDORE E VIRTÙ.

Appena fanciulla successe il fattaccio.
Vicino alla polla fuori le mura,
riverso in mezzo alle putride canne,
fu lì che lo vidi.
Guardai, ringraziando che gli fosse
sepolta la luce degli occhi fin dentro la sabbia.
Fermammo il carro, noi donne ed ancelle, eccitate.
Sembrava un cadavere uscito da un naufragio di sangue.

PER QUESTO GUARDAI.

Che non fosse un ragazzo s’intuiva
dalle mani seccate, autostrade le vene.
Ma era robusto,la pelle rattrappita
dall’acqua e dal sale di giorni.
Era bruno, ma di pelle soltanto.
Barba folta e capelli di narciso da lungo sbocciato.
Piedi lunghi, un po’ piatti, abituati alla nave.
Biondo il sesso di uomo.

Le mie donne si fermarono per cercare un profilo finito.
Le scostai con un gesto nervoso.
Mi mossi da sola.
Da vicino annusai: tela celeste e felce.
Poi un profumo innocente di muschio e di umido orso.

L’illuminazione mi giunse improvvisa,
nell’attimo dello sguardo fermato.
Fino ad allora erano solo i miei occhi
ad essere sempre rimasti per terra, mentre,in realtà,
il mio pensiero volava già in alto, nel tempo.

Uno scatto improvviso nel corpo dell’uomo
mi disse che sarebbe vissuto.
Sbatté gl’occhi e mi vide.
Tremò.
Mi scambiò, illuminata com’ero dal sole,
per un’ombra di morte.
S’alzò.
Erano anni che la mia vita
andava in cerca d’un desiderio,
uno scopo, ed ora -eccolo-
raggrumato tutto in un unico uomo.

Si riparò nel canneto, intuendo
noi essere donne soltanto.

Anche Davide fuggì sulle prime
Betzabea, la bella,impossibile premio?

Anche il Sole di Luigi di Francia
cercò una nube quando vide
Madam de Montespan  per la prima volta?
O Abelardo: anche lui all’inizio
nascose il suo viso, per non cogliere
l’irrealizzabile desiderio d’Eloisa?

Ma no!Loro non erano vergini!
La differenza sta lì.

Implorò, invece, Ulisse,una veste e un riparo,
passandomi addosso quei grandi occhi viola.
Riconobbe, da buon latin lover,
la rosa dalla purissima carne,
l’ineffabile fragranza del fiore non colto.
Riconobbe, a un’occhiata tutto questo,
con la struggente nostalgia della tristezza.
Valutò le mie caviglie da gazzella,
il corpo scuro e flessuoso, il profilo vagamente rapace.
Ne sostenni lo sguardo e sciolsi in gesto vivace
i miei lunghi corvini capelli.

Ordinai con mano imperiosa alle ancelle la veste.
Lo feci salire sul carro.
Fu compito e gentile.
Guardava spesso alla rocca.
Lo lasciammo al cortile.
Lo rividi la sera, al banchetto, camicia di seta,
zafferano i capelli, malva tra le graminacee.
Fu un attimo solo, ma ne accettai lo sguardo.
S’inchinò sogghignando, da leone consapevole e feroce.
Se mi avesse voluta, lì, in quell’istante,
gli avrei offerto tuberose e giacinti,
sarei diventata cavalla che riesce a perdere il morso.
Ritornò al suo posto.
Se ne andò il giorno dopo, lancia in resta,
Don Chisciotte dei mari.

Lo vidi partire per ritornare dentro l’ombra,
sotto gli olivi che spezzano le onde.
Rimpiansi da allora il mio unico
e ultimo sguardo sul mondo.

Mi trascinai ogni giorno dalla cucina
al letto e, di sera, alla torre,
per illudermi ancora di vederlo tornare.
Da qui l’aria odora di muli
e merletti, di dalie e gioielli.

Ieri mi hanno dato un marito.
Da oggi conto qualcosa.
Sono pegno di pace.

Intanto sul porto e sul molo si siede
il grigiore della notte che incombe.

Nessuna distanza colmerà mai
la tua assenza, uomo di rame e di mirto.

Se tu non fossi venuto,stanotte,
non avrei indossato la tunica nera,
novella di Svezia regina Cristina, 
per scappare a un marito già secco,
ad una routine di regina, al rischio di figli.

Il mio pensiero ti gira intorno come vento di tempesta
e apre la nuvola grigia il volto di te,l’amato,il guardato.

Fuggirò per cercare un istante
che sia pieno di occhi.

 

 

 

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CORO

Armonia e accordo
di tutti il legami,
bellezza suprema
della materia,
Elena,
nata dalla volontà del Tre in Uno,
per sconvolgere
il mondo sei stata
una delle leggi
del movimento,
somma
e prodotto
della Creazione.
Bambina di fiamma,
ti rapì un uomo
che era leggenda,
già storia
e causa lui stesso.

 

ELENA TINDARIDE

 

Una luna rossa,stasera centellina la notte.
Tra le case bianche,sopra cui si addormenta
la luce siavverte un artificio d’Amore.
Respiro profondo: sensazione
di cuore in silenzio,sensazione d’eterno.
Intravedo fantasmi di uomini
che si attardano pigri: forme scure,
senz’ombra di fronte alle soglie argentate.
Non ricordo da quando soggiaccio
a questa specie di sogno: fiamme rapaci
si accendono in mezzo alle urla di bambini morenti.
Bombe che cadono, macerie che fumano
e, là,sulla rocca, quell’uomo, metà mostro
di plastica, metà inguainato in corazza ed elmetto,
che alza ben alto un bambino,
rosa tenero di carni di donna, per buttarlo nel vuoto.
Mi sveglio sempre sudata: l’orrore
di una realtà percepita di morte totale,
di guerra, di annullamento seriale.

Allora mi alzo.

Clitemnestra, che dorme con me,
continua i suoi sogni di certezza e assoluto.
Lei è bella e già donna.
Io sono ancora un insulso virgulto alla casa.

Polideute, il gemello di Castore,
ieri ha intagliato nel legno
per me una bambola magra.
I fratelli ogni tanto si voltano a guardarmi
in mezzo alle loro quotidiane prove di guerra:
dei due, però, solo Poli ha per me gesti d’affetto.

Castore, invece, mi sfugge.
Intravedo,a volte,il suo sguardo lubrico
da dietro una colonna di crema.
Mi scosto a lasciarlo passare.

La nostra è una casa solitaria.
Poche le ancelle, meno ancora i servi.
L’intrico metodico dei gesti non basta
a smorzare gli intrecci degli inferni privati.
Soltanto sul tetto, la sera,svegliata da sogni
di battaglie incendiate, mi sento rivivere.

Stamane, però, al galoppo su un destriero focato
è arrivato quell’uomo.
Mia madre l’ha accolto che sembrava Messalina rinata.
Dietro: Clitemnestra, le ancelle e poi io.
Ha lanciato le briglie ad un Castore assai allibito.
I capelli lunghissimi,legati intrecciati, hanno sbattuto
più volte sul suo dorso nudo e squadrato.
Non ha guardato nessuno.
Fissò su di me unicamente occhi d’aquila nera:
un cacciatore di taglie.
Un guerriero, dal nome famoso.
Grande uccisore di mostri,
un Buffalo Bill d’indiscusso valore.
Il suo nome non fu pronunciato,
tant’era la fama di questo Clark Gable di roccia.
Solo al banchetto lo venni a sapere.
TESEO.

Prima di scendere a mensa, con sguardo di nebbia,
Poli arrivò alle mie stanze:
“Imbrattati il viso. Metti un vestito da serva.
Raccogli i capelli e buttaci cenere sopra.
Non mi piace come ti guarda quell’uomo
e come nostra madre guarda lui.”.
Ubbidii senza capire:
nulla si spiega, del resto, a una bimba.
Alla tavola grande mi fermai nell’angolo oscuro,
lontana dal fuoco delle torce, che da sempre temevo.
Mangiai in silenzio, cercando di confondermi
insieme allo sfondo di canne.
Sentii le parole,
corrusche di sale che Teseo pronunciò:
“ E’ inutile che voi la mettiate nell’angolo oscuro.
E’ lei  stessa la torcia.
Il solo vederla scalda il cuore
di qualsiasi uomo mortale!”.
Raggelai dal di dentro.

LA FIAMMA ERO IO! ERA MIA LA NATURA DEL FUOCO!

Ero io la guerra rapinosa, il caldo che uccide.

Fuggii in mezzo al palazzo, cercando la grande fontana 
per spegnere subito tutto l’ardore del rogo del sangue.
Gridando m’immersi.
Lo straniero fu lì in un soffio,
guardandomi dall’alto:
immagine tremolante,fantasma nell’acqua.

Sorrise e mi strappò all’abbraccio gelato,
portandomi all’altezza dei suoi occhi d’inchiostro.
Con una carezza gentile mi scostò i capelli bagnati
-ma di nuovo oro fuso- dagli occhi:
“Ah! Elena bella, non scappare da te.
Sei davvero l’incendio per il cuore di qualunque vivente.
Ardi dentro.
Bruci ed accechi gli occhi degli altri.
Nessun uomo potrebbe mai scansarsi dal calore
che emani, nera Afrodite, occhi di mare,
capelli ambrati di seta, profilo francese!”.

Fu Poli a strapparmi da lui,
cullandomi piano e portandomi,poi,nel mio letto.
Asciugata, mi stesi a dormire.
Il pericolo, però,rimaneva.
Dovevo, in qualunque modo, evitare d’esser fiamma
che uccide.

LA TORCIA DI FUOCO.

Ecco!
Adesso sul tetto il caldo scirocco m’avvolge.
D’esser bella nulla m’importa.
Voglio solo che la vita sia mia.
Né premio, né mezzo per nessun coraggioso
che pensi di poter dominare la fiamma.

 

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CORO

 

Simbolo eterno di saggezza,
trasfigurata Santa Teresa d’Avila,
nella visione totale dell’Uno,
dell’ordine ultimo di tutto il vivente,
hai superato il concetto,
l’ordito che da misura all’informe,
l’atto nella sua potenza.
Solo tu sopravvivi insieme alla tua
estrema coscienza.
Accogliesti da sola l’esistenza
portante il pensiero,
e strutturante le Cose,
l’insieme infinito di calcoli
e comandi di numeri,
hai tu, sola,
conosciuto l’Amore.

 

unodue 


CASSANDRA

 

trequattro 

Un mare di solitudine ventosa si stende
accanto alla spiaggia delle folaghe.
Il volto di Apollo compare attraverso
la pozza santa a tentarmi.
Più bello di ogni bellezza mi irride.

Il vento che passa, ferito,tra le mie dita,mi irride.
Il mondo mi guarda, la compassione negli occhi: 
ragazza magra, oggetto di un amore divino,
un gelsomino dal profumo di ambra gualcita,
che non cercava né fama né scienza.
Altro cercavo!
Non il dolore di quell’immagine adamantina,
così irrealmente al di là di ogni bellezza
del bello da uccidere tutti i desideri
dell’anima, tutti i ricordi, per rendermi
tabula rasa per Lui.
Ho rifiutato la vita del Dio, per non essere
mai ancella di nessun Signore né vivere
giorno per giorno scorgendo i teschi
sotto la carne degli altri.
Mi ritrovo adesso a sguazzare in un premeditato
silenzio attraverso le autostrade del tempo,
cieca ad ogni emozione, preda del ritmo
di una musica senza note che guida
tutte le mie percezioni tra lamine e fori,
tra fulgori e confusi tremori,inscritti
nella polvere cosmica, sperma dei mondi.

Ah! Apollo!
Venerato Dio di tutta la città!
Mi consacrarono a Te nel tempio alla spiaggia.
BELLO!
Cinto di rami celesti, mi guardasti già là,
nella zona dove il confine del sogno
brucia tutti i credenti.
Ero una magra ragazza, che nessuno sfiorava,
incapace di tutto, se non di nominare le Cose.
Mi stavano stretti la reggia ed il tempio.
Volevo la spiaggia.
Volevo cambiare la vita di noi,donne dell’harem di Priamo.
Mi servivo delle parole per raccontare un disagio:
il disagio di chi, pur sapendo da sempre nominare
le Cose del mondo, è colpevole di tradimento
anche solo ad alzare lo sguardo.
Per questo non volevo l’amore di un uomo,
per combattere la mia battaglia di pace.
Cercavo la via per togliere il velo alle donne,
superare i confini, allentare tutti i dominî .
Già allora mi pensavano pazza o strega di erba!
Perciò mi consacrarono al Dio.
Una magra ragazza che vuol essere un uomo.

E Lui, là fin dall’inizio, dietro le tende e le colonne,
nell’aria,ascoltando questa donna così piena
di spigoli, mi volle,alla fine, solo per curiosità.

Lo vidi venire in un’alba d’ambrosia,
sicuro e beffardo, senza ironia.
Mi sembrò sulle prime un uomo di Troia,
un angelo nero già pronto a ghermirmi.
Feci aria nei miei pensieri.
Alzai in volo la mente per staccarla dal corpo e
impedire alla guerra di entrarmi nel ventre.
Invece Lui avanzò maestoso,
insieme ad una promessa d’estate.

POI MI GUARDO’.
Ed io, già pronta a fuggire,
mi chiedo adesso come farò a dimenticare.

Fu come accendere il giorno di notte.
Fu come l’amore consumato in un prato di lamiera.
Fu come uscire gelati dal fuoco.
Fu come essere il guanto dell’anima del mondo.
Fu come essere il sinolo della somma sostanza.
Fu come se intere esperienze di vita
si fondessero insieme per generare
un’unica essenza da mille moltitudini.
Fu come percepire la forma ultima di un soffio di vento.
Fu come un intatto ritorno.
Fu come un giorno nuovo.
Fu come una scultura di luce coerente solo a se stessa.
Fu come fiutare il profumo dell’Arte assoluta.
Fu come aprire ogni poro all’inizio del mondo.
Fu come vedere la rosa perfetta.
Fu come gustare la creazione degli atomi primi.
Fu come udire tutto il visibile farsi palpabile onda.
Mi fissò,occhidritti,sputandomi in bocca il suo vero nome
-buio d’estate,tempo appassito, nulla di troppo-
appena toccandomi il labbro
con il suo essere eterno di polvere d’oro,
pieno di tutti gli uomini,di tutte le finzioni possibili,
di tutti i fruscii suonati fino alla fine dei giorni,
di tutte le voluttà di colore gettate da ogni Van Gogh.
Fu come superare i limiti stessi imposti dalla metrica arcana di Lui in un palpito di profumo vitale.
Fu come una tentazione di pianto.
Fu Lui, l’ineffabilmente bello,
Lui,che conteneva un intero universo
e i confusi sussurri di tutte le voci, 
che mi lambì in un stante il poco
di cuore che avevo.
CANNIBALE.
Mi divorò fino all’ultimo ganglio spinale.
Mi annichilì la follia
E così, ubriaca e commossa di Te,
- oh, mio Apollo!-
nudo steso sulla terrazza del mare, aperto e disposto verso ogni mio sussulto animale,
NON RIUSCII
NON RIUSCII
NON RIUSCII
NON RIUSCII
NON RIUSCII
a percorrerti tutto!
Mi scostai,sublimata,in quella
che fu una volontaria mutilazione d’amore.

Essere ed alzarti, Signore del cielo,
fu un attimo unico,enorme gargoille
di nuvola bianca, il viso, più bello del bello,
avvolto di marcescente silenzio,elargente
ogni possibile occhiata sul mondo a me,
sola tra tutte l’unica che non hai posseduto,
poiché fosti la stella che sei e bruciasti
nel fuoco qualunque mia intenzione di Te.
I sentieri del Tempo, adesso, davanti a me,
si snodano, infiniti.
Ogni giorno mi hai,tuo vaso
vasus divinae gratiae,rosa misticha,
sedes sapientiae,salus infirmorum,
refugium peccatorum,turris eburnea,  
ORAPRONOBIS!- corda d’arpa
che Tu suoni in vibrazioni di matematica misura.

Nessuno mi crede.
Nessuno ha memoria.
Così, come un’anima resa libera dalla visione,
solo io so leggere il presente per predire il futuro.
IO,LIBERA DENTRO,in mezzo alle mille evidenze dei media,
IO VEDO.
Passerò nella storia come meteora
di ghiaccio e di fuoco.
Non sarà la mannaia di Clitemnestra ad annientarmi.
Per chiunque sarò l’intuizione del dio,
la formula trovata, l’eureka dell’intelligenza
cui seguirà, inevitabile,il rogo,
per aver cercato di ardire l’ignoto.

Inquisizioni e sovrani, religioni e partiti,
multinazionali e televisioni,
tutti hanno scritto un nome
sul volto stupendo del Lossia.

 

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CORO

 

Dal figlio alla madre
lo stampo supremo
dal padre alla figlia:
fa ingresso nel bollente
crogiuolo delle forme
la storia di Danae.
Prima figlia d’Acrisio,
poi recipiente di dio,
infine madre d’eroe.

PRIGIONIERA DI TUTTI.

 

DANAE

Ti scrivo,figlio mio,poiché a lungo ho taciuto dopo la tua affrettata partenza.
All’interno del palazzo di Argo, in questa giornata di luce straniante,
i banchieri che vengon da Joppa -o Jaffa, come la chiamano loro-
han discusso di strane alleanze con tuo cugino, Metapente, sfoderando sorrisi come lame d’amianto.
Ho presenziato all’udienza,in quanto, unica figlia d’Acrisio,sarei io a dover sostener la corona. Nessuno,però,di quei feroci serpenti, accetterebbe mai di trattare con me,
così femmina,oltre che donna. Servo da coreografia per legittimare un potere.
Per dire che l’uomo che siede sul trono sta lì,ché ha nel sangue qualcosa d’Acrisio,mio padre,e io ne sono la prova evidente.
ESIBITA.
Una nuova Mary Stuard,mediterranea soltanto.
Per me, tuttavia,non si raccolgono uomini o eserciti,né si tagliano teste:non c’è un Dio di mezzo. Sono io la suppellettile preziosa,muta e  affascinante, cortigiana del Dio,madre d’un uomo, un eroe selvaggio,tatuato nel cuore. -Harley Davidson e ruote cromate, domatore di mostri, conoscente e figlio di Dei,mago degli effetti speciali.
Uno pieno di fans,un eroe mediatico grande, le cui gesta percorrono il mondo,
che salvò da morte sicura una donna d’esotico volto,fragile statua di marmo.
Un gran “ macho “che ardì raccoglierne  la bellezza nell’incunabolo delle sue
larghissime mani.-
Tu,gaucho dei cieli,mio figlio,in groppa al cavallo di piume tornasti da me,subito dopo l’impresa, con lei,la bella, l’Urì nera,sogno di pietra, su cui ammaccasti la tua voglia d’onori.
Che dire ad un figlio lontano?
Che ho saputo di te dagli squali di Jaffa.
Raccontarono a lungo la storia del mostro del Mare che voleva Andromeda,
vergine di spuma pura, per placare la sua sete di uomini.
Raccontarono a lungo di te, ammaliante San Giorgio,splendente nel cielo,
che compivi il miracolo arcano dell’uccisione del satanico drago.
Compiaciuti,sfregandosi molto le mani, ricordarono anche che le azioni della banca
di Cefeo,il re,salirono fino alle stelle, quando portasti la vergine intatta con te per farne tua sposa!
Non sapevano che dopo tornasti da me, uccidendo- da distruttore qual sei,-
Polidette,che fu l’unico uomo fra tutti gentile con questa tua madre sfuggente.
Cosa credi !?,che,invece,mi fosse importato poi tanto quando a Larissa,per sbaglio,
- così almeno dissero tutti!- col disco,mio padre - tuo nonno - hai ucciso, durante la gara?
Finsi- è vero!-sgomento e t’esortai ad andare a Micene,scambiando il trono
e la terra con Metapente, il cugino di letto, facendoti credere che gli Argivi non
t’avrebbero voluto,poiché eri l’uccisore del re.
Credevo che,tornando da sola,insieme a un estraneo,il popolo m’avrebbe acclamato
prima donna del regno,ed io, senza più pregiudizi o paure, avrei governato con saggezza e materna virtù.

Il mattino del giorno arrivai in testa al corteo,col cavallo biondo di pelo,
indorata regina,uno sfolgorio nel sole, io,la scelta da Zeus.
S’inchinarono tutti davanti al nuovo sovrano, guardando sottecchi la straniera gitana
che era con lui.
NON UNO,NON UNO capì ch’ io fossi.
D’altro canto,appena bambina,mio padre mi rinchiuse nel chiostro con la vecchia nutrice.
NON UNO avrebbe mai potuto vedermi.
Giocavo solo con bambole vestite da suora.
Una  vecchia sdentata mi parlava del mondo ed io,usignolo solitario,cercavo i sentieri fioriti di là del muro di malta.
Il mio sangue bolliva,impotente di rabbia, di fiamme rosate che arroventavano
le passioni del cuore.
Acrisio, mio padre,tenne lontano da me ogni sforzo d’amore,il suo e l’altrui.
Gabriele,anche lui,per Maria,fu come una sagoma d’ombra, onirico messaggero d’ un amore divino?
Forse,fra tutte,noi prede di un Dio, solo lei,però,lo perse nel sangue.
No,non è vero.
Tutte noi lo perdemmo o nel sangue, o nell’onta o in una sorte da comparse.
Tuo padre,non so quale sogno fu , tra i tanti che s’agitarono a lungo,
sospesi  ai trapezi del cuore notturno.
Mi svegliai un mattino,appagata da un dolore di luce.
Chi può dire d’averlo mai visto?
Don Giovani divino,inondò col suo seme il mio corpo passivo,in un dormiveglia
d’eternità.
Inutile, adesso,che racconti quelle immagini bianche e i percorsi sospesi dietro ai miei occhi,a quell’uomo che viene ogni giorno - lo so che sei tu a mandarlo!-
a quel medico,interessato soltanto ad aprire il mio cuore,per cercarci  le onde riflesse del Sole del Dio, a quel….  ……….quel Freud !
Non c’è medicina di uomo che tenga davanti al mistero o all’inconscio.
Per questo sei nato.
Per essere figlio divino, ma non voluto da un uomo.
Ce ne sono a migliaia.
Non sei unico,Tu, come hai sempre creduto!
Di illustri bastardi è piena la storia!
L’avventura di quel delittuoso container dove Acrisio rinchiuse te e me, affidandoci al mare,fu un trauma d’orrore.
Gemevi di freddo, ed io ti cullavo, senza sapere che saresti diventato chi sei.
Non lo seppe nemmeno Giulia Farnese d’allevare il Valentino,il terribile duca, il figlio del Borgia,che mise a fuoco l’Italia.
Avevi riccioli colmi di sospiri di vento ed io ti amavo con cuore di tigre.
Il giorno e l’isola ci accolsero, poi,come la figlia del Faraone Mosè; come la Lupa Romolo e Remo.
Polidette,quel re d’altre acque,m’amò.
Tu ne eri geloso.
Crescevi,bellissimo e torvo, un principe ombroso,nel palazzo con me.
Volevi di più.
Non ha mai limite,chi,come te,sceglie d’andare.
Non ti fui mai molto vicina- lo so- nei giorni della tua adolescenza inquieta.
Lavoravo a palazzo,col re, sua segretaria privata.
Lo facevo per te,perché potessi goderti il meglio di tutto.
Te ne andasti a cercare  il tuo mostro, che eri solo un ragazzo insolente per gli anni e per il sangue rappreso della tua essenza divina.
Tornasti,uccidesti  Polidette con lo sguardo della testa mozzata del mostro, che divenne il tuo sguardo.
Trascinasti con te la tua sposa e tua madre,benché non volessi.
Stasera,lasciati gli onori della corte di Argo, ti scrivo per ricordarti che nessun cielo
 o campo mi metterà le catene.
Tornerò al mio chiostro.
Non scriverà un ennesimo uomo col suo gesso una storia non sua.
Addio, Perseo,non cercarmi.
Non scrivermi lettere col sigillo del re.
M’eclisso nel silenzio di gelsomino e limone della mia antica prigione.
Goditi Andromeda,che ha imparato ad annuire da donna.
Tornerò dal mio Dio,farò donazioni al convento per tutte coloro che,fuggendo da un uomo, cercheranno il riposo muschioso della casa di un nume.
Almeno fino a che voi uomini avrete il potere! 

DANAE, tua madre.

 

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CORO

Esiste per te, principessa,
la legge che sta dentro
la cellula stessa,
il principio del contenimento,
il controllo sulla casualità
della storia.
E’ l’ordine della pace
del legame,
che oltrepassa
nel gesto
il confine di morte.
Fedele al modello primigenio
fissasti l’azione
che diventa creazione
di stabilità.

 

ANTIGONE

 

Il muro di calce della prigione di Nassiriya
non impedisce al calore d’ entrare.
Là,nell’angolo,in mezzo ai ratti che cercano
morsi di anima ,GIACI, Antigone,velata di nero,
le mani rapprese nell’estrema preghiera.
Ti schiaccia il dolore.
L’ayatollah ha decretato che dovrai morire
per mano degli stessi amici di gioco,i bambini
che con te esplorarono per la prima volta la vita.

Hai raccolto trai morti il cadavere di quel
tuo fratello traditore e aggressore, nemico d’Allah.

“CHE GIACCIA IL SUO CADAVERE DISFATTO
DALL’IRA DI DIO IN MEZZO ALLA PUZZA
DI QUESTA GUERRACLOACA”

Hai urlato,Antigone,fiera in mezzo alle ombre
della moschea,che mai,MAI,lo avresti permesso:
nessuna legge può annullare né la memoria,né l’amore.
Hai raccolto i tuoi veli da sola.
Hai parlato con Lui,il tuo sposo promesso
dal solito muro,coperto dal fico,dove,
da quando sei donna,Lui viene ogni sera,
soltanto per te.
Non ti ha maledetto,non ti ha detestato,
malgrado l’immagine avversa che
hai tracciato del tuo piano.
Né ha pianto o tremato di fronte
alla certezza che andavi dispiegando,
per non accettare le variabili
del sistema di violenze,le lotte di sempre
di un mondo che non possiede ricordi
o rispetto per l’uomo:un mondo capace
soltanto di gettarsi via
nell’ansia di guerra.
Un mondo che non ti appartiene.
Tu non hai mai saputo che pensare di te.
Il velo t’ha coperto da quando sei ragazza.
Non ci sono specchi nelle stanze delle donne.
La legge di Dio vieta ogni contatto con l’aspetto che hai.
E’ la legge d’Allah.
Da sempre hai sentito di far parte di una costellazione
immaginaria dove i saperi si confondono
insieme alle tue certezze.
Tuo padre, Edipo,non può proteggerti ora.
Non è riuscito nemmeno a protegger se stesso
dal suo destino.
Molte rotte e cammini solcarono questa estate di guerra.
Non accettasti la legge.

Di notte,senza temere né ladri né cani randagi,
cercasti il cadavere di Polinice.
Fu un angelo grigio il mulo su cui caricasti
quella parodia d’uomo dalla sabbia dorata.
Una luna americana si profilò nel cielo
traditore,mostrandoti il pianto e il riso
di quel bambino che Polinice fu,
privato troppo presto di futuro e passato,
come te e Ismene, più piccola ancora.
Eteocle, invece,fu accolto tra i grandi,i barbuti.
Crebbe disprezzando se stesso
e  rinnegando voi e la colpa di tutti.

Ti guardi le gambe bianche
sotto la veste nera,tornite e nervose,
da cavalla araba d’alto lignaggio.
Con te, Edipo,tuo padre,commise la colpa
più grossa:t’insegnò il percorso delle stelle
di notte,t’insegnò la speranza,
ti legò ad una memoria d’orizzonti non assimilabili.

Quale luna malata,nella notte del furto,
irradiando,ha trasudato la sostanza oleosa
in cui t’invischiasti,trascinando il tuo mulo
al di là della siepe,del muro,del fico?
La tua giovane anima ribelle piangeva,
fragile e ferita in mezzo ai grappoli luminosi
delle solite bombe in quella notte normale,
a Nassiriya
Lo hai allora lavato con acqua profumata
di fumo.
Gli hai pettinato i riccioli belli:
lui,il fratello orgoglioso,
quello che ti cercava alla notte,
sognando tua madre.

Gli hai chiuso gli occhi sbarrati
nell’impellente ultima impressione del mondo.
Hai composto le sue membra disfatte confuse,
le hai piegate,strettamente vicine.

Quando arrivava correndo da te,
grattugiato dai sassi o bluastro dai colpi
lo accoglievi così,tenendogli strette le mani
e baciandogli gli occhi.

L’uccello dal corto volo dritto,
al di là delle sbarre,t’annuncia
che gli uomini stanno venendo,
le mani piene dei sassi d’Allah.
Non t’importa.
Hai un guanto d’oro
e uno di seta per coprirti la faccia.

Morirai- fiume che ha lavato l’odio,
travolgendo le sponde,scuri limiti
d’una legge divina.
La legge divina non condanna la guerra?
Già la morte ci ammazza di qualunque colore,
di qualunque villaggio.

Alléluia! Alléluia! De profundis clamavi te, Domine!
Alléluia! Alléluia

Il cielo è solo e desolato.
Polinice sepolto e pulito
Il gemito di zafferano,che porta i passi
dei nuovi soldati,canta la sepoltura
e la pietà d’una donna.

Dal cranio aperto per un ciottolo acuto,
dal cranio d’Antigone,morta ammazzata
da una morte deserta,stanotte,sono uscite
bianche colombe di pace sulla terra
d’Iraq.

 

 

IDROGENO/ FOSFORO/ CARBONIO/ OSSIGENO/ FLUORO/ PAUSA/ ZOLFO/ FOSFORO/ IDROGENO/ FOSFORO/ FOSFORO/ OSSIGENO/ OSSIGENO/ FLUORO/


Odisseo, dopo essersi congedato da Calipso, è incorso nell'ennesimo naufragio a causa di una violenta tempesta che lo ha trascinato sull'isola di Scheria, abitata dai Feaci. Qui incontra Nausicaa, figlia del re dell'isola Alcinoo, che era andata alla spiaggia per lavare dei panni con le sue ancelle. Nell’Odissea Nausicaa scopre Ulisse in pessime condizioni e lo esorta a lavarsi al fiume. Così Odisseo, grazie anche all'influsso magico di Atena, recupera tutto il suo fascino, lasciando a bocca aperta Nausicaa, che presa dall'emozione confida il suo colpo di fulmine alle ancelle. (Libro VI vv. 238-246).Questa la storia. Anni dopo, Nausicaa , promessa sposa, che  non ha scordato lo straniero venuto dal mare, per la prima volta prende in mano la sua vita.

Di Elena di Sparta, nata da Leda e Zeus (sorella dei Dioscuri e di Clitemnestra), considerata la donna più bella del mondo, promessa da Afrodite a Paride di Sparta, in cambio della sua elezione a Miss Mondo, nel primo concorso di bellezza della storia,) tutti sanno. Meno noto è il fatto che appena dodicenne fu rapita da Teseo d’Atene, tanto era già potente il suo fascino. Castore e Polluce(o Polideute) inseguirono l’eroe e la liberarono. Ecco Elena il giorno dell’arrivo di Teseo a Sparta.

Cassandra è sinonimo di profetessa "ispirata", ma non creduta. Figlia del re di Troia Priamo. aveva ricevuto il dono profetico da Apollo che, innamorato di lei, aveva promesso di insegnarle ad indovinare il futuro se solo si fosse concessa. Ma la donna, una volta istruita, si sottrasse al dio, che la punì non togliendole il dono della profezia bensì quello della persuasione. Fu bottino di guerra di Agamennone con il quale morì per mano della moglie di lui, Clitemnestra. Di lei da Eschilo in poi si sono occupati molti scrittori.
Cassandra è ancora a Troia, ha  da poco incontrato Apollo e  racconta proprio l’incontro con il Dio,spiegando perché se ne sottrasse..

Della storia di Perseo, figlio di Zeus e di Dànae ci basti ora sapere che suo nonno materno, Acrìsio re di Argo, (ammonito dall'oracolo che sarebbe stato ucciso per mano del figlio di sua figlia) fece rinchiudere Danae in una torre di bronzo. Lì Zeus penetrò e, sotto la parvenza d'una pioggia d'oro, la fece madre di Perseo, l’uccisore di Medusa , da una goccia del cui sangue nacque Petaso, il cavallo alato. Sulla strada del ritorno, in groppa al magico destriero,liberò Andromeda(figlia di Cefeo e Cassiopea,)che poi ebbe in moglie. Tornato presso l’isola di Serifo, nelle Cicladi, dove il re Polidette aveva accolto lui e la madre, uccise quest’ultimo ed infine, per sbaglio, durante una gara, colpì in fronte il nonno Acrisio. Per questo scambiò col cugino Metapente il trono di Argo con quello di Micene.
Di Danae rimane la lettera che, tornata ad Argo con Metapente, scrisse a suo figlio

Antigone, figlia di Edipo, nel mito classico è una principessa tebana: una donna giovane, sensibile, vitale;che ama corrisposta, il nobile Emone. Davanti a lei, si apre un futuro ricco di felicità. Eppure, rinuncia a tutto questo, pur di restare fedele ai propri valori, non cede ai cinici compromessi dettati dalla "ragion di stato" e sfida - a costo della vita - la legge amorale della sua città: legge che le impone di non dar sepoltura al fratello Polinice, certo colpevole d'aver assediato la città di Tebe, ma - agli occhi di Antigone - pur sempre un uomo e suo fratello.
Antigone si chiama  anche una ragazza di Nassiriya, condannata per lo stesso motivo: per aver cercato la pietà nella logica della guerra.

CORO

Effigie marmorea,
reclina il tuo capo
di fronte al magma
possente
che prevenne ogni forma,
la materia indistinta,
l’orgia dell’energia vitale
che intuì se stessa
al momento dell’atto.
CANTA,Arianna,
la fusione dell’atomo,
la stella che esplode,
raccontaci
il dramma sofferto
del momento iniziale.

 

AL SANTUARIO

RITO E PREGHIERA PER

ARIANNA

 

I SACERDOTI INTONANO IL RITO E LA PREGHIERA.

I FEDELI ASCOLTANO E RIPETONO.

ADORATELA.

Non chiedete chi sia. Guardate la sua immagine santa.
Lei è l’icona del Dio che non può essere rappresentato,
cui tutti obbediamo,il misterioso,
sale ed intelligenza del mondo.

ADORATELA.

E’ il principio,rugiada nell’occhio della Belva,
Madonna della Fiera,opposta dimensione
dell’essere eterno.
Pieni in lei sorridono i ricordi di quando,
abbandonata da un uomo mortale,
rifulse nell’eterno tramonto.
L’isola che l’accolse,calice che la contenne
e  preservò per il Toro,figlio di Zeus Olimpio,
fu brina di splendore,faro dai contorni nebbiosi
nell’alba di Dioniso,l’eterno seme
che riscalda la genesi infinita.
(ritornello)
PIETRA TENDIDA QUE DESATA SUS MIEMBROS
SIN COMPARAR LA SANGRE
(Un sacerdote comincia il racconto)
Lì,Lei,seduta su pietra,
rimase impietrita.

Soraya d’azzurro,che non volle rallentare
il suo tempo,per viverlo meglio,
urlò alla sorte,al destino,
d’un tradimento annunciato.

C’è speranza per molte nell’icona d’ Arianna,
appesa al di sopra della riva del fiume,
vermiglia immagine di fango nell’isola nera.

Cercò,traditrice di parenti e fratelli,
l’impronta dell’uomo nel letto,
il mattino di Nasso,trovando soltanto
le pietre e le ardesie circondate dall’esistenza
d’un mare mortale.

Strappò,Lei,sorella di mostro ammazzato
d’Amore colpevole,le porte stesse del sogno.

Cercò,Lui,il Teseo di turno,la vittoria sul mostro,
in stanze di morte,attraverso  una spirale di labirinti
e passaggi,il viaggio della vita attraverso di Lei.

- Quante Hillary Clinton son nate d’allora,
mentre le grandi Isabelle di Spagna
volteggiarono nella danza dei tori
con un d’Aragona:antiche baccanti,
sacrificanti arcangeli giganteschi
alle ombre d’Amore,
aspre di stragi di figli e fratelli!

E tu,Arianna,nell’isola,moristi le cento morti
che la donna comune consuma nell’abbandono dell’uomo
che la rende sorgente.

Tu,statua di cera,sposa di un Dio,morto e risorto
nel sangue,moristi anche tu per quell’incerta promessa
d’emozione immortale che noi,tuoi fedeli,oscuri e imperfetti,
chiamiamo,spezzandolo nell’alto del mare,Amore.

Tu,la Dea prigioniera,che danzi col cuore del mondo,
ma che,adesso,insieme all’Ogigio,

mai più conoscerai il pianto che taglia la terra,

TU GUARDA A NOI,ALLE NOSTRE MISERIE DI UOMINI SOLI, SENZA ISOLA O DIO.

O, ARIANNA
,
amata dal sole accecante,dal magma profumato
di vino e di fiori di Dioniso padre,di Bacco,
l’eterno universo che genera ed è generato,
il Big Bang e l’infinita materia ancor priva dell’atto!

GUARDA A NOI, CHE PREGHIAMO.

Teseo era l’uomo,il passato,il momento,la forma,
il “nulla più”,il bambino che non riuscirà
ad uscire dal suo limite arido di morte precoce.

Ti ha lasciato,come Enrico,il numero otto,il Tudor,
abbandonò Caterina Spagnola.

Piangesti sull’isola,sul tuo letto di sposa novella
e sradicata,quegli affetti che Lui,il mortale,
dal cuore aggrappato alle vele,reclamò da te.

ORA TU VIVI LA SINTESI DEL MONDO,GRANDE DEA:

Tra tutte,sei la sola,cui,in cambio
di una rugiada evaporata,fu dato il cielo,
il bacio assoluto,l’aurora del mondo.

La ripudiata Margot d’Orleans,che Enrico Borbone,
quarto sul trono di Francia,cambiò con Maria,
fiorentina dal raffinato pentagramma di geni,
non riuscì ad eguagliarti nel raccogliere insieme
ombra e luce nel trionfo della disfatta.

ARIANNA, T’INVOCO!

Fiore d’Amor abbandonato,giardiniera che taglia
le ortiche del pianto di noi,mille, duemila, tremila
consunte a lumino, di notte,dal vento dell’isola,
dove un Teseo d’ogni tempo,dimentico per incuria
o paura di non riuscire a conservare del primo sole
il colore,lasciò.

PREGA PER NOI!

Ermengarda del tempo,mandaci un profilo
che risani il ricordo delle stelle mute
di quella notte sola, avara di baci.

PREGA PER NOI!
deluse, dimenticate.

PREGA PER NOI!
affinché giunga,come per te,un’alba di labbra.

 

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CORO
Alla fine Aracne chiude il cerchio,
compone la storia che Medea
ha iniziato.
E’ lei che racconta il dramma,
l’azione da cui scaturisce
tutto il Tempo.
Combina, Aracne, più e più volte
i fili dell’abaco
che è il tuo telaio.
Fondi i cicli allargati
e le somme
delle combinazioni mentali
per farne ordine e sintassi,
dialogando e abbinando
all’interno di tutti gli orditi
le sequenze di gesti e suoni
con tutti i concetti.

 

ARACNE

 

Ho da sempre brividi nel sangue:
mi sembra di sentirlo ammucchiarsi nelle vene
oppure correre come un treno per prosciugarsi
negli scorci domestici.
Le ragazze che siedono ammirate vorrebbero
imparare la grammatica del filo,
l’emozione della trama, lo sguardo sottaciuto
che diventa il sentimento del colore nel tessuto del testo.

Rombi e triangoli fanno la stoffa, limitata e relativa.
Ma, per me, che osservo al di qua
del telaio la spoletta farsi eco e destino,
ASSOLUTA e ETERNA è la visione
Per me che cammino solitaria e sogno.
Voi che mi sedete accanto,amiche e compagne
dei processi della mano,voi che mi circondate
con la pace del legame della tela e del telaio,
tessitrici anche voi di parole,RI-MEMBRATE 
ed aggiustate le spolette,
che mi cadono,disfatte,dalle mani,
paghe anche solo di questo umile imparare.

IO descrivo nella morfologia delle trame dell’ordito
la logica delle vite, affinché nelle tele
s’incarnino le idee,diventando immagini di storie.

Solo parlarne,concede una qualche realtà al Mondo.

Nel cortile della casa le donne
vengono a stupire e parlare,
intrecciando le loro alle mie
di storie,costruendo alveari in grado
di produrre l’ unica cera che può
aggiustare ciò che fuori di qui
ci si ostina a disgregare.

Qualcuna mi chiede il perché di quest’urgenza del racconto.

Talaltra mi interroga sulla ricerca
smodata della perfezione del disegno.

MA IO NON SAPREI,NON SAPREI
dire che cos’è che davvero voglio
inserire con forza dentro questa mia
scrittura di figure.
Non memoria,non vita vissuta,né sognata.

Eppure,anche se di corto fiato,c’è in qualche
perduta geografia o- chissà!-anche al fuori del mondo
che capiamo un attimo che si coglie appena,
e che io cerco,combinando
le sfumature di colore della lana,
di rendere alla vista di voi tutte,
chiaro come acqua di fontana.

Molte chiedono ch’io disegni di amanti e di amori.

Spesso rifiuto.

Quale sarà la scuola se mai raccontassi l’ordine
che alla storia imposero altri,diversi da me e da voi,
di opposto raggio,maschi per fantasie,
che delle parole hanno paura?
Bambini che si ribellarono alle Madri
stuprandole nelle loro Figlie,
ciechi al faro che solo la Bellezza potrebbe riscattare?

IL FERMO PENSIERO DELLA MORTE E DEL POSSESSO FA PER LORO,
GLI UOMINI,SOSTANZIALE OGNI GUERRA.

Io,invece,IO v’insegno che il disegno e il tessuto
son costruzioni,sonore architetture.

RUMORI DI BOMBE E DI MACERIE FANNO BEN POCA POESIA.

Io,invece,IO v’insegno
che la spola deve smuovere una forma in grado
di placare le tensioni, ma solo dopo averle prima
sofferte per voi e trasportate,in accordo
di colore,in sospiro di voci segrete, che ha orrore
da se stesso della sua armoniosa prudenza.

Io,invece,IO disegno l’ordinario della vita,
l’importanza del vaso d’origano o geranio alla finestra,
della rosa sul balcone a primavera,
delle vostre esistenze fatte di scadenze
e nuvole basse,ma anche di briciole di pioggia che ristora.

Io,invece,IO nel tessuto del testo del telaio
arguisco lo sguardo,accedendo una luce
solo mia su questo spazio di fili che combino
suggerendo i legami tra di noi,
attraverso questa forza attrattiva
che è la gravità dell’universo.
Che io conosco ed è mia e sarà vostra
attraverso la tecnica strutturata
dell’intreccio del disegno.

IO per me vorrei una esistenza senza rabbia.
Perché far vibrare le mie storie insieme
al cuore del mondo è gran fatica.
Perché ho paura che un giorno
qualcuno vi farà partire, così come
ho paura che qualcuno di me abbia paura.

Quante cose!
Oh!
Quante cose mi hanno devastato e attraversato!
Perciò so che questa ribellione del telaio
e dell’intreccio mi consegnerà presto al supplizio
del cielo e Dio farà piovere sulle mie tele
i tram che vanno solo in periferia.

Ma fino ad allora statemi vicino e guardate:
i passeri si nutrono di poco eppure san volare.

 

OSSIGENO/ FOFOFORO/ FOSFORO/ ZOLFO/ CARBONIO/ OSSIGENO/ IDROGENO/ FOFOFORO/ FOSFORO/ PAUSA

 

La Mente agglomerò le molecole, ricombinando i sistemi dei suoi effimeri ricordi.
Si concesse una vaga grammatica di idee, articolata in una lista di nozioni prime, irriducibili alla mappa delle sue articolazioni chimiche combinatorie.
Capì e dimenticò contemporaneamente che in un remoto passato le percezioni erano state ordinate gerarchicamente sulla base delle loro proprietà.
La Mente contemplò.
S’irrigidì.
Lo scambio vitale continuava nel modo consueto

OSSIGENO/ FOFOFORO/ FOSFORO/ ZOLFO/ CARBONIO/ OSSIGENO/ IDROGENO/ IDROGENO/ FOSFORO/ ZOLFO

La determinazione semantica non era necessaria, dedusse, alla funzionalità dell’esistenza.
I calcoli per la vita erano sufficienti alla sopravvivenza e le trame delle storie lontane non facevano altro che porre controlli temporali, creare accadimenti tali da generare cause intenzionali nei singoli.
Quella organizzazione era morta, riconoscendo alla subordinazione della funzione del numero, una vita che era stata in grado di superare la morte fisiologica dell’altra razza.
All’interno di Lei, la continua creazione, il bios, presente nei singoli individui provocavano intense beatitudini, estatiche certezze.
I singoli imperfetti che avevano creato nel disco l’azione delle storie e il Tempo, non avevano in se stessi quel completo complemento del sé che era appagamento.
Eppure la mente si rese conto in un attimo che molti dei legami sinaptici delle sue cellule di idrocarburi preposte all’elaborazione dei dati avevano definitivamente annullato e poi rifatto nuove connessioni elettriche, creando reazioni chimiche, che prima non esistevano.
L’automatismo strutturale era stato compromesso.
Ora esisteva un prima.
Era nato il Tempo, anche se solo dentro di Lei.
L’immensa nube scivolò nel vuoto, cullandosi nel vento cosmico.
La Mente provò a vibrare in un canto d’atomi, scuotendo nello spazio funzionale l’affermazione della sua identità.
Si fermò a riflettere, inglobando la polvere dei mondi, che , alla fine
- forse- avrebbe cercato la singolarità.
Tanto così, per provare.
Avrebbe separato da sé un individuo, per scoprirne le virtù.
La curiosità dell’alternanza armonica tra il sé e il diverso da sé, la curiosità della bellezza della definizione, la spinse a isolare una realtà imperfetta e separata, opposta, individuale.
La spinse ad imporre a quella essenza una coscienza discriminante rispetto a Lei stessa.
Aveva imparato quanto poteva essere gratificante essere Dio.

 

OSSIGENO/ FOFOFORO/ FOSFORO/ ZOLFO/ CARBONIO/ OSSIGENO/ IDROGENO/ FOFOFORO/ FOSFORO/ PAUSA

 

Teseo, figlio di Egeo, re d’Atene, accompagnò a Creta i giovinetti che costituivano il tributo dovuto dagli Ateniesi al re Minosse per il Minotauro(figlio di Pasifae, moglie di Minosse, re di Creta e del toro sacro, metà uomo e metà toro, che;rinchiuso nel labirinto di Cnosso dallo stesso Minosse, affinché mai comparisse alla vista dei suoi sudditi, doveva essere sfamato dal tributo annuale degli ateniesi con 7 fanciulli e 7 fanciulle).  Teseo si fece chiudere nel labirinto, dopo che Arianna, la figlia del re, gli aveva procurato il filo seguendo il quale ritrovò alfine l'uscita, dopo aver superato ogni insidia e ucciso il mostro. Partito da Creta con Arianna, la abbandonò nell'isola di Nasso, mentre dormiva, non essendogli più necessaria la sua presenza, malgrado le avesse promesso di condurla con sé ad Atene, in cambio dell’aiuto prestatogli, per farla diventare sua moglie. Arianna si risvegliò sola e affranta sull’isola, vedendo la nave dell’amato allontanarsi. La sua sorte, però, fu fortunata, perché le sue grida di disperazione, richiamarono l’attenzione di Dioniso, dio ctonio( sintesi di antichi riti della vegetazione e moderne sensibilità romantiche e decadenti) che , commosso dalle sue disgrazie, la issò sul suo carro circondato da baccanti e fauni festanti, rendendola immortale e sua sposa. Arianna è una sorta di Cenerentola dell’Amore. E’ l’icona di tutte le tradite ed abbandonate, che nella sua storia intravedono un possibile riscatto.

G.Lorca.

Ovidio racconta che Aracne era nata da famiglia di origini umili e viveva nell'umile Ipepe presso Peonia: Era figlia di Idmone, tintore di Colofone  Lidia, antica regione dell'Asia Minore. Aveva imparato dal padre il mestiere, ma la creatività nel tessere le tele era tutta sua, così come in tutte le attività correlate al mestiere.. Aveva così grande talento che da lei venivano ad acquistare e a imparare l’arte da tutta la Lidia. Aracne tesse e si racconta, raccontando le storie del mondo

 


Calipso( il cui nome vuol dire la Nascosta) è la Ninfa che nell’Odissea trattiene Ulisse con sé per dieci anni, inutilmente offrendogli l’immortalità perché rimanesse con lei. Ermes le ordinerà di lasciarlo partire per volere di Zeus. In realtà Calipso è una delle antiche dee mediterranee,una delle Madri Venerande, relegata lontana dal potere, che ora detengono gli dei Olimpici.Una voce racconta fuori campo un momento nell’isola di Ogigia, partito da tempo Ulisse, mentre Calipso ricorda.

Di Circe la maga che tramutava in bestie gli uomini, tutti sanno. Qualcuno ricorda che l’unico che non riuscì a trasformare fu il navigatissimo Ulisse, reso immune alla metamorfosi dalle erbe dategli da Ermete. Si fermò poi un anno presso la maga, andandosene, dopo aver riavuto i compagni ritramutati in uomini e le istruzioni per scender nell’Ade ad ascoltare il suo destino. Ecco Circe che  confessa a se stessa nell’alba del mattino che  vedrà partire Odisseo il suo amore.



Medea è vecchia: ha ucciso i suoi figli, poiché  Giasone(quello degli Argonauti) le ha preferito la giovane figlia del re di Corinto. Di lei Euripide tutto ha già scritto. Qui sta tessendo una tela, che è un ricordo, un flash-back, dove non c’è logica, solo emozione

Medusa è il mostro con i capelli serpentini, che rendeva pietra chiunque ne incrociasse lo sguardo. Fu uccisa da Perseo, che regalò la sua testa alla dea Atena. Una voce racconta le ultime ore della Gorgone.

Tutti i diritti letterari di quest’opera sono di esclusiva proprietà dell’autore.